LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA
Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
- Cinzia Barigione - L'agave e la rondine
- Collana I salici (narrativa)
- 14x20,5 - pp. 160- Euro 13,00
- ISBN 88-6037-168-6
In copertina e all'interno- fotografie di Cinzia Barigione
Prefazione- Cinzia Barigione racchiude in questo interessante libro due racconti che hanno come sotterraneo filo conduttore un travagliato percorso psicologico che accomuna due donne, indiscusse protagoniste, sempre in bilico tra una estrema passione per la vita, le meraviglie della Natura che diventa simbolo salvifico dell'Uomo, la necessità vitale di offrire una testimonianza e una tensione narrativa verso quell'indescrivibile desiderio di creare attraverso la fantasia che rende ancora capaci di sognare, di entusiasmarsi per l'ennesima volta.
- E vi ritroviamo tutto: l'amore, il desiderio e l'ardore, la presenza e l'assenza, l'immensa gioia e la sofferenza dell'esistere.
- Nelle strade della vita grande è la confusione e, a metà della vita, capita di ripensare ai passati amori, alle mille vicissitudini, e vengono in superficie le contraddizioni, le scelte e gli errori, le speranze e le illusioni, che fanno parte della vita di ognuno di noi.
- Nelle protagoniste emerge una sorta di timore a vivere i sentimenti, a constatare le fragilità, a fare i conti con il vivere quotidiano, e intensa è la propensione a ricercare sempre e comunque la "vera essenza delle cose", impresa assai ardua e perigliosa.
- Come scriveva Virgilio "felice colui che può conoscere l'autentica sostanza delle cose e sa elevarsi al di sopra della mentalità comune in un luogo senza spazio né tempo" e forse è questa la tensione narrativa di Cinzia Bargione che, con il suo modo di scrivere, affascina, coinvolge, trascina, in una simultaneità di memorie e significati: libera tutto ciò che è all'interno, scatena una tempesta di riflessioni, di lacerazioni, di appassionati recuperi, di accensioni e inquietudini. Sovente affonda la lama nei labirinti dell'inconscio, nelle esperienze esistenziali, nell'ombra di sottili misteri e nelle sfaccettature dei sentimenti. I ricordi sono il respiro attraverso il quale si possono dimenticare i danni del tempo, le visioni immaginifiche sono la "poesia delle cose" che può salvare noi miseri mortali dal silenzio dell'anima.
- Nel primo racconto "Il fiore dell'agave" una donna rivive una sorta di recupero memoriale dei luoghi familiari, dalla vecchia casa rimasta uguale, "ancora con quel grande tavolo di cristallo dove si mangiava tutti insieme", il panorama del mare dalla finestra, e poi le meravigliose storie d'una signora, vedova d'un generale, e il vecchio Tardito con la sua carriola e il cavaliere che ascoltava ad alto volume le opere di Verdi.
- Uomini e donne, luoghi e immagini, quasi a cullarsi nel dolce ricordo che riporta al passato con un velo di nostalgia ma con quell'occasione mentale che guarda all'incerto futuro.
- Quel ritorno era una "sfida" alla malattia, un dolce riposo concesso alla mente dopo un sofferto periodo: forse un riesame della situazione, un ritrovare se stessa, prendere atto delle fragilità e degli errori, abbandonarsi alla malinconia dei ricordi nella speranza di ritrovare la pace interiore.
- Non poteva ancora illudersi che tornare indietro nel tempo potesse avere un significato o una minima importanza. Gli amori vissuti, con il tempo, si erano dissolti come neve al sole nonostante fosse una donna attraente e capace d'ascoltare ma nel momento in cui qualcuno si avvicinava troppo si sentiva infastidita e fuggiva diventando "inafferrabile".
- L'amica Sonia, sensibile e razionale, cercava di aiutarla a dipanare le ombre ma il ricordo delle sue avventure sentimentali la riportava all'immagine simbolica d'un uomo che "amava la sua immagine, la sua vitalità, la sua fantasia, ma non la capiva".
- Il vento scompigliava i capelli mentre il fluire dei ricordi pareva sfogliare piano piano le pagine di quel diario dei pensieri: era inevitabile constatare che per lei era sempre stato tremendamente difficile incontrare una persona che coinvolgesse "tutti i suoi sensi".
- La paura di essere felice la attanagliava, la percezione della sua incapacità ad amare la incatenava alla sua triste condizione quasi a supplicare "io vorrei amare, lo vorrei con tutta me stessa": e la profonda sensazione che solo con l'amore ci si può salvare dal silenzio, dalla solitudine, dall'abisso del nulla.
- Nel secondo racconto "L'uomo che non parlava alle rondini" ritroviamo ancora la figura d'una donna, davanti allo specchio, a redigere la resa dei conti, con l'immancabile presa d'atto della propria situazione esistenziale, la mente e il cuore sospesi tra suggestive atmosfere, profonda malinconia e l'ultimo struggente abbraccio, riportando alla luce i ricordi della propria vita che diventano vibrazioni dell'animo, e quella necessità di assaporare il "profondo amore" o contrastare la grave malattia scoperta per caso. Un oceano di emozioni alberga nel corpo di una donna che osserva la propria immagine riflessa nell'acqua: una donna imprigionata nel dolore alle prese con un male incurabile e la consapevolezza che è vicina la fine dei sogni.
- Eppure c'era l'uomo che doveva parlare alle rondini, "sottovoce", e una tempesta di pensieri che faticano a fluire, il senso di vuoto incombente, l'inquietudine che scava nell'anima quasi a vivere un continuo sottile tormento, il definitivo "rifiuto all'amore".
- Magicamente resisteva quella che lei chiamava la "poesia delle cose", nient'altro che la spiritualità, quel bagliore che aveva riportato la luce nelle tenebre, ridato l'armonia e la capacità di godere della bellezza della vita: era l'invisibile appiglio a questa vita che l'aiutava nella faticosa ricerca di se stessa, nel sopportare l'ennesima amara delusione d'una fuga davanti alla scelta.
- V'è sempre un momento in cui il silenzio supera la parola: nessuno può capire cosa significa trovarsi davanti all'ultimo abbandono, all'ultimo spiraglio di luce, all'ultimo grido innalzato al cielo. E c'è chi desidera ancora "ascoltare la voce delle rondini che ritornano"... un "miracolo della natura che si ripete nella voglia di ricominciare" forse presagio dell'esistenza sulla terra d'un possibile amore assoluto, un amore cosmico, fuori dal tempo, dalle abitudini terrene, dalle insidie umane.
- Non c'è nulla di cui si può aver bisogno, non c'è più nulla da chiedere, le labbra sono serrate, né caldo né freddo, né pace né tormento, nè confine né tempo. Davanti agli occhi solo la nostra essenza autentica con cui fare i conti, "l'infinito sfondo dell'anima".
- Eppure la vita regala sempre l'ennesima possibilità di ricominciare a sperare e quel finale sognante e, al contempo, struggente, non è forse il più chiaro esempio dell'alterno gioco tra la vita e la morte che è la nostra esistenza. Il Tutto e il Nulla. Inaspettatamente.
Massimo Barile
Il fiore dell'agave(Via dei Gerani 17)
A mia madre, Liliana,
di cui parlare è come ricordarla nell'amore.
19 febbraio 2004
Introduzione - All'uscita del casello, sulla collina disegnata da cipressi e palme, la vista regalava l'immagine di una città di mare persa in una luce d'inverno e soffusa di raggi bianchi sfocati.
- La grande magnolia vecchia di centinaia d'anni si ergeva maestosa sulla piazza alta e due uomini con i capelli bianchi, il bastone e la pelle raggrinzita dal sole e dall'aria salmastra, si godevano beatamente quel clima ancora mite.
- Passando davanti al municipio, un bel palazzo bianco ornato di stucchi, si era accorta di ripensare involontariamente al giorno in cui, bambina di sette anni, sua madre le aveva fatto fare il vaccino antipolio proprio in una di quelle grandi stanze.
- Percepiva ancora presente il disagio del dolore inaspettato e quasi tradito dalla cieca fiducia nella protezione materna, che non aveva voluto avvisarla per non creare in lei attesa o paure.
- Per la prima volta, un po' sgomenta, s'era accorta che quella donna non era lei e che, per naturale divenire, quell'unione tra loro doveva inevitabilmente scomporsi.
- Proprio così: sua madre esisteva di vita propria, mentre lei piccola e già fiera avrebbe dovuto incominciare ad impegnarsi ad una storia tutta nuova, la "sua" storia, senza quel rassicurante proteggerla d'amore.
- La Via Romana proseguiva fino alla rotonda dove svoltando a sinistra si scorgeva il garden shop.
- La casa del padre era là, in fondo ad una piccola strada privata, con il giardino di limoni e la bouganvillea fiorita: Via dei Gerani 17.
- Anche oggi, come tante altre volte aveva fatto da ragazza, prima di entrare dal cancello della palazzina s'era fermata davanti al giardino della villetta di fronte, dove c'era ancora ad attirarla un prato sempre verdissimo di piccole foglie compatte, che abbelliva l'entrata ordinata di quella graziosa costruzione; quel verde così intenso e quasi perfetto la affascinava ed in nessun punto era meno bello o meno luminoso. Un pennello invisibile disegnava un contorno alle aiuole talmente pulito che solo in alcuni quadri s'imitava un'immagine d'uguale precisione e finezza.
- Trasalendo come se il tempo avesse per un attimo disertato la sua consapevolezza s'era avvicinata al cancello di casa aprendolo.
- Salendo le scale con la valigia in una mano ed il beauty nell'altra cercò le chiavi nella borsa: era la prima volta che rifaceva quel viaggio dopo tanto tempo da sola, senza che nessuno fosse lì ad attenderla.
Parte prima - Entrando nella scala non poteva non ricordare. Quanti giorni della sua vita ritrovava intatti in quella palazzina dal nome d'un fiore: "l'orchidea", la nobile orchidea fredda ed altera.
- Per tre anni aveva vissuto in quell'appartamento, tre lunghi ritorni alle primavere della sua adolescenza.
- Tre anni: dove la tristezza si era mescolata alla paura ed alla difficoltà di capire perché stava crescendo e perché sua madre piangeva sempre e suo padre non c'era quasi mai; ma quando tornava a casa nessuno era felice.
- Dopo l'adolescenza sempre lì aveva trascorso le vacanze di tutte le estati successive al trasferimento per lavoro del padre in un'altra città; e per tutti gli anni del liceo quello era stato il luogo delle sue fughe più trasgressive e delle pause dallo studio.
- Già da allora il padre non viveva più con loro e lei d'estate partiva con il treno, convincendo amiche e sorelle a seguirla, e si recava in quella casa per passare almeno qualche settimana di vacanza lontana dalla madre e dalla già programmata vita. Anche dopo sposata qualche volta era partita, per raggiungere da sola quel luogo familiare, città di bouganvillee e di trifoglio giallo che sempre l'avevano accolta insieme al suo desiderio di riflessione e solitudine.
- Come adesso che, arrivando nella sua terra in quel giorno di fine gennaio, la ginestra bianca e la mimosa le avevano regalato il primo benvenuto dalla Via dei Colli ed erano riuscite a farla sorridere di piacere per quel paesaggio consueto e sempre così pieno di armonia.
- Entrata in casa e posata la borsa sul divano, si era abbandonata esausta sulla poltrona del soggiorno.
- Chiudendo gli occhi, pressoché intorpidita, avevano cominciato a scorrerle spontaneamente immagini della memoria; i tanti volti familiari che in quel luogo le avevano fatto compagnia già desideravano cullarla nel ricordo, e lei vi si lasciava trasportare, cedendo senza resistenza.
- Primo fra tutti quello della generalessa, chiamata così perché era la vedova di un generale di un'età che era più facile dire che mancavano pochi numeri a cento che contarglieli; quella donna altera e compita era stato uno dei suoi primi miti adolescenziali.
- Quanti pomeriggi quella splendida signora l'aveva ospitata nella sua casa, all'ora della merenda, offrendole tè e pasticcini!
- E lei sedendole composta di fronte aveva aspettato che raccontasse le meravigliose storie di un'epoca ormai lontana, le sue feste da ragazza, i balli ed i suoi primi amori; riusciva a farla sentire protagonista nel suo passato, spettatrice di un mondo perso nella memoria del tempo, ma non del cuore, sempre pieno di sogni e di magie.
- Ogni volta, ascoltarla, era stato come una favola, letta ad una bimba assetata di storie antiche; la guardava con malcelata ammirazione, ordinatissima con il suo vestito blu a pois ed il colletto di pizzo bianco; i capelli sembravano fili d'argento raccolti in riccioli composti, il rossetto e lo smalto senza sbavature.
- La generalessa tutte le domeniche andava a Messa e non era vicino la chiesa parrocchiale!
- Dalla finestra la vedeva camminare eretta, alta e magra, con il suo cappello di paglia nero a larghe tese.
- Impeccabile nel soprabito di seta, a volte color turchese a volte color miele e con un portamento degno di una vera nobildonna.
- Tanto nobile che nei suoi sogni ad occhi aperti di ragazza l'aveva collocata nella casa della regina Margherita od al posto della sua statua seduta in fondo ai giardini della città vecchia, di fronte al porto. Così fiera e maestosa da diventare addirittura nella sua giovane immaginazione un simbolo di invidiabile regalità e classe.
- Ormai la generalessa non c'era più, e neppure il vecchio Tardito con la sua carriola e canottiera grigia, e Ginevra che le porgeva il ciocorì al mattino prima di andare alla scuola elementare con la cartella sulle spalle. Di lei era andato via anche il sorriso pieno di buone rughe e capelli candidi stretti in piccolissimi ricci fitti fitti.
- Neppure il cavaliere c'era più, lui che tutte le domeniche mattina alle otto e trenta, nell'appartamento del secondo piano (esattamente nella camera sottostante a quella in cui lei dormiva) ascoltava a gran volume opere di Verdi, Rossini e chi altro per tutta le ore che lo separavano dal pranzo.
- Allora, qualche volta, quella musica l'aveva infastidita, specialmente la domenica in cui piena di sonno si godeva l'unico giorno di riposo dalla scuola! Col tempo però aveva imparato ad accettare quel risveglio e quando lo incontrava sulle scale era sempre curiosa di vedere come fosse fatto un cavaliere, come parlasse o come camminasse.
- Lui era timido ma amava i bambini: a volte le appariva un po' burbero ed altre invece le sorrideva. Incontrandolo lo guardava fisso fisso e non rispondeva alle sue domande, come imbambolata dalla sua possente presenza, ancora più austera se immaginata in sella ad un cavallo alto, con la figura eretta e lo sguardo militare, come le piaceva tanto pensarlo!
- Molte cose erano cambiate, dunque, ma non la sua ironica nostalgia: più che mai lì la riconosceva, l'aspettava e la teneva stretta nel suo abbraccio che maliziosamente l'imprigionava al passato.
- La casa era esattamente come l'aveva vista l'ultima volta con il tavolo di cristallo grande dove si mangiava tutti insieme anche se raramente; i letti ancora con i cuscini immacolati e le coperte tese come se qualcuno li avesse appena lisciati con la mano.
- La prima cosa che fece, scrollandosi dal torpore che l'aveva assalita e tirandosi su da quella poltrona, fu spalancare tutte le imposte perché aveva bisogno che il sole, anche se più debole nella sua luce invernale, potesse entrare dentro le stanze rinfrancandole con il suo chiarore.
- La finestra della sala, aprendola, regalava intatto quel quadro mai dimenticato di mare e palme: quante volte in ginocchio sul divano, le mani ai lati della testa ed i gomiti appoggiati sul davanzale, aveva sognato quel confine di azzurri titanio e blu di prussia con sopra descritta la silhouette dei tetti, inventandosi poi storie fatate dove "l'amor cortese" ne era sempre il protagonista magicamente evocato.
- Nessuno pensava, tranne lui... e Sonia, erano a conoscenza del fatto che lei fosse tornata lì, ora.
- La sua partenza era stata più che mai una sfida alla malattia. Una tregua che si doveva regalare dopo quel lungo periodo di incertezze ed inquietudini.
- Certo, ormai era pronta a riconoscere con lucidità la sua incapacità di accettarsi con le fragilità e tutti gli errori commessi, ed a tentare di liberarsi dal rifiuto di quella se stessa che non aveva voluto rivelare ed a cui nulla aveva saputo perdonare.
- Per anni, aveva continuato a punirsi con il sottile piacere che si ricava dalla sensazione di aver riequilibrato a proprio favore il debito ed il credito.
- Si allungò sul letto cercando di riposare un poco e di cancellare la sensazione di quella subdola malinconia che le si stava insinuando nel cuore, evocata dalle troppe riflessioni.
- Il telefonino cominciò a far sentire la sua presenza con un suono ripetitivo e crescente.
- Non aveva il coraggio di spegnerlo perché rappresentava il suo unico contatto con il mondo. Si girò verso il comodino cercando di guardare il nome che compariva sul display, già decisa a non rispondere a nessuno.
- Era Giorgio. Ancor più a ragione lo ignorò.
- Giorgio, un amico che ogni tanto le telefonava per non perdere la possibilità di sognare una via di fuga alla sua vita; si era inventato per sé il risorgere di un amore di cui era stata ed era ancora l'oggetto ma che lei non riusciva proprio a condividere.
- Giorgio: "Cosa doveva dirle che già non sapesse?"
- Non l'aveva voluto allora e neppure lo voleva adesso.
- Un passato così lontano, di più di quindici anni, mai realizzato e rimasto come rimpianto in un suo antico cassetto. Rispolverato, per lui da un incontro casuale ed in cui aveva timidamente sperato purtroppo senza successo.
- Quel passato cautamente lei avrebbe dovuto farglielo riporre in quel vecchio cassetto, senza che gli si potesse sciupare.
- Però era vero, che a metà della vita capitava a molti di ripensare ai vecchi amori come in un racconto letto su di una vicenda vissuta. Ci si illudeva, consolandosi, che il tornare indietro e poter scegliere una strada diversa, magari la via del cuore o della passione giovanile, avrebbe potuto forse portare ad una vita più piena di qualcosa o di quel "tutto", che mai nessuno sa ben identificare cosa sia e come sia fatto.
- E quanti di questi vecchi amori messi alla prova del tempo fallivano svilendo anche il proprio ricordo e cancellando quella piccola stella già spenta ma di cui si poteva almeno trattenere il brillio, seppur distante, nel proprio cuore.
- Qualche tempo prima, proprio con lui, con Giorgio, e altri senza importanza dopo di lui, aveva tentato di interessarsi di nuovo ad un rapporto più o meno sentimentale; una ricerca di risveglio al torpore che le stava sfocando l'esistenza e spegnendole le emozioni.
- Per anni aveva provato ad uccidere dentro di sé ogni desiderio di vivere la sua femminilità, reprimendo quella stupenda energia che spinge al rinnovamento della mente e del cuore e che ha radice profonda solo nella voglia di amare, qualsiasi cosa ne sia meritato oggetto.
- La sua vita era passata tra uno stordimento e l'altro, tra il lavoro e la progettazione e realizzazione della sua casa; tanto che quando andava a letto e rileggeva quelle linee sui muri, quelle che dividevano il soffitto dalle pareti, amiche ormai abitudinarie e grilli parlanti della solitudine, era assolutamente convinta che tutto questo fosse il giusto prezzo che aveva scelto di pagare per riscattarsi: prima dalla separazione dei genitori, poi dalla sua vita.
- Anche se non cercava compagnia, le era facile e abituale incontrare gente ed avere occasioni di generare attrazione, tanto più che rappresentava l'immagine della donna che sa esprimere autorità e fermezza. Aveva poi un'immagine e personalità un po' particolari, compresa la naturale disponibilità ad ascoltare ed aiutare coloro che cercavano un guizzo di umanità per i loro problemi.
- Ma la cosa la lasciava indifferente, se non per quell'innata e inguaribile vanità che domina uomini o donne,indistintamente, e che poi l'abitudine aiuta a superare e la routine assopisce facendola apparire scontata.
- Ma era stata quella primavera di due anni indietro che l'aveva risvegliata, lei la chiamava "stagione galeotta": tutta colpa dell'equinozio, pensava ancora sorridendo.
- Perché era stata "lei", la stagione magica della natura in cui tutte le note inneggiano al canto dell'amore, che l'aveva fatta decidere di dover provare ad uscire dal suo inutile letargo.
- Ed era successo proprio in quella primavera, forse perché il verde dei prati era apparso così brillante, se pur ancora tanto delicato e giovane, da fare tenerezza solo a guardarlo.
- O perché le foglie degli alberi si erano arricchite più che mai e così tanto di luce, una luce quasi pura e piena di pulviscoli di tutti i colori, da non poter ignorare quel richiamo alla rinascita.
- Ma forse ancor di più per colpa del fiore di pesco che, come una macchia indistinta, punteggiava le colline e le valli del Monferrato tra i filari delle viti ancora assonnate.
- E fu una stagione di delusioni: tutte le volte che aveva provato a guardare più da vicino qualcuno a cui aveva permesso di conoscerla meglio ne era fuggita esageratamente infastidita.
- Si stupivano di fronte alla sua smisurata energia e vitalità, loro, e si fermavano a guardarla un po' spaventati per quella strana miscellanea di ingenuità e infantilità che lei mescolava alla tensione verso un sublime sconosciuto ed estraneo, tanto da apparire donna stravagante ed inafferrabile.
- La delusione si identificava con l'aver trovato un vuoto silenzioso e la realtà materiale di chi avrebbe voluto soltanto carpire abbracci e carezze, forse allo scopo di consolare la propria vita dalla monotonia grigia di consumate abitudini o solitudini.
- Lei però non provava nulla. E si sentiva come una donna sterile che si era quasi rassegnata alla sua mutilazione. Non riusciva neppure a porgere la mano per una carezza, anzi infastidita dalle attenzioni, se solo la distanza diminuiva troppo, fuggiva spaventata e confusa dalla sua stessa avversione.
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Ins. 22-09-2006