LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA

Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
Carla Anna Durazzi
Ha pubblicato il libro
Carla Anna Durazzi - Uno sguardo nella stanza dell'analista
Raccolta di racconti

 

 
 
 
 
 
 
Collana I salici (narrativa)
 
14x20,5 - pp. 106 - Euro 9,00
 
ISBN 978-88-6037-283-3
 
 
 

In copertina elaborazione grafica 3d
di Katiuscia Medina

 


Presentazione
Poesie


Prefazione
 
In questo libro, Carla Anna Durazzi, raccoglie una serie di racconti nati dagli incontri con i suoi pazienti e, grazie alla sua professionalità nell'affrontare temi così scottanti e problematici e alla pratica clinica di psicoanalista, riporta su queste pagine alcune delle storie vissute che hanno segnato la vita delle persone incontrate e, al contempo, hanno inciso sul percorso umano dell'Autrice. Nasce così in lei, dopo aver realizzato il sogno di vivere in campagna, una sorta di "intimo bisogno" di raccogliere le numerose pagine scritte nel corso degli anni, prendendo spunto, liberamente adattando o miscelando, dai colloqui con i suoi pazienti cercando di "rendere vivo e pulsante" il profondo significato d'ogni vicenda umana che porta con sè le numerose contraddizioni di questa nostra vita.
Carla Anna Durazzi alimenta quotidianamente, dentro di sè, il desiderio "esplosivo" di scrivere ciò che ha condiviso nel suo cammino da analista ed è fortissima in lei la voglia, quasi insopprimibile, di parlare della vita, della necessità di contatto umano ed emotivo, dell'urgenza di riuscire a relazionarsi con gli altri, per tentare di comunicare e trasmettere quell'universo di emozioni che sempre arricchiscono l'animo e per rendere palesi le difficoltà che vi sono, come lei ben sa, quando si tenta di "entrare" nella vita e nelle vicende esistenziali di un "altro" essere umano.
Gli strumenti di Carla Anna Durazzi sono stati senza dubbio quella sorta di "affetto" e di "complicità" che si instaurano tra analista e paziente: e in ogni percorso intrapreso, sia vi sia stato un risultato positivo o un fallimento, è sempre emersa la consapevolezza che tutti gli "incontri" hanno rivestito il carattere di un "dono", di un "prezioso insegnamento" come scrive lei stessa.
Ecco allora che i venti racconti che si snodano in questa raccolta riportano alla luce vicende e vicissitudini che risultano essere una specie di distillato della vita e delle sue problematiche: ritroviamo l'innamoramento d'una donna alla ricerca d'un amore assoluto, sconfinato e travolgente; la storia d'una donna che subisce una violenza dopo il verificarsi d'un guasto alla sua auto e una imprudente richiesta d'aiuto e poi l'inevitabile sprofondamento nell'angoscia, e quel "non riuscire più a fare l'amore"; una ragazza di diciotto anni che aspetta un bambino e la sua gioia nel vederlo nascere, e poi una ragazza di sedici con un mare di problemi, o la storia d'un bambino troppo vivace da risultare "incontenibile".
Vi sono poi, nei vari racconti, alcune storie che portano in luce autentici drammi e sofferenze come la lotta contro il tumore, il problema della droga che strappa via l'anima e la vita, il profondo dolore d'una madre, i difficili rapporti con i genitori, le scelte faticose che la vita obbliga a fare, le inquietudini, le insicurezze e le paure, e poi le profonde delusioni sentimentali che corrodono come l'acido o la depressione che fa precipitare nell'abisso.
Tutto viene riportato e reso con intensità narrativa e trasporto emozionale, come a voler fare vivere al lettore le stesse emozioni che l'Autrice ha provato nel momento in cui ha aperto le "porte" per conoscere e ri-conoscersi seguendo le "tracce" che tutti noi lasciamo in questo viaggio che è la vita.
 

Massimo Barile

 

 Introduzione

di Carla Anna Durazzi

 
 
Quando il tuo amore non produce amore reciproco
e, attraverso la sua manifestazione di vita di uomo che ama, non fa di te un uomo amato
il tuo amore è impotente, è una sventura.
 
Karl Marx
 
 
Da quando ho realizzato il sogno di vivere in campagna, ho cominciato a raccogliere gli scritti che via via negli anni sono nati dai racconti che i miei pazienti mi hanno offerto nella mia pratica clinica di psicoanalista. Storie emblematiche che vengono ricordate anche per questo.
 
Entrare in contatto con vicende esistenziali, sofferenze, comprensioni e cambiamenti, offre molta occasione di apprendimento anche per me, e il desiderio di scriverne è sempre stato sospinto da un altro desiderio: quello di trasmettere agli altri e di condividere il patrimonio che ho ricevuto.
I racconti contenuti in questo libro sono elaborazioni di particolari momenti, emotivamente intensi, vissuti con i miei pazienti, e da cui è nato lo spunto per narrare liberamente altre storie che ne conservano il senso e il significato.
 
Gli affetti che prendono vita nella relazione analista/paziente attivano e arricchiscono gli affetti più profondi della vita di entrambi e delle proprie storie personali. Tuttavia, perché il dono della reciprocità possa prender vita, vicinanza e costanza, devono poter penetrare le barriere difensive che sempre la assediano.
 
Così, a volte, il lavoro fallisce e ciò che si sperimenta è il gusto amaro della sconfitta. Ma anche in queste situazioni d'impotenza, ho ricevuto un insegnamento prezioso per me e per la mia capacità professionale.
 
Pertanto, vorrei ringraziare tutti i miei pazienti per ciò che ognuno di loro mi ha donato.


Retro cover
Carla Anna Durazzi, psicoanalista, nella sua introduzione chiarisce il significato di questa raccolta di racconti: "I racconti contenuti in questo libro sono elaborazioni di particolari momenti, emotivamente intensi, vissuti con i miei pazienti, e da cui è nato lo spunto per narrare liberamente altre storie che ne conservano il senso e il significato". Momenti che l'autrice considera "doni" che hanno contribuito alla sua crescita personale e professionale.
 
 
 
 
 
 
 
 

 


Frammentando
ASPETTANDO IL SOLE D'INVERNO
 
 
 

Vivo da un anno in un casale di campagna, proveniente da una grande città che non riuscivo più ad amare. La speranza di trovare gioia e serenità ha guidato la mia scelta di vivere nella natura, insieme agli animali, fra alberi e fiori, al posto del cemento, dell'inquinamento e, qualche volta, dell'arroganza di una città che ha perso parte della sua umanità.

 
Quando, con la mia famiglia, ci siamo trasferiti qui, si sono trasferiti con noi quattro gatti, mentre la mia adorata e anziana gatta mi ha lasciata poco prima del nostro trasloco. Ora riposa sotto il roseto di questo casale che l'ha accolta dopo ventitré anni che colmava d'amore e di attenzioni la mia vita.
 
Qui abbiano trovato una ventina di anatre, tre oche, due oche cignoidi e un'anatra muta, bianca e di grandezza simile alle oche, che si crede un'oca e che ci intenerisce nel suo voler far parte del loro gruppo, con il desiderio di essere accettata. Il risultato è che ci sembra davvero sola, messa ai margini dalle oche e ignorata dalle anatre.
E, infine, si sono aggiunti quattro gatti randagi che hanno bussato alla nostra porta.
 
L'inverno stava arrivando e noi, come temuto, eravamo impreparati. Il ritardo nei lavori, con il clima sempre più glaciale e che ne aumentava il rallentamento, lo stavano pagando anche gli animali... e noi non eravamo molto esperti, tranne che per i gatti.
 
La papera claudicante, quella che si crede un'oca, un giorno era scomparsa... L'abbiamo cercata ovunque e ritrovata, solo dopo due giorni, in un angolo freddo e nascosto del giardino, Era immobile, ricoperta di ghiaccio... ma viva! L'abbiamo imboccata con del pane fresco e accarezzata, aprendole delicatamente le ali e togliendole il ghiaccio che gliele aveva ingessate. È rimasta con noi solo altri quattro mesi. Poi è nuovamente scomparsa per volare in un luogo dove, speriamo, abbia trovato la gioia della sua identità.
 
I nostri gatti hanno dovuto accettare di perdere in parte i loro privilegi per dare spazio ai gatti che abbiamo trovato qui e che abbiamo adottato. Dopo le prime e scontate scaramucce, sono diventati amici.
I quattro adottati hanno caratteristiche comuni: erano randagi e sono sempre in uno stato d'allarme, non hanno confidenza con il corpo dell'uomo e sono buffi e, contemporaneamente, pericolosi nel loro modo di farsi spazio e accomodarsi su una gamba, o sul ventre o su una spalla con le loro unghie affilatissime e lunghissime che infilzano, fanno urlare e li fanno spaventare e scappar via. D'altra parte, prima si accomodavano sugli alberi... e non sanno quanto la pelle degli uomini sia più delicata. Ma stanno imparando!
 
Tra loro c'è Nerone, mastodontico gatto nero - il boss - che mette tutti gli altri in riga, anche noi. Ci tiene al rispetto e mantiene le distanze. Credo sia anche il più anziano e porta i segni di una vita dura: un occhio quasi chiuso da una ferita non curata, un'asma terribile che gli rende il respiro molto faticoso. Ma dietro a questa maschera di durezza e inflessibilità ho sempre sentito, sin dalla prima volta che ho incrociato il suo sguardo, che c'era anche un grande bisogno di essere accolto e amato. Col tempo, infatti, è diventato più affettuoso, più con gli altri che con me, e questa sua lieve freddezza nei miei confronti è arrivata ad un totale distacco fra noi, quando ho tentato di curargli l'occhio con un antibiotico e con lavaggi. Nonostante il suo occhio fosse migliorato, ha continuato a tenermi a distanza, con una certa mia sofferenza.
Una notte, dopo molte ore di lavoro nel mio studio (sono un'inguaribile nottambula), mi sono diretta al piano superiore per andare a dormire. Nel salire le scale ho sentito ansimare Nerone, ma in modo molto più grave del solito: una crisi respiratoria vera e propria. Ho fatto le scale velocemente e fuori dalla mia stanza, sul tappeto, l'ho trovato che stava malissimo: mi sono avvicinata, l'ho abbracciato sdraiandomi per terra e l'ho accolto fra le mie braccia. L'ho completamente avvolto con il mio corpo e, paradossalmente, pian piano il suo respiro si è regolarizzato. Forse aveva più bisogno d'amore che di ossigeno. Ho continuato ad accarezzarlo fino a quando l'ho sentito calmo e tranquillo. Poi sono andata a letto e, come sempre, ho preso in mano un libro e mi sono messa a leggere.
Poco dopo, un "miao" dolce e quasi impercettibile. Era lì, ai piedi del mio letto e mi guardava. Ci siamo osservati a lungo, poi ha alzato le zampe anteriori fino alla sponda del letto e sembrava chiedere il mio permesso. L'ho invitato a salire e lui dolcemente si è sdraiato di fianco a me per dare e ricevere quel calore di cui ha tanto bisogno.
Il giorno dopo aveva ripreso le distanze da me e il nostro rapporto è tornato ad essere quello di prima. Ha voluto così: solo una parentesi fra noi. Con dispiacere, ma ho rispettato il suo desiderio.
 
Qui accadono cose che in tutta la mia vita non ho mai neppure immaginato, come quando abbiamo assistito al volo delle anatre: un'anatra lancia un grido e poi si alza in volo. Una dopo l'altra tutte la seguono e si allontanano nel cielo, sempre più in alto e sempre più lontane, fino a quando non si vedono più. La prima volta, era ancora inverno e ci siamo guardati sbigottiti pensando che avevano deciso di andarsene per il freddo e per chissà quale altro disagio. Eravamo tutti raccolti in un silenzio un po' triste, quando un nuovo e potente grido ci ha annunciato il loro ritorno: anche il nostro sorriso è ritornato e guardavamo, ammirati davvero, i disegni che i loro volteggi dipingevano nel cielo e l'eleganza del loro atterraggio. Uno spettacolo stupendo!
 
Oggi c'è davvero un sole meraviglioso e caldissimo. Apro la finestra e guardo il nostro giardino, che sta diventando un angolo accogliente, pieno di vita, con gli animali e il laghetto con il suo isolotto e il ponticello di legno, dove le anatre e le oche possano intrattenerci con i loro tuffi acrobatici lasciandosi ammirare; e poi gli alberi, i fiori, gli ulivi e le collinette e penso a quando ci saranno anche le panchine sparse qua e là, alcune più nascoste in angoli più intimi per accogliere chi desidera appartarsi a leggere, a pensare oppure a parlare, confidarsi e condividere, confrontarsi con qualcuno che lo raggiunge lì, proprio su quella panchina.
 
La dura e fredda stagione ha, finalmente, lasciato il posto ad una nuova primavera, che ci ha ritrovati tutti insieme: uomini, papere, oche e gatti, rimasti uniti aspettando il sole d'Inverno.



 
VELES
 
 

Le avversità possono essere

delle formidabili occasioni.

 

Thomas Mann

 
 
 
I jeans logori sfilacciati sulle ginocchia e una maglietta nera: io, Veles, solo sedici anni e sedici miliardi di problemi. Nulla mi va bene di me: il mio corpo troppo magro, la mia pelle troppo pallida, i miei occhi troppo chiari e i capelli troppo biondi.
Mi guardo intorno: paesaggio montano, alberi stretti fra loro formano boschi immensi che si elevano, indorati qua e là dai raggi del sole. Un cielo terso come non sono abituata a vedere a Milano, ed una veranda con tavolini occupati da persone anziane che parlano sottovoce. Ogni tanto sbirciano dalla mia parte e i loro occhi esprimono un certo stupore: cosa ci fa una ragazzina qui? Sembrano dire. Mi sento un alieno caduto dal cielo in un pianeta sconosciuto.
È primavera, ha piovuto tanto quest'anno e la vegetazione è cresciuta rigogliosa. Stanca e afflitta mi siedo su uno spazio erboso, fissando il cielo malinconica. Bel paesaggio!! Ma io cosa faccio qui persa fra le montagne di un paese che non conosco, fra gente che non ho mai visto prima? L'idea geniale è venuta al dottore e ai miei genitori: è proprio il posto ideale per i miei polmoni e per la "gracilità" del mio corpo "svuotato" dal continuo vomitare.
 
Questa situazione risveglia in me il ricordo di quella volta, avevo solo otto anni, in cui il nostro medico di famiglia aveva ritenuto utile imbottirmi di tranquillanti, che mi inebetivano, ritenendo con ciò che avrei smesso di piangere e vomitare. I miei genitori mi avevano concesso, per l'occasione, ma solo durante il giorno, di occupare il "lettone", in quella stanza svuotata però della loro presenza. Semi buia per le persiane accostate e con la porta chiusa. Era tremenda la sensazione di non aver nessuna forza per reagire. Peggio ancora era sentirmi paralizzata in quel letto grande e vuoto. Riuscivo solo ad ascoltare le voci dei bambini che giocavano e gridavano in cortile, i rumori e il bisbigliare provenienti dalle stanze accanto. E quel senso infinito di tristezza e di solitudine che si scontrava con il desiderio di essere fuori a giocare e divertirmi con gli altri bambini o di essere sulle ginocchia di papà che sa darmi tanti baci e che sa farmi capire quanto mi ama... Ma ora nessuno capiva che mi sentivo morire.
Veles è il nome che ho scelto per me in una notte d'insonnia. A differenza delle solite notti inquiete, piene di incubi seguite da giornate all'insegna dell'incertezza, sempre fedele al mio fianco, in quella notte particolare ho sentito anche la presenza, in uno spazio piccolo piccolo, di qualcosa, come un punto di luce, di energia, di forza che combatteva con tutte le sue forze contro lo strapotente e distruttivo malessere che ha ormai occupato quasi tutto il mio territorio. Quella notte ho fatto un patto con quella piccola e vitale parte di me. In un'epoca in cui tutto viene "ristretto" in sigle, a volte enigmatiche... io ne inventavo una per me: VELES, le cui parole nascoste (Voglio Essere Libera E Serena) sono insieme il desiderio, il percorso e la meta stabilite dall'ormai noto patto in una notte d'insonnia.
 
Le giornate in questo posto "tutto natura" non passano mai, scrivo nel mio quaderno. Passo lunghe ore a pensare a cose terribili che, molte volte, mi hanno convinta a telefonare ai miei genitori chiedendo loro di venirmi a prendere. Ho anche giurato di essere guarita, che non avrei mai più vomitato e che non mi sarei mai più ammalata. Ma nessuna risposta è giunta, nessun aiuto al mio appello disperato.
Ieri pomeriggio sono scesa verso il fiume, per un sentiero di alberi piegati gli uni verso gli altri che formavano un tunnel verde e fresco. Mi sono seduta sulla riva, fatta d'erba umida, come per affidare al fiume il lamento della mia solitudine. Il sole ha aperto un varco fra gli alberi per raggiungere le mie ginocchia. Ma sentivo freddo ed un pensiero ancora più gelido e invadente si presentava d'un tratto alla mia mente: un'irresistibile tentazione... di entrare in quel fiume, di lasciarmi avvolgere e travolgere dalle sue acque e farmi portare via, dove non so.
Le lacrime hanno cominciato a sgorgare dagli occhi, senza nessuna possibilità di poterle trattenere. Sentivo le gocce calde e salate sulle labbra, scivolare lungo il collo fino al cuore che pulsava velocemente. Sentivo nello stomaco e nella mente una eccitazione strana, una frenesia, un richiamo che diceva "non ci sarà più sofferenza, né angoscia. Solo quiete e silenzio. Sarai veramente libera... vieni... non aver paura..."
Ero immersa in questi pensieri, quando una voce echeggiante alle mie spalle ha rotto quel silenzio: "Se vuoi, ti aiuto io a trovare un modo migliore per suicidarti. Credimi, morire nell'acqua è terribile!".
 
Sono trasalita nell'udire quel richiamo che irrompeva così bruscamente nei miei pensieri. Il mio cuore pulsava velocemente per la paura. Credevo di essere sola. Scrutavo attraverso le lacrime, che ancora mi annebbiavano la vista, quell'uomo la cui bocca si apriva per me in un sorriso e mi guardava con occhi accesi e pieni di vita.
Mi sembrava assolutamente incredibile che potesse aver colto il significato della mia presenza in quel posto. Che sia un angelo? Un extraterrestre?
 
Piano, piano, forse per essere sicuro di non provocare in me reazioni di panico, si avvicina sedendosi al mio fianco sulla stessa erba umida della riva.
 
"Cosa c'è che non va, biondina?", la sua voce è calda e sicura, "non ti va di parlarne un po' con me?". Avevo un gran freddo e mi ero raggomitolata su me stessa, con la testa e le ginocchia all'altezza del seno. I capelli, scivolati in avanti, nascondevano il viso e le mie mani si aggrappavano ai fili d'erba.
Il mio silenzio non sembrava allarmarlo, continuava a farmi domande che argomentava. Io non avevo risposte ma lo ascoltavo volentieri. Non era un angelo né un extraterrestre, oppure lo era ma si spacciava per un pescatore.
Mi ha convinta a seguirlo in una specie di capanno, una casetta di legno piccola-piccola, nella quale teneva gli attrezzi per la pesca, un letto, un tavolino, una sedia e un minuto fornellino con il quale ha preparato un té caldo, che mi ha offerto, continuando a parlare e a raccontarmi di sé, della vita e di me. Io continuavo a rimanere nel silenzio più totale.
 
Le mie sensazioni oscillavano tra il piacere di quel contatto che sentivo caldo e protettivo e la paura di sbagliarmi e di essere nelle mani di un maniaco che di lì a poco mi avrebbe uccisa.
Qualche ora più tardi, mi ha riaccompagnato vicino alla casa degli anziani. Ho saputo dire solo un fragile "grazie". Nei giorni che seguirono sono andata più volte a cercarlo, ma non l'ho più incontrato. Era come sparito nel nulla. Forse l'avevo solo sognato?
Forse... ma la vita mi ha offerto un dono: un angelo... tutto per me che ha trasformato un momento tragico in un bel ricordo.
 
E ora che faccio? Se non mi è concesso morire... allora devo vivere? Pensai, un po' ironicamente ma con una nuova spinta vitale.
Chissà com'è il centro del paese? Mi hanno detto che dista pochi chilometri. E se questa sera, piano piano senza farmi sentire - facendomi molto coraggio - provassi a scendere e a scoprire che c'è? Più ci pensavo e più la paura mi assaliva. Mille ostacoli si presentavano alla mia mente: e se mi perdessi nel bosco, nel buio della notte? E se morissi di freddo? Ma nonostante queste paure, aspettai che ci fosse il buio e, soprattutto, che ci fosse la luna ad illuminarmi la strada, poi uscii dalla casa degli anziani e mi incamminai per la strada che portava al paese. Tutto ciò che vedevo mi sembrava nuovo e sconosciuto, eppure era lo stesso paesaggio che guardavo di giorno. Ma di notte aveva qualcosa di minaccioso. Avevo freddo ed una grande paura, ma ero assolutamente determinata a compiere il mio viaggio notturno.
Arrivai, non so dire quanto tempo dopo, alla fine della strada e da quel punto potevo intravedere la piazza principale del paese: guardavo, come in un sogno, un numero immenso di ragazzi e ragazze che parlavano, ridevano e scherzavano fra loro.
Timidamente raggiunsi la piazza e mi appoggiai ad un muretto basso senza mai distogliere gli occhi eccitati da loro, dalle loro moto e dai loro movimenti.
"Ehi, sei nuova di qui?", disse un ragazzo avvicinandosi a me. "Non ti ho mai vista prima! Io mi chiamo Lorenzo e tu?".
"Mi chiamo Veles". Le mani mi tremavano dall'emozione ma denunciavo il 'freddo' come la causa dell'evidente tremore. "Sono alloggiata alla casa degli anziani ed è la prima volta che scendo in paese".
"E come sei scesa? Ti ho visto arrivare da sola!".
"A piedi, avevo voglia di fare due passi!".
"Due passi? Accidenti, io non me la farei tutta quella strada, da sola, di notte!".
 
Mi sentivo proprio orgogliosa di me stessa. Mi ammirava, mi aveva sentita coraggiosa e la cosa mi piaceva molto. Mi ripagava di tutta la paura che avevo provato. Il contatto era stato ormai stabilito ed il mio cuore, un po' per volta, ritornava ad un battito regolare.
Ero in apprensione per le mie mani, che nascondevo come potevo, per via delle unghie ridotte all'osso, con strani movimenti che sottolineavano ancor più la mia timidezza. Accidenti, pensavo, devo farmele crescere 'ste unghie, fanno proprio schifo! Senza contare le volte che mi tocca immergere le dita in acqua ghiacciata, anestetizzandole, per potermi addormentare. È veramente doloroso e scomodo addormentarsi così. Lo so, lo so... sono un vero disastro: non mangio, vomito, però mi mangio le unghie e mi aggredisco anche nell'anima. Ma questa sera ho fatto sette chilometri a piedi per arrivare qui.. e ho incontrato Lorenzo e lui ha colto il mio coraggio.
Guardavo il suo corpo alto e magro, quel ciuffo buffo e simpatico di capelli che gli coprivano un occhio, mentre l'altro era davvero bellissimo: uno strano colore marino, profondo, caldo, intenso.
Ho ballato con lui, e più le ore passavano più eravamo stretti l'uno all'altra. Ogni tanto mi accarezzava i capelli, mi guardava negli occhi come se avesse di fronte la ragazza più bella che avesse mai visto. Sì perché... lui continuava a dirmi "sei bellissima, bellissima... non andare via!! Non voglio perderti... ti ho trovato e non voglio che tu vada via più... è bizzarro ma già so che sei importante per me".
Dopo la chiusura del locale ci siamo seduti su una panchina, in silenzio, mano nella mano a gustare questo momento magico per entrambi. Non voleva più staccarsi da me, così come io da lui. Un solo piccolo bacio... che mi ha rapito l'anima. Poi, con la sua moto, mi ha riaccompagnata su per la montagna, spegnendola e, in quell'ultimo tratto, portandola a mano per non farci sentire. Un bacio leggero, una buona notte, appena sussurrata, e... "domani vengo a trovarti".
 
Sono circa le undici del mattino, cammino a dieci centimetri da terra, con un'aria da ebete, nel giardino della casa. Un senso di euforia mi pervade completamente. Sento che questo momento ha un significato importante per me: ha il sapore della vita. Mi siedo sull'erba che ha un profumo particolarmente buono e penso, penso, penso e sento i brividi, le sue carezze sui miei capelli, le sue parole e quell'unico contatto sulle mie labbra.
 
D'un tratto una voce conosciuta scandisce il mio nome. Dio mio, penso ansiosamente, dimmi che non è vero! La voce che sento e che mi chiama è solo un'impressione. Non è possibile! Non può essere così crudele la vita! Mi giro e vedo mio padre.
È venuto a prendermi: proprio ora che ho toccato il cielo devo tornare nell'inferno! Li ho chiamati mille volte e mille volte non sono venuti. E ora...
Sento un'angoscia spaventosa, le lacrime scendono copiose mentre mio padre mi guarda senza capire. Distante dalla mia mente, poter dire "voglio salutare un amico". Io muta, lui sgomento a chiedermi "Cosa c'è? Non stai bene? Non sei contenta... sono venuto a prenderti e a portarti a casa con me..." e poi "Dài, andiamo a preparare la valigia, la mamma ci aspetta a pranzo".
Usciamo dalla casa.... mio padre mette la valigia nel baule dell'auto, mentre sento un rumore sempre più assordante di moto che raggiunge la casa: Lorenzo in testa e, dietro di lui, tutti i suoi amici, ognuno sulla propria moto.
Si fermano, spengono le moto e rimangono a osservare la mia partenza. Lorenzo ha un'espressione preoccupata, proprio uguale alla mia. Attimi lunghi millenni, mentre i nostri occhi s'incrociano in uno sguardo d'addio, un attimo prima di salire su quell'auto che mi avrebbe portata lontana da lui per sempre.
Solo ora, io so, di non aver patito soltanto perdite. Ho vissuto l'esperienza fondante di essere vista e di essere amata, in modo diverso, due volte in pochi giorni. Era l'inizio di una vita nuova. Ma io ancora non lo sapevo.
 
 
 

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Ins. 09-02-2007