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Per
la gloria di domani
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Anche
quella mattina, come tutti i santi giorni feriali, il
dottor Claudio Latelli era pronto per cominciare la
sua giornata di lavoro. Niente di particolare, vero?
Sì, se non fosse che, da due mesi, il nostro
amico non aveva più un
lavoro.
- Mara
Il
pomeriggio della domenica trascorreva a passi lenti, a
respiri affannosi, come quelli del fiume, come quelli
dei pochi clienti del bar, stoicamente impegnati in
giochi forzati, in chiacchiere futili e avide sorsate.
La calura estiva della Val Padana avvolgeva e
uniformava ogni cosa. Il sottofondo televisivo del
gran premio di formula 1 scemava dalla tensione della
gara e dalla solennità della premiazione al
cicaleccio minore dei commenti degli opinionisti.
- Mara
era lì. Era sempre lì al suo posto,
dietro il banco. Per lei una domenica come tante,
più soffocante di altre per il caldo, anche se
con meno clienti. La sua vita era lì, nel bar
dei genitori, nella casa dei genitori. L'estate non
annunciava dolcezze esotiche, sogni leggeri
d'evasione, di divertimenti patinati. Il sole la
opprimeva, non l'accarezzava, come non l'aveva mai
accarezzata la vita.
- Estremamente
timida, priva di quella grinta che in alcune ragazze
supplisce ad altre doti, si era ben presto rassegnata
a un'esistenza di nicchia, da comprimaria. Era
circondata da sempre da un'aura di minimalismo
compassionevole, un minimalismo sancito dal diminutivo
"Mariuccia", affibbiatole dai genitori: un nomignolo
indicativo di un certo discutibile gusto - ispirato
dalle migliori intenzioni, s'intende - per i
vezzeggiativi. Sin da bambina, Mara non aveva mostrato
molta inclinazione per lo studio. Negli anni
dell'adolescenza, assolutamente ignorata dai ragazzi,
consolata da poche amiche-compagne di sventura, aveva
trovato presto nel bar dei genitori l'habitat naturale
per la propria esistenza umbratile.
- Poche
parole con i clienti, sempre quelle: come va, come non
va, il tempo, il lavoro, qualche parola di sport che
aveva imparato a seguire con loro. Era diventata
tifosa per necessità, per noia, per
disperazione. Tifosa della Juve, in un bar e in un
paese in cui, come in quasi tutti i consorzi umani
d'Italia, le simpatie si dividevano, più o meno
equamente, tra bianconeri, rossoneri e nerazzurri.
Tifosa d'ordinanza della Ferrari: qui tutti d'accordo.
Le canzoni alla radio. Tutto qui. Tutta qui la sua
vita esteriore, completata dalle uscite per la spesa
con i genitori, da qualche rara e innocua passeggiata
con le amiche, in particolare con Luisa, che era un
po' il suo alter ego. Qui si chiudeva il sipario sul
suo mondo.
- Cosa
poi passasse davvero nella sua testa, nel suo cuore,
cosa si muovesse oltre quella soglia in cui cade la
maschera della nostra recita mondana, nessuno lo
sapeva, né pareva interessato a saperlo. A
cominciare dai genitori. Tutti si fermavano, o
preferivano fermarsi, a quell'apparenza rassicurante.
E lei sembrava voler dare agli altri quello che si
aspettavano. Sembrava proprio voler tranquillizzare
tutti con la sua mansueta disponibilità,
calandosi di buon grado e con mestiere in quel ruolo
in cui la vita l'aveva relegata, in quell'angolo di
limbo che il destino le aveva riservato.
- In
quel paesino della pianura lombarda, del resto, non
c'era grande spazio per immaginare una vita diversa;
sembravano tutti affezionati alla propria parte in
commedia, pazientemente adagiati nel lento, naturale
fluire delle cose. Gli unici che avevano la
possibilità di aprire l'orizzonte su altri
mondi, di far rifulgere gli echi di un'esistenza
più brillante, vera o falsa che fosse, erano i
pochi studenti universitari che facevano i pendolari
tra il paesino e la grande Milano, così vicina
e insieme così lontana. Milano: un nome che, da
solo, aveva un immenso potere evocativo, un nome che
era in grado di coprire le sterminate praterie che
separano la realtà dai sogni.
- A
Milano, peraltro, Mara aveva una cugina: Elena. Bella,
o almeno molto caruccia, laureata in economia
aziendale tra mille e cento onori, master in marketing
e comunicazione, stage presso una prestigiosa
multinazionale, due lingue scritte e parlate a regola
d'arte, aveva trovato da poco un impiego all'altezza
delle sue (smisurate) ambizioni, con frequenti e
romanzate trasferte sul territorio nazionale e
all'estero. Elena aveva un ragazzo, di nome
Alessandro, ben avviato in una società di
assicurazioni; il brillante giovanotto aveva
recentemente dato prova della sua sagacia investendo i
suoi soldi in un costoso e fiammante suv, che,
com'è noto, per la sua maneggevolezza e il
basso impatto ambientale - per non parlare della
grazia e leggiadria del suo aspetto - è un
veicolo particolarmente adatto al caotico traffico
cittadino.
- Proprio
quella domenica, i due piccioncini, diretti verso la
casa di montagna di una coppia di amici, avevano
pensato bene di passare dalla cugina per dedicarle un
po' del loro prezioso tempo - erano persone di cuore,
beninteso - e bere qualcosa gratis alla sua salute.
Erano tornati da pochi giorni da una vacanza a Santo
Domingo, di quelle à la page. La loro visita
era stata anticipata dall'immancabile cartolina,
sempre uguale. Cambiavano i posti, ma non le parole:
era sempre tutto "incantevole", "meraviglioso",
"eccezionale", "-issimo", degno di essere visto e
rivisto. Del resto, Alessandro stesso era il primo a
essere consapevole della tendenza della sua ragazza a
enfatizzare e non le risparmiava qualche sortita
ironica: «Anche se Elena andasse in vacanza
vicino alla discarica di Cerro Maggiore, ti
racconterebbe che è un posto incantevole»
aveva detto una volta a Mara.
- La
ragazza aspettava i visitatori senza gioia, né
dolore, con rassegnazione, forse con un fondo di
amarezza; sua cugina Elena rappresentava tutto quello
che lei non era mai stata: piacente, istruita,
brillante. Li vide arrivare sulla soglia del bar, lei
e il ragazzo, abbronzati, in piena forma: a Mara,
nella sua immaginazione forse esagerata, parvero belli
come divi del cinema. Dopo i primi saluti e
convenevoli, Elena disse con ostentata benevolenza:
«Allora, ce li fai due caffè freddi di
quelli come si deve? Con questo caldo, sai, ci
vogliono proprio».
- «Subito,
subito!» rispose premurosa Mara. «Eh
sì, quest'anno c'è da impazzire con
questo caldo, non se ne può più. E
allora le vacanze a Santo Domingo come sono
andate?» aggiunse poi, recitando fedelmente il
copione che le spettava, perché in
realtà di quelle vacanze non gliene poteva
fregare di meno.
- La
sua incauta sollecitazione mise in moto la devastante
logorrea della cugina, che si dilungò nel
decantare l'esotica bellezza dei luoghi, soffermandosi
su particolari accuratamente ricamati. Con cristiana
pazienza Mara ascoltava l'epico racconto, annuendo a
tempo e modo, offrendo, con altrettanto tempismo e
opportunità, espressioni e versetti di stupore
e ammirazione. Ed era andata pure bene! Le foto
(sempre in quantità industriali) e il filmino
infatti non erano ancora pronti. «Ma, stanne
certa, te li mostreremo!» minacciò la
cugina.
- Alessandro,
che fino allora aveva fatto praticamente da comparsa
nel lungo monologo della benamata, intervenne in una
delle pause e spostò il discorso sullo sport. I
due parlavano a Mara con quella degnazione e quel
marcato paternalismo, quella simpatia che è
sempre simpatia di superiore verso inferiore, di
adulto verso bambino, che hanno - chissà
perché - i vincenti e fortunati nei confronti
di chi sta ai margini.
- «Allora,
è stato bello il gran premio? Chi ha vinto?
...Eh, quest'anno il campionato del mondo è
incerto. Ti ci vedo, ti ci vedo, incollata davanti
alla tv fino all'ultima gara. E la tua Juve? Che
farà l'anno prossimo la tua
Juve?»
- «Vinceremo
tutto l'anno che viene, vedrai!» rispose Mara con
candore infantile.
- «Tutto,
tutto. Esagerata!» replicò, studiatamente
bonario, Alessandro. «Ve ne daremo di filo da
torcere! Scommettiamo? E chi perde paga da bere. E
allora vedi che devo vincere per forza io? Che senso
avrebbe pagare da bere a te che hai già un
intero bar a disposizione?» E rise, visibilmente
soddisfatto per la perla di raro umorismo che aveva
confezionato.
- Subito
dopo Mara dovette allontanarsi un attimo nel
retrobottega per recuperare alcune cose di cui c'era
bisogno nel bar. Mentre ritornava, vide da lontano la
cugina e il ragazzo, vide la complicità che li
legava, i loro sguardi, il loro sorridersi, il loro
sfiorarsi la mano: cose semplici, gesti consueti di
innamorati. Ma tutto ciò produsse in lei una
sorta di cortocircuito dell'anima.
- Fu
come se vedesse con occhi nuovi il mondo e la sua
vita. Come se li vedesse per la prima volta. E tutto
le apparve miseria, una beffa atroce. Assunse un
aspetto stralunato, irreale - gli occhi stravolti, i
muscoli del viso contratti, i pugni stretti - che i
presenti attribuirono a un malore.
- «Che
hai, Mariuccia cara, cosa ti senti?»
- "Cosa
mi sento?" pensava Mara "Sento che la mia vita
è uno schifo, sento che sono anch'io un essere
umano come voi, ma evidentemente ce ne sono di serie A
e serie B o anche C. Proprio come nel calcio.
Già, maledetto campionato di calcio!
Stramaledetto campionato di formula 1! Pensate
veramente che io voglia vivere solo per queste cose!
Come la scimmietta dello zoo a cui si offre la noce o
il biscottino, volete darmi il contentino con quattro
parole su queste cose inutili, mentre voi vivete la
vita vera! Stramaledettissime canzoni d'amore, anche!
Buone solo per voi altri. 'Mariuccia, Mariuccia, hai
già comprato l'ultimo disco di questo o di
quest'altro?' Dite così, per farmi piacere.
Mariuccia, Mariuccia. Stramaledetto anche questo
nome!"
- «Mariuccia,
non farci spaventare, cos'hai?»
- Ma
Mara non rispondeva che a se stessa, interiormente,
come un fiume in piena. "Sì, maledetto anche
questo nome, che poi non è il mio nome. Non
potete chiamarmi Mara che si fa anche prima! No,
Mariuccia, come per dire cosuccia da niente. Non ne
posso più di voi, di tutti quanti. Di voi due,
con la vostra felicità sfacciata e quei modi di
chi fa agli altri l'elemosina, di chi getta gli avanzi
al cane e vuole pure che scodinzoli per dir grazie. Di
voi clienti, sempre uguali, con le solite fissazioni,
le solite battute, le solite volgarità. Vi
piace questo schifo di vita, vi piace, ma a me no! Io
voglio avere qualcosa dalla mia vita, qualcosa,
qualcosa, qualcosa..."
- Sempre
più stravolta, Mara sembrava in preda a una
crisi epilettica. La cugina continuava a chiamarla,
erano accorsi anche i genitori, i clienti, solleciti -
in fondo si trattava di brava gente, gente schietta. E
tutto intorno, come in un coro di tragedia greca, si
udiva solo «Mariuccia, Mariuccia,
Mariuccia!». Sì, era tutto un oracolo, una
sentenza, una maledizione: «Mariuccia, Mariuccia,
Mariuccia!». Così Mara capì che non
c'era niente da fare, che non si poteva sfuggire
quella sorte, che più malediceva quel nome,
più le si rivoltava contro; capì che
doveva tornare al suo posto, se non altro per far
cessare quel coro infernale.
- Guardò
il fiume là fuori, sempre immobile nella
calura. In breve riacquistò la padronanza di
sé e l'espressione consueta. «Finalmente!
Ci hai fatto spaventare!» disse la cugina.
«Bevi un po' d'acqua! Ma cosa hai avuto? Hai
bisogno di un dottore? Vuoi farti visitare al pronto
soccorso? Io e Ale ti accompagneremo in un
attimo.»
- Mara,
a cui mancava solo di andare al pronto soccorso con
lei e Ale, affrettò ulteriormente la
guarigione: «Niente, niente, passato tutto. Non
preoccupatevi. La testa... e poi un malessere. Deve
essere stato il caldo. Sì, sarà stato
senz'altro il caldo. Eh, questo caldo di
quest'anno...».
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