LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA

Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
Antonio Maldera
Ha pubblicato il libro

Antonio Maldera
Per la gloria di domani



 
 
  
 
 
 
 
Collana Le schegge d'oro
(i libri dei premi)
12x17 - pp. 104 - Euro 7,50
ISBN 978-88-6037-4844




In copertina, disegno a china
di Ilario Attilio Semperboni

Pubblicazione realizzata
con il contributo de
IL CLUB degli autori
in quanto l'autore è finalista
nel concorso letterario
«J. Prévert» 2007

 
Incipit


Per la gloria di domani

Anche quella mattina, come tutti i santi giorni feriali, il dottor Claudio Latelli era pronto per cominciare la sua giornata di lavoro. Niente di particolare, vero? Sì, se non fosse che, da due mesi, il nostro amico non aveva più un lavoro.

Mara



Il pomeriggio della domenica trascorreva a passi lenti, a respiri affannosi, come quelli del fiume, come quelli dei pochi clienti del bar, stoicamente impegnati in giochi forzati, in chiacchiere futili e avide sorsate. La calura estiva della Val Padana avvolgeva e uniformava ogni cosa. Il sottofondo televisivo del gran premio di formula 1 scemava dalla tensione della gara e dalla solennità della premiazione al cicaleccio minore dei commenti degli opinionisti.
Mara era lì. Era sempre lì al suo posto, dietro il banco. Per lei una domenica come tante, più soffocante di altre per il caldo, anche se con meno clienti. La sua vita era lì, nel bar dei genitori, nella casa dei genitori. L'estate non annunciava dolcezze esotiche, sogni leggeri d'evasione, di divertimenti patinati. Il sole la opprimeva, non l'accarezzava, come non l'aveva mai accarezzata la vita.
Estremamente timida, priva di quella grinta che in alcune ragazze supplisce ad altre doti, si era ben presto rassegnata a un'esistenza di nicchia, da comprimaria. Era circondata da sempre da un'aura di minimalismo compassionevole, un minimalismo sancito dal diminutivo "Mariuccia", affibbiatole dai genitori: un nomignolo indicativo di un certo discutibile gusto - ispirato dalle migliori intenzioni, s'intende - per i vezzeggiativi. Sin da bambina, Mara non aveva mostrato molta inclinazione per lo studio. Negli anni dell'adolescenza, assolutamente ignorata dai ragazzi, consolata da poche amiche-compagne di sventura, aveva trovato presto nel bar dei genitori l'habitat naturale per la propria esistenza umbratile.
Poche parole con i clienti, sempre quelle: come va, come non va, il tempo, il lavoro, qualche parola di sport che aveva imparato a seguire con loro. Era diventata tifosa per necessità, per noia, per disperazione. Tifosa della Juve, in un bar e in un paese in cui, come in quasi tutti i consorzi umani d'Italia, le simpatie si dividevano, più o meno equamente, tra bianconeri, rossoneri e nerazzurri. Tifosa d'ordinanza della Ferrari: qui tutti d'accordo. Le canzoni alla radio. Tutto qui. Tutta qui la sua vita esteriore, completata dalle uscite per la spesa con i genitori, da qualche rara e innocua passeggiata con le amiche, in particolare con Luisa, che era un po' il suo alter ego. Qui si chiudeva il sipario sul suo mondo.
Cosa poi passasse davvero nella sua testa, nel suo cuore, cosa si muovesse oltre quella soglia in cui cade la maschera della nostra recita mondana, nessuno lo sapeva, né pareva interessato a saperlo. A cominciare dai genitori. Tutti si fermavano, o preferivano fermarsi, a quell'apparenza rassicurante. E lei sembrava voler dare agli altri quello che si aspettavano. Sembrava proprio voler tranquillizzare tutti con la sua mansueta disponibilità, calandosi di buon grado e con mestiere in quel ruolo in cui la vita l'aveva relegata, in quell'angolo di limbo che il destino le aveva riservato.
In quel paesino della pianura lombarda, del resto, non c'era grande spazio per immaginare una vita diversa; sembravano tutti affezionati alla propria parte in commedia, pazientemente adagiati nel lento, naturale fluire delle cose. Gli unici che avevano la possibilità di aprire l'orizzonte su altri mondi, di far rifulgere gli echi di un'esistenza più brillante, vera o falsa che fosse, erano i pochi studenti universitari che facevano i pendolari tra il paesino e la grande Milano, così vicina e insieme così lontana. Milano: un nome che, da solo, aveva un immenso potere evocativo, un nome che era in grado di coprire le sterminate praterie che separano la realtà dai sogni.
A Milano, peraltro, Mara aveva una cugina: Elena. Bella, o almeno molto caruccia, laureata in economia aziendale tra mille e cento onori, master in marketing e comunicazione, stage presso una prestigiosa multinazionale, due lingue scritte e parlate a regola d'arte, aveva trovato da poco un impiego all'altezza delle sue (smisurate) ambizioni, con frequenti e romanzate trasferte sul territorio nazionale e all'estero. Elena aveva un ragazzo, di nome Alessandro, ben avviato in una società di assicurazioni; il brillante giovanotto aveva recentemente dato prova della sua sagacia investendo i suoi soldi in un costoso e fiammante suv, che, com'è noto, per la sua maneggevolezza e il basso impatto ambientale - per non parlare della grazia e leggiadria del suo aspetto - è un veicolo particolarmente adatto al caotico traffico cittadino.
Proprio quella domenica, i due piccioncini, diretti verso la casa di montagna di una coppia di amici, avevano pensato bene di passare dalla cugina per dedicarle un po' del loro prezioso tempo - erano persone di cuore, beninteso - e bere qualcosa gratis alla sua salute. Erano tornati da pochi giorni da una vacanza a Santo Domingo, di quelle à la page. La loro visita era stata anticipata dall'immancabile cartolina, sempre uguale. Cambiavano i posti, ma non le parole: era sempre tutto "incantevole", "meraviglioso", "eccezionale", "-issimo", degno di essere visto e rivisto. Del resto, Alessandro stesso era il primo a essere consapevole della tendenza della sua ragazza a enfatizzare e non le risparmiava qualche sortita ironica: «Anche se Elena andasse in vacanza vicino alla discarica di Cerro Maggiore, ti racconterebbe che è un posto incantevole» aveva detto una volta a Mara.
La ragazza aspettava i visitatori senza gioia, né dolore, con rassegnazione, forse con un fondo di amarezza; sua cugina Elena rappresentava tutto quello che lei non era mai stata: piacente, istruita, brillante. Li vide arrivare sulla soglia del bar, lei e il ragazzo, abbronzati, in piena forma: a Mara, nella sua immaginazione forse esagerata, parvero belli come divi del cinema. Dopo i primi saluti e convenevoli, Elena disse con ostentata benevolenza: «Allora, ce li fai due caffè freddi di quelli come si deve? Con questo caldo, sai, ci vogliono proprio».
«Subito, subito!» rispose premurosa Mara. «Eh sì, quest'anno c'è da impazzire con questo caldo, non se ne può più. E allora le vacanze a Santo Domingo come sono andate?» aggiunse poi, recitando fedelmente il copione che le spettava, perché in realtà di quelle vacanze non gliene poteva fregare di meno.
La sua incauta sollecitazione mise in moto la devastante logorrea della cugina, che si dilungò nel decantare l'esotica bellezza dei luoghi, soffermandosi su particolari accuratamente ricamati. Con cristiana pazienza Mara ascoltava l'epico racconto, annuendo a tempo e modo, offrendo, con altrettanto tempismo e opportunità, espressioni e versetti di stupore e ammirazione. Ed era andata pure bene! Le foto (sempre in quantità industriali) e il filmino infatti non erano ancora pronti. «Ma, stanne certa, te li mostreremo!» minacciò la cugina.
Alessandro, che fino allora aveva fatto praticamente da comparsa nel lungo monologo della benamata, intervenne in una delle pause e spostò il discorso sullo sport. I due parlavano a Mara con quella degnazione e quel marcato paternalismo, quella simpatia che è sempre simpatia di superiore verso inferiore, di adulto verso bambino, che hanno - chissà perché - i vincenti e fortunati nei confronti di chi sta ai margini.
«Allora, è stato bello il gran premio? Chi ha vinto? ...Eh, quest'anno il campionato del mondo è incerto. Ti ci vedo, ti ci vedo, incollata davanti alla tv fino all'ultima gara. E la tua Juve? Che farà l'anno prossimo la tua Juve?»
«Vinceremo tutto l'anno che viene, vedrai!» rispose Mara con candore infantile.
«Tutto, tutto. Esagerata!» replicò, studiatamente bonario, Alessandro. «Ve ne daremo di filo da torcere! Scommettiamo? E chi perde paga da bere. E allora vedi che devo vincere per forza io? Che senso avrebbe pagare da bere a te che hai già un intero bar a disposizione?» E rise, visibilmente soddisfatto per la perla di raro umorismo che aveva confezionato.
Subito dopo Mara dovette allontanarsi un attimo nel retrobottega per recuperare alcune cose di cui c'era bisogno nel bar. Mentre ritornava, vide da lontano la cugina e il ragazzo, vide la complicità che li legava, i loro sguardi, il loro sorridersi, il loro sfiorarsi la mano: cose semplici, gesti consueti di innamorati. Ma tutto ciò produsse in lei una sorta di cortocircuito dell'anima.
Fu come se vedesse con occhi nuovi il mondo e la sua vita. Come se li vedesse per la prima volta. E tutto le apparve miseria, una beffa atroce. Assunse un aspetto stralunato, irreale - gli occhi stravolti, i muscoli del viso contratti, i pugni stretti - che i presenti attribuirono a un malore.
«Che hai, Mariuccia cara, cosa ti senti?»
"Cosa mi sento?" pensava Mara "Sento che la mia vita è uno schifo, sento che sono anch'io un essere umano come voi, ma evidentemente ce ne sono di serie A e serie B o anche C. Proprio come nel calcio. Già, maledetto campionato di calcio! Stramaledetto campionato di formula 1! Pensate veramente che io voglia vivere solo per queste cose! Come la scimmietta dello zoo a cui si offre la noce o il biscottino, volete darmi il contentino con quattro parole su queste cose inutili, mentre voi vivete la vita vera! Stramaledettissime canzoni d'amore, anche! Buone solo per voi altri. 'Mariuccia, Mariuccia, hai già comprato l'ultimo disco di questo o di quest'altro?' Dite così, per farmi piacere. Mariuccia, Mariuccia. Stramaledetto anche questo nome!"
«Mariuccia, non farci spaventare, cos'hai?»
Ma Mara non rispondeva che a se stessa, interiormente, come un fiume in piena. "Sì, maledetto anche questo nome, che poi non è il mio nome. Non potete chiamarmi Mara che si fa anche prima! No, Mariuccia, come per dire cosuccia da niente. Non ne posso più di voi, di tutti quanti. Di voi due, con la vostra felicità sfacciata e quei modi di chi fa agli altri l'elemosina, di chi getta gli avanzi al cane e vuole pure che scodinzoli per dir grazie. Di voi clienti, sempre uguali, con le solite fissazioni, le solite battute, le solite volgarità. Vi piace questo schifo di vita, vi piace, ma a me no! Io voglio avere qualcosa dalla mia vita, qualcosa, qualcosa, qualcosa..."
Sempre più stravolta, Mara sembrava in preda a una crisi epilettica. La cugina continuava a chiamarla, erano accorsi anche i genitori, i clienti, solleciti - in fondo si trattava di brava gente, gente schietta. E tutto intorno, come in un coro di tragedia greca, si udiva solo «Mariuccia, Mariuccia, Mariuccia!». Sì, era tutto un oracolo, una sentenza, una maledizione: «Mariuccia, Mariuccia, Mariuccia!». Così Mara capì che non c'era niente da fare, che non si poteva sfuggire quella sorte, che più malediceva quel nome, più le si rivoltava contro; capì che doveva tornare al suo posto, se non altro per far cessare quel coro infernale.
Guardò il fiume là fuori, sempre immobile nella calura. In breve riacquistò la padronanza di sé e l'espressione consueta. «Finalmente! Ci hai fatto spaventare!» disse la cugina. «Bevi un po' d'acqua! Ma cosa hai avuto? Hai bisogno di un dottore? Vuoi farti visitare al pronto soccorso? Io e Ale ti accompagneremo in un attimo.»
Mara, a cui mancava solo di andare al pronto soccorso con lei e Ale, affrettò ulteriormente la guarigione: «Niente, niente, passato tutto. Non preoccupatevi. La testa... e poi un malessere. Deve essere stato il caldo. Sì, sarà stato senz'altro il caldo. Eh, questo caldo di quest'anno...».

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Ins. 01-03-2008