- Ha pubblicato il
romanzo
-
-
- Andrea Violi,
Indiscrezioni, editrice Montedit, 1998,
- pp. 80, Lit. 14.000,
ISBN 88-86957-54-8.
-
PREFAZIONE
- Indubbiamente quella che sta attraversando
Andrea Violi è una stagione creativa
particolarmente ricca. A solo pochi mesi fa risale
infatti la silloge "L'araba fenice", preceduta di
poco dalla prima, intitolata "Sessanta giorni". In
mezzo si colloca anche un cd, "Specchio dell'anima,
a cui è legato l'esordio in veste di
cantautore. Ed ora il giovane poeta - almeno in
questa sede - emiliano dà alle stampe
"Indiscrezioni", nuova e più voluminosa
scelta di liriche che, ci sembra, introduce alcuni
elementi di novità nella sua
scrittura..
- Ma prima di andare avanti, cercando di
individuare le novità, vorremmo soffermarci
un attimo sul discorso della quantità.
È infatti ovvio per tutti che fa rima ma non
va a braccetto con qualità, e pertanto il
fatto di comporre molto non significa
necessariamente farlo bene. Non si è fatto
cenno alla ricchezza della produzione di Violi,
quindi, per alimentare, come dire, un pregiudizio
positivo sulla sua opera. È però vero
che la scrittura è un'arte, e come tale
presuppone un apprendistato laborioso e continuo.
Cioè: scrittori - e poeti - non si nasce; si
diventa con sacrificio, pazienza e autocritica. La
scrittura di getto, questa specie di mare magnum
dove per comodità, incapacità e
pigrizia si bagnano in tanti, non è per
l'appunto che una scusa. Sulle pagine ci si deve
sfiancare.
- E in questa direzione ci pare che si muova
Violi. Scrivendo tanto, sicuramente buttando via
tanto, lavorando e lavorando sul salvabile in modo
da renderlo degno di essere sottoposto a un
lettore. Pertanto la ricchezza della produzione
mostra da un lato che la sua non è una
"vocazione" (ci si passi il termine) occasionale ed
episodica; dall'altro come abbia ben chiaro che il
paziente esercizio a tavolino è condizione
irrinunciabile per chi desideri misurarsi con le
parole.
- Parole che, in questo "Indiscrezioni",
sembrano colare come lava sui costoni della
montagna; parole a cascata, appena interrotte da
una punteggiatura lievissima che si posa qua e
là, delicata, e a cui le maiuscole
prescritte dalla grammatica corrispondono solo
talvolta, in ossequio al ritmo danzante dei
vocaboli. È questa la prima cosa che
colpisce di "Indiscrezioni": alla prima occhiata,
senza aver ancora letto nulla. Una cura nuova - e
questo è uno degli elementi di novità
cui si accennava prima - per l'impatto visivo,
prima ancora che cognitivo, della poesia;
un'attenzione singolare per la collocazione della
parola sulla pagina. La consapevolezza, data forse
dalla dimestichezza con la musica, che l'armonia si
deve creare dalla fusione di più elementi;
in questo caso, mancando ovviamente
l'accompagnamento strumentale, gli elementi sono il
suono delle parole e la grafica. La quale, come
hanno scoperto poeti di cui è inutile fare
il nome tanto sono noti (Mallarmé, per non
citarne che uno, forse il primo e più famoso
ad agire in questa direzione) può far
risaltare il senso in modo eccellente. E la prima
indicazione che ci dà la grafica qui
è quella di una poesia minimalista,
essenziale, pulita. Una poesia, anche, amante
dell'ordine. Cosa che si riflette
nell'articolazione della raccolta in più
sezioni dai titoli ampiamente significativi
(avevamo già notato con "L'araba fenice",
del resto, la passione di Violi per una titolazione
non descrittiva ma simbolica): "Abelardo ed
Eloisa", "Crono e Rea", "Diogene e Narciso", "Don
Chisciotte e Dulcinea", Romeo e Giulietta". Con due
intervalli, a chi non c'è più" e "a
mia nonna", che si staccano dall'insieme per il
consapevole richiamo al passato e il sottinteso
riferimento alla morte. In particolare "Fiore
appassito fiore sbocciato", la poesia dedicata alla
nonna, appare come una dolce e disperata preghiera
per chi "sapeva / versare / torrenti / di
silenziosa / abnegazione / su chi / aveva scelto /
di onorare / ogni giorno". Come aveva ragione
Orazio a dire che una poesia per una persona amata
è un monumento più duraturo del
bronzo.
- I titoli delle sezioni, ci pare, sono
particolarmente ben trovati. Sembra che, come aveva
fatto con "L'araba fenice", Violi cerchi di fare
propri miti della tradizione letteraria più
classica per rivisitarli in chiave moderna,
trovando in loro nuovo spessore. Significativo, ad
esempio, il fatto che si tratti di coppie, uomini e
donne; e in particolare quel "Crono e Rea" sembra
voler testimoniare il tentativo di decodificare il
tempo e lo spazio proprio attraverso l'armonia
fondamentale fra i due opposti principi maschile e
femminile. Il fatto che poi, come in un crescendo,
la raccolta si concluda con "Romeo e Giuletta" pare
confermare questa ipotesi; l'ipotesi, cioè,
che a partire dalla constatazione dell'esistenza di
opposizioni binarie (corpo e anima, tempo e
materia, ricerca e vanità) Violi sia
arrivato, non senza contraddizioni ("né con
lei né senza di lei" è il sottotitolo
di "Romeo e Giuletta") alla scoperta di un
principio unificatore, l'amore. Guardandosi bene,
tuttavia - e non poteva essere altrimenti - da
sbrodolate sentimentali. Violi si dichiara
innamorato senza dirlo; evita accuratamente la
parola amore - e come dargli torto? - e dirige il
proprio sentimento e la propria poesia con mano
sicura, con un pizzico d'ironia (anche questa una
sua peculiarità già notata), con
parole precise, avvolgenti, cercate senza essere
ricercate. Il risultato è poesia d'amore.
Così, semplicemente, senza altri
aggettivi.
- Come le altre poesie, quelle delle altre
sezioni, sono di volta in volta poesia
dell'isolamento o della delusione, della ricerca
senza meta o della meta improvvisamente trovata,
del tempo e della memoria, della verità e
della bugia. Senza molti altri aggettivi. Unite da
una generale assenza di rabbia - col che sembrano
superati certi momenti della raccolta precedente -
per quanto non manchino accenti di denuncia nei
confronti delle malattie della società e
dell'uomo moderni "(Fusti / e fusti / di bianco /
torbido / liquame, nequizie/ nefandezze /
corruzioni / dell'armonia, / se mai / ve n'è
stata una)"; il tono resta comunque pacato,
limpido, privo di sbavature retoriche. Come si
conviene a uno sguardo lucido che registra con
intelligenza poetica i pensieri e li mescola a
immagini oniriche, a visioni senza tempo. Tutto,
infatti, è collocato in una dimensione densa
e corporea ma priva di precise coordinate spazio
temporali; l'unico orologio è quello della
mente che associa liberamente oggetti, profumi e
colori liberandoli dal loro contesto usuale, come
esplicitamente dichiarato in Del fare poesia:
"Riempirò / catini / di parole astruse / in
astrusa successione / perché le vene /
possano ribollire e gli occhi aprirsi / e tuffarsi
dai trampolini"; dove, tra l'altro, compaiono
giochi retorici non casuali che mostrano la
dimestichezza dell'autore con gli strumenti tipici
del discorso poetico.
- "Chissà se è arte o soltanto
la mia marijuana", conclude provocatoriamente Violi
nella stessa poesia; in fondo, non ha molta
importanza. Importante è che con questa
poesia "scivoliamo / inesorabilmente / verso / la
saggezza / e l'espansione / di nuovo / per poco /
eppure di nuovo".
-
- Olivia Trioschi
|