- Ha
pubblicato il romanzo
-
- Andrea
Violi, L'araba
fenice,
editrice Montedit, 1997,
- pp.
32, Lit. 6.000, ISBN
88-86957-26-2.
-
PREFAZIONE
- L'araba
fenice è quel leggendario e variopinto
uccello capace di risorgere dalle proprie ceneri,
caratteristica questa che la rendeva sacra agli
egizi. Ai nostri giorni, poveri di miti e
illusioni, l'araba fenice non è ormai altro
che un gioco retorico talvolta usato per indicare
cosa più unica che rara. Ci incuriosisce
assai, quindi, la scelta di un siffatto titolo per
questa silloge, autore il giovane poeta emiliano
Andrea Violi.
- Perché
"Araba fenice"? Forse perché la poesia pare
in questi nostri anni sempre sul punto di morire,
eppure sempre rinasce, a dispetto di un mondo
vorace e frettoloso? O forse perché è
l'uomo stesso a essere in procinto di morire, e
l'augurio è proprio quello che dalle sue
ceneri ne possa sorgere un altro, magari diverso
(e, perché no, migliore)?
- Non
può esistere, è ovvio, un'unica
risposta. D'altro canto, abbiamo proposto solo due
tra i molti spunti di riflessione che un titolo
così carico di valenze simboliche può
generare; lasceremo dunque al lettore di
immaginarsene altri, con l'avviso che non si tratta
di innocenti indovinelli. Non si sa mai dove
può condurre il volo di un uccello
così raro e coraggioso come l'araba
fenice.
- Dove la
fenice abbia condotto Andrea Violi è qui,
sotto i nostri occhi: un agile volumetto di venti
poesie divise in tre sezioni che portano, in una
significativa "escalation", dalla "Fatica della
vita" alle "Visioni" e infine agli "Uomini". Una
divisione accurata che rispetta cambiamenti di
ordine tematico, non stilistico. Quest'ultimo
appare al contrario decisamente coerente in ogni
parte della raccolta: conciso, essenziale e
moderno. Proviamo a spiegare meglio questi
aggettivi: conciso perchè l'autore
privilegia poesie brevi con brevi versi sciolti;
essenziale perché vi è bandito ogni
assolo virtuosamente lirico, ogni angosciosa quanto
retorica domanda esistenziale, ogni estasi di
fronte agli spettacoli della natura o all'oggetto
d'amore; moderno perché tale è il
linguaggio, che non disdegna l'uso di termini
anglofoni o gergali senza tuttavia strafare o
eccedere nel giovanilismo a tutti i costi. Si
tratta, per dir così, di poesia di fine
secolo: ironica, disincantata, alla ricerca di
nuove parole per raccontare vecchie riflessioni o
emozioni.
- Perché,
certo, la poesia avrà sempre come suo ultimo
fine quello di comunicare stati d'animo, domande,
pensieri sull'uomo e sul mondo. Che è poi
quello che fa anche Violi, partendo per l'appunto
dalla "Fatica della vita", prima e più
corposa sezione del te-sto. Qui, accanto a poesie
divertenti e visionarie, come "Incommuniqué"
(vera girandola di situazioni impossibili che solo
a malincuore non osiamo definire metafora del caos
contemporaneo; e, sia detto di sfuggita, ci sembra
direttamente ispirata a qualche vorticosa sequenza
di un film di Wim Wenders) troviamo testi
più meditativi, più strettamente
legati all'esperienza individuale ("Fatica") o,
ancora, versi in cui la giocosità della rima
e delle iterazioni e allitterazioni interne pone
ancor più in risalto l'assurda ingiustizia
della quotidiana fatica del lavoro
("Coltivazione"); la "Fatica della vita" è
fatta anche di "tragedie" collettive, come
efficacemente sintetizzato nell'omonima poesia, e
persino di un "Brivido strano", dove l'originale
accostamento di petali azzurri e alberi biondi pare
evocare l'incorporea presenza di una fanciulla su
cui è possibile arrampicarsi come su di un
alto fusto.
- In "Una
visione" sono raccolte poesie, per l'appunto,
visionarie: immagini talvolta spaventose di fine
millennio, bagliori di computer e televisioni
impazzite che mitragliano gli spettatori con luci e
personaggi acri e dissonanti; in mezzo a questo
tumulto uomini, donne e bambini dai "visi segnati
dal nulla che non suscitano neppure pietà".
E tuttavia la sezione, densa di atmosfere cupe,
percorsa da un pressante e silenzioso S.O.S. (si
salvi chi può) si chiude con un'emblematica
parola: "sopravviverà". Ebbene, l'uomo
sopravviverà anche a se stesso,
perché (grazie al cielo) "non solamente i /
battimani faranno / rumore, ma anche / le gocce
nelle grondaie / e gli aghi sui
pini".
- Infine
l'ultima sezione, "Uomini e uomini". Quattro belle
poesie ricche di movimento e colori, che bilanciano
con il loro sapore di ballata, coi loro ritmi
veloci e giocosi le cupe atmosfere di "Una
visione". Il compito di chiudere questa parte, e
l'intera raccolta, è affidato a "Heroes",
eroi, e la scelta ci pare quanto mai significativa.
Ognuno di noi è, in fondo, un eroe di tutti
i giorni, che sull'esempio dell'araba fenice deve
trovare il coraggio di tirar fuori dalle proprie
ceneri quanto gli occorre per andare avanti:
"faranno capriole / spettacolari e dolorose -
scrive Violi - ma ritroveranno / lo
zenit".
- E
allora via, a volare ancora.
-
- Olivia
Trioschi
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