LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA
Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
- Andrea Ravani - Gli occhi della memoria
Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi) cm 12x17 - pp. 40 - Euro 4,70 - ISBN 88-8356-564-9
Pubblicazione realizzata con il contributo de
IL CLUB degli autori in quanto l'autore è finalista nel concorso letterario "J. Prévert" 2003
Prefazione - V'è in questa raccolta di versi una certa venatura malinconica ed una sorta di lacerazione/macerazione esistenziale ma questa propensione non deve trarre in inganno. L'eterogenea miscela di immagini e testimonianze nonché le atmosfere crepuscolari e dolenti dove l'anima si abbandona/alla malinconia dell'orizzonte fanno sempre riferimento a quella ricerca interiore profonda ed estremamente attiva che conduce infine il poeta alla tanto attesa rivelazione.
- Non v'è dubbio che il percorso è arduo e faticoso: l'uomo quotidianamente si cerca nel labirinto dei segni/si smarrisce nell'eco della memoria; le sue parole sono gocce di sudore dell'anima che cadono sui fogli bianchi in attesa di un segno di speranza; i suoi pensieri percorrono l'universo e attraversano zone dove fatalmente l'uomo lascia residui della propria vita le cose abbandonate e tradite come bottiglie vuote/impolverate dal tempo; i colori della vita sfumano inesorabili, il tempo si consuma nella fatica, le attese fanno sprofondare nella noia più nera e nell'immobile gelo delle cose andate occhi muti nell'aria/nel tempo senza volto/tessono la memoria; e infine assistiamo alla lenta riemersione dagli incubi, ecco allora l'avvicinamento a quella serenità interiore, per godere e gioire della luce del giorno quando finalmente il poeta si rivede come un bambino che sogna/sdraiato in un prato.
- Le atmosfere alle quali Andrea Ravani fa riferimento sono il substrato del suo sentire poetico e la visione intimista che anima ogni cosa scaturisce da uno sguardo, profondo ed attento, della realtà vissuta intensamente: l'osservazione genera forti ripercussioni nel suo pensiero fino ad elevarsi a salvazione per non impantanarsi nell'oblìo, per non smarrirsi nel buio, per non lasciarsi incantare dalle apparenze perché è consapevole che la vita é una continua e sofferta conquista.
- Il poeta porta dentro di sé un cielo senza fondo/pesante come piombo ancor più doloroso delle ferite della vita; il poeta scivola senza pena, cade nel vuoto e si perde nel silenzio assoluto, sospira nel tempo che ancora gli è concesso, libera infine lacrime nascoste per eliminare residui nocivi che avvelenano la sua esistenza.
- In alcune poesie non è un caso che il poeta evada dal suo isolamento volontario e interrompa, attraverso i recuperi della memoria, quel riacutizzarsi della sofferenza e cerchi di dare un ordine razionale a quella eruzione continua di sofferte parole, delusioni, attese e speranze che avvolgono e soffocano: intraveda un possibile varco dal quale scivolar via per andare oltre il male di vivere, per superare l'ossessione ed il parossismo.
- Come ultima considerazione preme osservare, e credo non vi sia alcun dubbio, che il linguaggio di Andrea Ravani è cristallino e sintetico, scevro da orpelli inutili e specchio fedele del suo sentire poetico: la parola, sofferta e meditata, riacquista la sua forza primigenia come in alcuni passaggi dove raggiunge un momento etico e l'ispirazione poetica accompagnata dalla piena coscienza di sé sembrano tendere ad una rinascita individuale dove pare dissolversi ogni rimpianto.
Massimo Barile
Gli occhi della memoria
- Volti spenti nel vento
- volano suoni persi.
- Parole, secche foglie
- corrono senza meta.
- Il bianco crepuscolo
- lontano sfuma lento.
- Vibra la ragnatela
- nell'immobile gelo
- delle cose andate.
- Occhi muti nell'aria
- nel tempo senza volto
- tessono la memoria.
- Quei fiori troppo tristi
- per far rinascere il passato
- grigio di pietra liscia
- su cui scivola via la memoria.
- Quell'aria densa di acqua
- ricordo l'impacciato silenzio.
- Incrocio lo sguardo immobile
- di un ritratto d'altri tempi.
- Lontano lo guardo sorridente
- la sua giovinezza sconosciuta.
- Ne ho tradite molte
- di cose,
- abbandonate lungo la strada
- come valige dimenticate
- da un viandante distratto
- rapito da un pensiero improvviso
- (o forse portato via dal vento
- o dalle ruote di un autocarro
- piombato inavvertito
- sul suo sguardo stupito.)
- Ma le cose restano da qualche parte
- come bottiglie vuote
- impolverate dal tempo
- attendono su un tavolo
- nel silenzio di una stanza.
- Ripasserà per caso un giorno
- la vita,
- e si domanderà stupita
- chi mai lasciò
- all'improvviso quelle bottiglie
- senza sapere che non sarebbe tornato.
- Il vaporetto scivola piano
- sulle calme acque.
- Lo sguardo si tuffa lontano
- nel cielo terso
- scivola sull'orizzonte piano.
- Nell'immoto caldo, sul denso mare
- severe cupole
- case asserragliate strette abbarbicate
- trattengono il tempo,
- viscida alga che vuol ridare spazio
- alle conquistate acque.
- In un villaggetto di mattoni
- un placido campanile stanco
- ingobbito dagli anni
- dalla fatica fatto saggio
- pare placare la lotta perenne
- tra concreta terra e misterioso mare.
- Nell'immobile luce,
- accanto al canaletto puzzolente,
- s'arrendono le sterpaglie secche
- e la boscaglia bruciata al sole.
- Il calore di quel giorno sarà per sempre.
- Il fringuello canticchia sull'alberello
- gli esili rami mossi dal venticello.
- Si agita, pallottola di piume
- all'oscillar dell'erba, verde dune.
- Il suo canto lontano
- si confonde al suono di un aeroplano.
- L'aria tiepida portata dal vento
- addormenta il ragazzo contento,
- quel che non ritrovi più da tempo
- la serena apatia del momento.
- I colori sfumano la sera,
- il gatto circospetto
- passeggia nel silenzio perfetto.
- La gazza nera
- si tuffa nell'aria cilestre
- infrangendo la quiete silvestre.
- Il gatto s'arresta sospettoso
- immobile annusa il vento
- tende l'orecchio attento.
- S'incammina orgoglioso
- con passo felpato
- attraversa il prato.
- Cerca una preda
- sino all'ultima ora
- quando incontra una vecchia signora.
- Tutto incurvato da una parte
- parla da solo.
- Magro, insignificante e rugoso
- incespica per la via.
- Occhiali in bilico sul naso
- sguardo perso lontano.
- Un sacchetto usato nella mano
- la sigaretta stretta
- tra le dita legnose.
- I vestiti mai stirati, stropicciati
- sempre sporchi mai lavati.
- Un volto assorto
- ingobbito il corpo
- smagrito dai pensieri,
- fiele suggerito dalla memoria,
- come se non fosse una qualsiasi storia.
- Per la strada
- non occupa un posto tra la gente.
- Parla e si risponde
- quasi non volesse niente.
- Ma una voce calda e piena
- dal suo petto scarno e magro
- esce premurosa
- come un lieve gesto della mano.
- Lo sguardo mai si posa sulle cose
- non si alza agli occhi del compagno
- per non essere di peso
- per non arrecare danno.
- L'orizzonte tagliato dai denti
- tetti delle fabbriche.
- Le ciminiere unghie nere
- graffiano il cielo.
- Nelle strade la nebbia.
- Nel fracasso come fosse silenzio
- uomini accartocciati
- si guardano corrucciati
- camminano rapidi
- si sbirciano di nascosto
- da dietro il bavero corroso.
- Fra frastornanti omuncoli saltellanti
- si perde oscillante uno spettro di donna
- dal viso di creta e gli occhi di marmo.
- Salta rapida al centro dell'orgia
- per possedere tutti gli sguardi.
- Tutti l'abbracciano e saltellando le
- [strappano le mani,
- sta raggiungendo la perfezione estetica,
- si venderà per concedersi sempre.
- In un cubo scuro e umido,
- una scaglia di vetro acquerellato di sangue:
- lo specchio il cui riflesso acceca.
- Lasciatosi in un angolo un uomo,
- con la testa tra le ginocchia
- aspetta che l'ultimo fiammifero
- lasci l'ultimo fumo
- come un grido soffocato.
- Il telefono si beveva il suo cervello
- ogni giorno lo divorava lento.
- Dal letto sfatto
- osservava i suoi incubi danzare:
- la donna Vomitodisangue
- l'uomo Pescecane.
- Il grassone della porta accanto
- sorseggiando la televisione
- triturava ragazzine
- come noccioline.
- La vecchia ballerina Ossarotte
- rotolava per le scale
- con grazia di danza.
- Intanto i topi in cantina
- inconsapevoli della loro prossima fine
- s'accanivano sui copertoni delle biciclette.
- Ogni sogno, ricordo e rancore
- colò sul pavimento.
- La donna Vomitodisangue
- l'uomo Pescecane
- guardavano con sgomento.
- - Ci vuole un'iniezione di ritegno! -
- sentenziò il prete Puzzadisigaro
- ma lo disse scoreggiando rumorosamente
- e tutti risero fragorosamente.
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Ins. 06-10-2003