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Prefazione
- "L'arco di Eros" di
Alessandra Orsolato è un thriller avvincente
con un susseguirsi ininterrotto di colpi di scena,
impensabili connivenze, complotti, depistaggi e
reticenze. In una girandola d'azione e mistero, la
tensione non si allenta mai e le intuizioni, direi
quasi le illuminazioni, che dipanano, poco alla volta,
le pesanti ombre che incombono sui protagonisti e
sulle loro segrete pulsioni, non sono altro che
schegge creative utilizzate in modo magistrale per
ottenere il massimo coinvolgimento da parte del
lettore.
- Sul filo del rasoio
e in un intreccio che pare inestricabile si snoda la
vicenda di Rachele, semplice impiegata nella filiale
della Immobil, un'agenzia immobiliare che fa capo al
dottor Guido Puntella, uomo freddo e calcolatore,
misogino e arrogante, eppure Rachele si sente attratta
da lui e sogna di riuscire, una volta o l'altra, a
conquistare il suo cuore.
- La notte d'amore ci
sarà ma riserverà un'amara verità
che lascerà la donna sconvolta, piena di
rabbia, fino a farla sentire ingannata ed usata per
uno scopo che ancora non le appare chiaro. D'altronde
per quale motivo un individuo così freddo e
distaccato poteva aver ceduto alla passione per una
normalissima impiegata? Proprio lui che sottolineava
spesso di non aver mai provato una passione autentica
per una donna?
- Le risposte
arriveranno quando il dottor Puntella sarà
trovato morto, in un lago di sangue, nel suo ufficio,
accoltellato più volte con un tagliacarte: le
modalità fanno pensare ad un raptus omicida, ad
un omicidio passionale non premeditato.
- L'ultima persona a
vedere vivo il dottor Puntella è stata Rachele
e per lei inizia un incubo seguito subito dopo
dall'accusa di omicidio da parte del commissario
Moretti preposto ad indagare sull'efferato
delitto.
- A questo punto
entra in gioco l'avvocato Marianna Manghi, grande
amica di Rachele, che si occuperà della sua
difesa e cercherà di svelare il misterioso
delitto con un' attenta indagine sul campo ed
un'autentica "caccia psicologica" ai
sospettati.
- Verranno a galla le
losche attività dell'agenzia immobiliare, le
compravendite di ville lussuose che immancabilmente
sono oggetto di furti miliardari, tresche tra i vari
personaggi, amanti più o meno occulti,
avvelenamenti, vendette che risalgono al passato e
inaspettati colpi di scena che fanno da sfondo ad un
piano diabolico "quasi perfetto".
- In questo labirinto
narrativo Alessandra Orsolato scatena una tempesta di
indizi, supposizioni e "presunte verità" che
poco prima sembrano spiegare esattamente le dinamiche
e subito dopo devono essere riviste: ecco allora che
tutto si aggroviglia di nuovo aprendo inaspettate
direzioni, riscontrando sopravvenuti alibi, ma sempre
mantenendo un equilibrio tra l'ipotesi che nasce dal
"fiuto" e la spietata realtà
investigativa.
- Alessandra Orsolato
è impeccabile nel ritmo, puntuale nella
ricostruzione, magistrale nel dosare i protagonisti e
renderli "unici" fino a farli diventare i simboli
delle varie tipologie della personalità umana.
La trama è avvincente seppur complessa,
costruita in uno scenario davvero inquietante se non
angosciante. Esaltante la ricostruzione-requisitoria
finale con la sorprendente ed incredibile "ultima
verità".
- Devastante la
spietata sentenza: "Mai fidarsi di nessuno".
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Massimiliano
Del Duca
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- L'arco
di Eros
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- Antefatto
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- Per rispondere al
telefono che squillava in continuazione Danna era
stata costretta ad uscire dalla vasca da bagno,
asciugarsi in fretta e raggiungere a piedi nudi
l'apparecchio che stava su uno dei due comodini in
camera da letto. Mentre faceva quel percorso,
interrompendo il bagno con i sali dimagranti che si
concedeva ogni sabato pomeriggio, imprecava ad alta
voce e nello stesso tempo si augurava che chiunque ci
fosse all'altro capo del filo avesse un motivo
più che valido per disturbarla a quel
modo.
- Non appena
alzò il ricevitore Luisa non le diede neanche
il tempo di dire "pronto".
- - Ti devo parlare -
le disse a bruciapelo.
- - Spero per te che
sia molto importante.
- - Non posso
spiegarti al telefono. Vediamoci tra un'ora a casa
tua.
- E riattaccò
bruscamente.
- A Danna non rimase
che riattaccare a sua volta, tornare in bagno e
immergersi di nuovo. Ma ormai il relax era stato
interrotto e adesso quell'acqua salina troppo calda le
dava fastidio e quasi le toglieva il respiro. Inoltre
non poteva non pensare a quella telefonata. E
più ci pensava più aveva la sensazione
che nel tono di Luisa ci fosse stata una nota di
angoscia. Aveva riattaccato bruscamente, come se
avesse paura che qualcuno la stesse ascoltando. Non
aveva accennato a niente, aveva solo molta fretta. Si
era addirittura autoinvitata e questo non era da lei.
Che cosa doveva dirle di così
urgente?
- Mentre usciva dalla
vasca e si asciugava per la seconda volta si disse che
forse si trattava dei soliti problemi che donne come
Luisa, belle giovani e corteggiate da tutti potevano
spesso incontrare; magari questa volta il maschio di
turno le aveva dato un po' più di filo da
torcere e lei aveva solo bisogno di sfogarsi con
l'amica del cuore.
- Rassicurata da
questo tornò nella sua luminosa camera da letto
e cominciò a vestirsi. Scelse una tenuta
sportiva, con pantaloni ampi color Champagne e una
blusa morbida che mimetizzasse le curve "scomode" e
che regalasse femminilità anche ad una figura
troppo alta e troppo formosa come la sua.
- Poi scese al
negozio all'angolo e comprò pasticcini
siciliani, perché sapeva che Luisa ne andava
matta, una confezione di tè di Ceylon molto
pregiato e dei cioccolatini ripieni. Tornò in
casa, dispose in modo accurato i dolci sul tavolo
della cucina e tirò fuori dalla credenza
l'unico servizio da tè che aveva a
disposizione.
- La sua casa non era
grande, anzi il suo salario avrebbe sicuramente potuto
offrirle un appartamento più comodo, ma lei
pensava che fosse inutile avere tanto spazio non
sfruttato: era sola ed era convinta che lo sarebbe
rimasta per molto tempo. È vero che non era
certo una bella donna, ma era molto sicura di
sé e questo la rendeva anche molto avvenente.
Pochi uomini avevano saputo resisterle. Era
intelligente ed apprezzata da qualsiasi maschio che
avesse condiviso con lei un po' del suo tempo.
Nonostante questo però nessuno si era mai fatto
avanti in modo serio; e a trentasette anni compiuti,
quando la carriera è ormai avviata e non
c'è più bisogno di dedicarle tutte le
energie, è evidente che una donna desideri di
più.
- Stava pensando a
questo quando il suono del campanello la fece
sussultare. Al citofono non rispose nessuno, forse
perché Luisa stava già salendo le scale.
Infatti nel momento stesso in cui apriva la porta
l'amica le si presentò davanti porgendole un
pacchetto.
- - Pasticcini
siciliani per due ragazze sconsolate - annunciò
con voce solenne.
- - Li hai comprati
da Sammy? Abbiamo avuto la stessa idea - si
meravigliò Danna.
- - Tu sì che
mi conosci bene. Se non fossi una donna saresti un
marito perfetto - rispose Luisa
ammiccando.
- Entrarono ridendo e
si sedettero al tavolo dove un ottimo tè
fumante le aspettava.
- Mentre Danna le
porgeva il limone si disse che era stata una stupida a
pensare che Luisa potesse avere problemi. Sicuramente
voleva solo farsi una chiacchierata, altrimenti non
avrebbe portato dei dolci e il suo tono non sarebbe
stato così leggero. Ma si
sbagliava.
- - Mi conosci da
anni. Per questo mi fido solo di te. E per questo sono
qui oggi - disse Luisa dopo qualche
minuto.
- Gli sguardi delle
due donne si incrociarono, quasi che Danna avesse
intuito che la frase di Luisa non era per niente
scontata. Non si trattava di una battuta. Luisa aveva
appena fatto un'affermazione solenne, un'introduzione
ad un discorso serio. I suoi occhi non lasciavano
trasparire nulla di buono.
- - So che forse
può sembrarti ridicolo ma ho il timore che
possano farmi del male, magari uccidermi - disse
alzando la tazza per bere e guardando il volto
sconcertato di Danna. Poi continuò: - Ho
preparato una lettera nella quale spiego che sono
stata testimone di una conversazione compromettente
tra il mio principale e alcuni suoi
clienti.
- - Vuoi forse farmi
credere che sei implicata in qualcosa di più
grande di te?
- -
Indovinato.
- - Non è che
questo sia solo frutto della tua solita fantasia
galoppante?
- - È tutto
scritto qui - rispose Luisa porgendole una busta
sigillata. Danna la guardò per qualche
secondo.
- - Mi stai prendendo
in giro? - le domandò perplessa.
- Luisa ignorò
la domanda.
- - Se dovesse
succedermi qualcosa di grave ti prego di consegnarla
alla polizia.
- Danna non poteva
credere alle sue orecchie. Luisa sembrava davvero
seria. E molto preoccupata.
- Ma tutto questo era
troppo assurdo. Per allentare la tensione si
alzò dal tavolo e andò a raggiungere il
piccolo divano nell'angolo portandosi la tazza di
tè e invitando Luisa a fare lo
stesso.
- - Non vuoi
parlarmene subito? Magari forse riusciamo a vedere la
vicenda da un altro punto di vista.
- In quel momento
squillò il telefono. Danna andò in
salotto per rispondere e lasciò la porta della
cucina aperta in modo da poter vedere Luisa, quasi non
volesse lasciarla sola nemmeno per un
attimo.
- - Pronto? - disse
con voce annoiata.
- - Signora
Casoli?
- - Sì, sono
io. Chi parla?
- - Sono il dottor
Mancini. Sto cercando Luisa perché ho bisogno
di lei in ufficio. So che si trova lì, adesso.
Le dica che l'aspetto tra meno di un'ora. È
molto importante.
- A quelle parole un
brivido la agghiacciò all'istante.
Guardò Luisa che se ne stava seduta con l'aria
pensierosa a sgranocchiare un pasticcino e capì
immediatamente che tutto quello che le aveva detto non
era frutto della sua fantasia.
- Dopo un minuto di
silenzio che però a lei parve interminabile,
sentì la sua voce dire:
- - Mi dispiace. Non
so chi le abbia detto che Luisa sia qui. Non ci
vediamo mai durante il weekend. Non saprei nemmeno
dirle dove sia adesso.
- - Nel mio ufficio
tra meno di un'ora. Ripeto: è molto importante
- disse il dottor Mancini quasi senza ascoltarla. Poi
riattaccò.
- Luisa, sentendo
fare il suo nome si girò di scatto. Danna non
poté mai più dimenticare il terrore che
vide in quel momento negli occhi della sua
amica.
- Cercò
comunque di essere il più naturale
possibile.
- - Sa che sei qui -
le disse - Vuole che tu vada da lui tra meno di
un'ora.
- Luisa, quasi in
trance, si alzò e indicò la lettera
rimasta sul tavolo.
- - Consegnala alla
polizia se mi dovesse succedere qualcosa.
- Poi prese la
borsetta, diede un bacio sulla guancia a Danna che era
rimasta a guardarla senza dire una parola e si
avviò alla porta.
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- La domenica
successiva tutti i giornali del Canton Ticino e della
Lombardia riportavano a grandi titoli che una ragazza
sui trent'anni era stata trovata morta nei pressi di
Locarno; nuda e con il volto sfigurato. Gli esami
avevano potuto stabilire che il cadavere era quello di
Luisa Scocchi, ricordata da chi la conosceva bene come
una donna semplice, dedita solo al suo lavoro. Poco
lontano c'era stato il ritrovamento di un altro
cadavere, quello di un uomo di cinquant'anni che era
stato identificato come Franco Mancini, il
plurimiliardario agente immobiliare, meglio conosciuto
come il "play boy della Brianza". Gli inquirenti
avevano subito pensato che i due delitti fossero
collegati e che fossero stati maturati in ambienti
molto esclusivi.
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- Quello stesso
pomeriggio un ometto di mezza età, vestito
sciattamente e volgare nell'aspetto, saliva le scale
di una palazzina del centro e suonava al numero
33.
- Una donna dalla
figura imponente gli apriva la porta e, senza dire una
parola, gli consegnava una lettera...
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- L'appuntamento
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- Al suono della
sveglia appoggiata sul tavolino da camera, Rachele
aprì pigramente gli occhi. Si trovava ancora
nella stessa posizione prona di poche ora prima quando
si era svegliata per l'ultima volta nel corso della
notte e aveva pianto fino ad addormentarsi di nuovo.
Aveva ancora tra le mani il fazzoletto umido; lo
fissò per qualche secondo e lo mise sul
comodino. Girandosi nel letto vide che tra le imposte
penetrava un raggio di sole che rischiarava un po' la
camera e questo le diede la forza di mettere fuori le
gambe, infilare le morbide pantofole e raggiungere la
stanza da bagno. Mentre faceva la doccia anticipava
nella sua mente quella che sarebbe stata un'altra
noiosissima giornata, perfettamente uguale alla
precedente e a quella precedente ancora. Un misto di
tristezza, tedio e impotenza si erano ormai
impadroniti di lei e della sua vita, anche se, e di
questo ne era perfettamente consapevole, il solo fatto
che si trovasse a piangere nel cuore della notte la
faceva comunque sentire viva.
- Mentre accarezzava
la morbida pelle del corpo e si spalmava con cura un
olio profumato al mughetto non poteva immaginare che
invece quello sarebbe stato un giorno molto diverso
dagli altri e in un certo senso avrebbe cambiato tutto
il corso della sua esistenza.
- Era una donna come
ce ne sono tante in giro: il lavoro, tanti amici ma
nessun fidanzato, il pranzo con i genitori la
domenica. Forse la cosa che la faceva risultare
diversa agli occhi degli altri non era tanto il suo
viso di una bellezza davvero particolare, quanto il
groviglio di emozioni che portava dentro di sé
e che riusciva a far trasparire dai suoi grandi occhi
profondi, di un bel marrone lucido.
- Erano trascorsi
ormai due anni dal giorno in cui aveva festeggiato la
fine dei suoi studi e l'inizio, almeno così
pensava lei, di una brillante carriera professionale.
E invece si trovava relegata in un ufficio spoglio a
fare da spalla a Carlotta Simoni, la prima segretaria
di quella filiale della Immobil che come molte altre
sparse per tutta la Lombardia faceva capo al dottor
Puntella, un uomo misantropo e maniaco che trattava
tutti, ma in particolare le donne, come oggetti da
consumare e da sfruttare al meglio, ognuna si intende,
per diversi scopi e con diverse mansioni. Nonostante
questo però per lei quell'uomo aveva un fascino
oscuro che la faceva rabbrividire ogni volta che
incontrava il suo sguardo. Si era spesso chiesta da
dove venisse quella forma di attrazione, ma per quanto
si scervellasse, non era mai riuscita a trovare un
solo motivo per farsi piacere quell'uomo. Eppure le
piaceva davvero tanto. A tal punto da proiettare la
sua esistenza in una dimensione di sogno nella quale
si vedeva sposata a lui e madre dei suoi
figli.
- Mentre si preparava
la colazione pensava che prima o poi avrebbe dovuto
trovare il coraggio di dirgli ciò che provava
perché forse quello era l'unico modo di
liberarsi da una tensione che cresceva di giorno in
giorno e che non le dava pace. Poi, di colpo,
pensò che forse lui avrebbe potuto ridere di
lei, o peggio ancora prendersi gioco dei suoi
sentimenti e questo non lo avrebbe mai potuto
sopportare. L'odore del caffè che si propagava
per tutta la cucina la riportò alla vita reale.
Si sedette a capotavola e consumò pigramente
l'uovo fritto con sopra del formaggio fuso. Dopo aver
sorseggiato con calma il caffè ripose le
stoviglie sporche nel lavello, tornò in bagno
per lavarsi i denti, si truccò e finalmente fu
pronta per andare al lavoro.
- In ufficio tutto
era uguale a sempre. Salutò senza tanto
entusiasmo i suoi colleghi: Martino, il contabile,
Gianni il commerciale e Carlotta, la prima segretaria,
l'unica collega femmina con la quale non riusciva a
diventare né amica né tanto meno nemica.
Diede il buongiorno anche al direttore, il dottor
Miccoli, il quale era sempre talmente occupato che
anche rispondere al saluto mattutino di una segretaria
risultava per lui una perdita di tempo.
- Per tutto il giorno
ci fu un andirivieni di clienti abituali che Carlotta
trattava sempre con grande professionalità,
più alcuni nuovi acquisiti che invece furono
ricevuti direttamente da Miccoli, nel suo ufficio
privato. A Rachele era toccato l'ingrato compito di
servire loro il caffè e di accompagnarlo con un
sorriso di circostanza.
- La pausa per il
pranzo fu come al solito veloce e per nulla
rigenerante. Sia lei sia gli altri colleghi presero un
panino "da Giulio" il bar al piano terra dello stabile
dove si trovava la Immobil e per tutto il tempo si
parlò del lavoro che li aspettava nel
pomeriggio. Come faceva tutti i giorni a quell'ora,
accese il suo telefonino per vedere se qualcuno
l'avesse chiamata o se ci fossero messaggi da leggere
o da ascoltare nella segreteria. Vi trovò un
unico sms che le aveva inviato Felipe, il portinaio,
invaghito di lei fin dal primo giorno in cui la vide e
del quale non era mai riuscita a scrollarsi di dosso
la presenza asfissiante. Cercava sempre di non
incontrarlo quando entrava nel grande atrio e prendeva
l'ascensore perché così poteva evitare
di passare davanti alla guardiola e di essere
costretta a salutarlo. Ma evidentemente anche quella
mattina lui l'aveva notata perché il messaggio
diceva "oggi sei davero splendida". Con un sospiro di
ribrezzo, più che di impazienza cancellò
quelle parole stupide e scontate senza fare commenti e
lasciò cadere il cellulare nella borsetta.
Continuò a mangiare facendo finta di ascoltare
quel bellimbusto di Gianni che stava raccontando di
come quella mattina avesse fatto colpo sulla moglie di
un cliente. Improvvisamente lo squillo del telefonino
la fece sussultare. Aprì velocemente la
borsetta, prese il piccolo cellulare e guardò
il display. Doveva aver fatto un'espressione tra il
sorpreso e l'imbarazzato perché Carlotta, che
la stava osservando, le disse con tono scherzoso che
non doveva preoccuparsi della loro presenza, che
poteva parlare liberamente e che non erano curiosi di
sapere chi fosse il fortunato. Rachele non rispose. Si
alzò velocemente incurante delle risatine a
doppio senso di Gianni e Martino e uscì in
strada con il cuore che le batteva a mille. Sul
display c'era un nome che vedeva molto di rado:
Puntella. Con il fiato sospeso, guardando fissa quel
piccolo schermo che si illuminava ad ogni squillo,
rimase per un attimo a riflettere. La sua profonda
insicurezza, che sembrava non andarsene mai nonostante
il passare degli anni, la portò a credere che
il dottor Puntella la chiamasse per rimproverarla; di
che cosa non avrebbe saputo dirlo nemmeno lei, ma
aveva quasi la certezza che se avesse premuto quel
piccolo tasto verde, la tranquillità di quella
giornata sarebbe sfumata in un attimo. Malgrado
questo, o forse proprio per questo, decise di
rispondere.
- -
Pronto?
- All'altro capo
sentì una voce calda e profonda.
- - Ciao,
bambina.
- Già,
bambina. Quel nomignolo che il dottor Puntella le
aveva affibbiato non tanto con tono vezzeggiativo,
quanto per farla sentire una nullità, riusciva
perfettamente nel suo intento. Non le lasciò
nemmeno il tempo di dire che stava bene e
proseguì.
- - Senti, io sono a
Brescia in questo momento. In serata potrei passare
per Como e sistemare la questione della pratica
Cancellieri.
- - Non si deve
disturbare - rispose Rachele cercando di mimetizzare
il tremolio della voce e di darsi un'aria
distaccata.
- - Ho archiviato la
pratica io stessa. È tutto a posto ora. Il
saldo inizialmente non tornava ma ho parlato
personalmente con il professore e dice che è
disposto ad effettuare un nuovo versamento con la
differenza; il problema quindi si dovrebbe risolvere
automaticamente.
- - Ah, è
così?... Beh, credo sia meglio che verifichi di
persona. Facciamo per le sette e mezza?
- - Veramente io
questa sera sono a cena dai miei... Beh, forse posso
rimandare... Sì, va bene. D'accordo. L'aspetto
alle sette e mezza qui all'ufficio di Viale
Venturini.
- - Fammi un favore
però - disse Puntella prima di chiudere la
comunicazione - Non dire a nessuno che questa sera
sarò lì.
- Rachele non poteva
credere alle sue orecchie. Perché non voleva
far sapere che sarebbe venuto a Como? Quando decideva
di fare visita a quella filiale voleva sempre
verificare che tutto procedesse per il meglio; voleva
parlare con tutti, esaminare tutti, osservarli come
fossero scarafaggi sottovetro. Perché questa
volta era diverso?
- Di solito faceva
sentire la sua massima autorità sempre
telefonicamente dall'ufficio principale di Locarno;
dettava ordini al dottor Miccoli che a sua volta
doveva farli eseguire da tutto lo staff.
- Perché
questa volta il grande Puntella si disturbava a venire
per una sola pratica e soprattutto perché aveva
chiamato solo lei al cellulare? Era liberissimo di
andare a Como ogni qualvolta lo desiderasse, anche
all'insaputa di tutti, ovviamente. Perché
avvisare lei che comunque era l'ultima là
dentro? Perché per esempio non chiamare in
ufficio e parlare con il dottor Miccoli o con
Carlotta? L'uno era il dirigente e l'altra la prima
impiegata; se una qualche pratica avesse creato
problemi erano loro le uniche persone in grado di
farvi fronte.
- Che avesse invece
voluto parlare proprio con lei? Magari di
licenziamento? Era plausibile. Ecco perché non
aveva avvisato nessun'altro. Questo era il vero
motivo. Non sarebbe venuto per la pratica ma per
licenziarla!
- Affranta
rientrò nel bar e neanche si rese conto che i
suoi colleghi nel frattempo erano saliti perché
l'ora della pausa era terminata. Pagò il conto
a Giulio e si affrettò a raggiungere anche lei
gli uffici al quarto piano. Il piccolo bar aveva una
porta interna che dava direttamente nell'atrio dello
stabile; lo attraversò e come al solito si
avviò verso la porta
dell'ascensore.
- - Ciao bellissima -
sentì una voce dietro di lei.
- - Felipe! Mi hai
quasi spaventata. Cosa fai nascosto dietro la porta
del ripostiglio?
- - Pulisco. È
il mio lavoro - le rispose quell'ometto con un sorriso
mesto.
- Rachele
pensò che forse non doveva essere così
categorica nell'evitarlo. In fondo era una persona
sola e faceva pena. Inoltre dava l'impressione di
avere la mente sveglia e di essere molto perspicace.
Sicuramente era più adatto a stare dietro una
scrivania, magari in qualche ufficio legale o di
import-export, piuttosto che consegnare
quotidianamente la posta, filtrare le telefonate e
tenere pulite le scale, ma la sua condizione di
immigrato dallo Sri Lanka non gli aveva lasciato
scelta. Forse Rachele gli sorrise pensando a questo,
perché il velo di tristezza sul quel volto
scuro lasciò il posto ad uno sguardo illuminato
e ad una fila di denti bianchissimi. Stava quasi per
afferrarle un braccio, come per trattenerla ma
fortunatamente in quel momento arrivò
l'ascensore e la ragazza sparì dietro le porte
automatiche.
- Raggiunto l'ufficio
si sedette alla scrivania cercando con grande fatica
di concentrarsi sul lavoro e di completare alcune
pratiche che le aveva assegnato Carlotta, mentre lei
nel frattempo si intratteneva con il dottor Carosi, un
cliente importante e un uomo molto discusso che stava
meditando un nuovo acquisto sulla costa Smeralda.
Nonostante facesse di tutto per dimenticare la parola
licenziamento questa le martellava continuamente la
testa e sentiva, lei come del resto anche gli altri
colleghi, che la sua presenza là era solo
fisica. Il pensiero era altrove.
- Purtroppo, come
succede sempre in questi casi, rimuginare su un
problema, anche se immaginario, porta ad ingigantire
tutto e a perdere il controllo della situazione. E
così fu.
- Vedendo che non
avrebbe concluso granché quel pomeriggio,
chiese il permesso di andarsene a casa anticipatamente
e lo motivò dicendo che forse il panino che
aveva mangiato al bar era avariato; le aveva procurato
una forte nausea ed un grande malessere.
- Salutò tutti
frettolosamente con un timido arrivederci e
uscì quasi scappando da quegli uffici; prese
l'ascensore, attraversò di corsa l'atrio per
evitare inconvenienti e si diresse verso la sua
utilitaria. Percorse la poca strada che la separava da
casa sua e, sempre con il chiodo fisso dell'imminente
licenziamento e la ricerca disperata di un nuovo
lavoro che non sarebbe riuscita a trovare,
entrò in casa, si spogliò, andò
diritta verso la sua vasca da bagno e là
rimase, cercando di cancellare quegli orribili
pensieri con la fragranza che emanava il bagno di
schiuma.
- Ma la tensione si
faceva sempre più forte, a mano a mano che
l'ora dell'appuntamento si avvicinava.
- Non sapeva il
perché, ma sapeva che quella sera si sarebbe
dovuto scrivere un pezzo del suo destino.
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- Cinque ore
più tardi salì di nuovo in macchina e si
diresse verso l'ufficio.
- Era fasciata da un
vestito lungo color cenere di rosa che le si
appoggiava morbidamente sui fianchi e lasciava
intravedere la bella linea del corpo. Ai piedi
indossava sandali argento dal tacco alto e slanciato
che le permettevano un'andatura sinuosa. Un finissimo
scialle argenteo le cadeva sulle spalle nude e i
capelli raccolti, di un castano scuro e brillante,
s'intonavano perfettamente al trucco, leggero e
sofisticato, e alla pelle leggermente ambrata. Al dito
aveva messo il brillante che le aveva regalato Amedeo,
l'ultimo dei suoi fidanzati del quale conservava
ancora i regali importanti nonostante si fossero
lasciati in malo modo. L'anello era una precauzione
per sé stessa più che per il suo datore
di lavoro: se lui ci avesse provato, lei avrebbe
potuto o dovuto rifiutare; se lui non ci avesse
provato, non era perché non gli piacesse quella
segretaria così attraente, ma perché si
era accorto che era fidanzata!
- Stava pensando a
questo tra sé e sé, quasi per costruire
un alibi alla sua insicurezza, e non si accorse
neppure che aveva gradualmente spostato il pensiero
dal licenziamento alla lussuriosa immagine del suo
datore di lavoro che desiderava la compagnia di una
delle sue impiegate.
- Nel frattempo era
ormai arrivata in Viale Venturini. La macchina del
dottor Puntella non si vedeva, forse doveva ancora
arrivare. Guardò il finissimo orologio d'oro
bianco che portava al polso e vide che erano ormai le
sette e quaranta. Si disse che lo avrebbe aspettato in
ufficio e non in strada, non solo perché le
sembrava più carino ma soprattutto per evitare
che Felipe potesse vederla e decidere di farle
compagnia durante l'attesa. Raggiunse quindi la soglia
del suo ufficio e inserì la chiave nella toppa;
ma questa girava a vuoto... Il dottor Puntella l'aveva
preceduta.
- Emozionata e anche
un po' spaventata si fece coraggio, spinse l'uscio ed
entrò nell'ufficio dirigenziale.
- Il dottor Guido
Puntella se ne stava seduto sulla sedia di pelle
davanti alla scrivania principale come un re sul suo
trono. Bello. Quasi bello. Incredibilmente
affascinante, con copiosi riccioli neri nonostante
avesse da tempo superato la quarantina e con lo
sguardo più acceso che mai, più
misterioso che mai. Quel sorriso che poteva dire tutto
e niente fece raggelare la povera
segretaria.
- - Ciao, bambina.
Come va?
- - Bene, grazie.
Scusi il ritardo, ma ho dovuto prima sistemare alcune
cose. Diceva della pratica Cancellieri?
- Impulsivamente
aveva cercato di spostare la conversazione da subito
su quello che poteva o doveva essere il motivo,
l'unico motivo, della visita del dirigente. Ma il
dottor Puntella le sorrise maliziosamente.
- - Ehi, ma quanta
fretta. Non sai dirmi altro, dopo mesi che non ci
vediamo?
- In effetti era
passato un bel po' di tempo dall'ultimo loro incontro
e Rachele lo aveva quasi rimosso per la sensazione
spiacevole che le aveva lasciato. Ora col pensiero era
tornata indietro di circa sei mesi, quando durante
l'ultima visita aveva cercato di lamentarsi del dottor
Miccoli, di come la trattasse male e dei compiti al di
sotto delle sue possibilità che puntualmente le
affidava. Cercò di pesare bene le parole e di
sceglierle in modo molto accurato ma qualcosa non
aveva funzionato perché Puntella aveva capito
che Rachele accusasse Miccoli di averla in qualche
modo messa da parte solo perché era una
femmina. Puntella, neanche tanto velatamente,
appoggiava questo sistema maschilista e perciò
Rachele si sentì dire che "Doveva lavorare
invece che tentare di sedurre colleghi e superiori;
che le sue gambe dovevano servire solo per far muovere
il suo fondoschiena dalla sedia e non per essere
accavallate per il piacere, vero o presunto, degli
uomini dell'ufficio, clienti compresi". Nessuno
l'aveva mai umiliata tanto. Si ricordò di come
fosse uscita di corsa dallo studio ancora gremito di
clienti e avesse sfogato la sua rabbia e la sua
frustrazione in macchina, piangendo a dirotto come una
bambina alla quale era stato tolto il giocattolo
preferito. L'aveva raggiunta Marianna, la sua amica
avvocatessa che lavorava in uno degli studi legali
all'ultimo piano dello stabile e che, per puro caso,
si trovava in strada quando Rachele salì di
corsa sulla sua Fiat Punto. Marianna la vide,
capì immediatamente quale poteva essere la
causa, o meglio chi poteva essere la causa del
dispiacere della sua amica e salì dal lato del
passeggero, pronta ad assorbire lo sfogo di Rachele
umiliata ingiustamente e soprattutto offesa. Marianna
era capitata al posto giusto e al momento giusto,
perché aveva la capacità innata di
rovesciare le avversità della vita e vedere il
lato positivo anche nelle vicende più oscure,
sia del proprio vissuto che di quello degli altri.
"Non preoccuparti" le aveva detto, accompagnando le
parole con la sua solita risata cristallina che
metteva sempre allegria "È solo invidioso
perché non ha le gambe così belle da
poterle mettere in mostra!"
- Pensando a questo,
Rachele non si era accorta che nel frattempo Puntella
si era alzato dalla poltrona di pelle nera e le si era
avvicinato quel tanto che bastava per farla arrossire
dall'imbarazzo. Un imbarazzo che però le
piaceva tanto.
- Fuori era ancora
chiaro. L'estate non era ancora terminata e la serata
prometteva quell'atmosfera magica che solo le sere
d'estate riescono a regalare.
- La mano del dottor
Puntella era calda. Rachele sentiva quel calore
sfiorarle il viso e poi scendere giù lungo la
schiena scoperta. Un brivido indescrivibile si
impadronì di lei che quasi per istinto chiuse
gli occhi e si abbandonò tra le braccia del suo
irresistibile seduttore. Il dottor Puntella, Guido, la
avvolse in un tenerissimo abbraccio e la baciò.
Prima dolcemente, poi sempre più
appassionatamente.
- Fecero l'amore
nella stanza dei ricevimenti, su una delle morbide
poltrone riservate agli ospiti. Tante volte Rachele in
cuor suo aveva sognato un momento del genere. Ed ora
lo stava vivendo, ma per lei era talmente bello e
magico che neanche si rendeva conto di
questo.
- Se ne stava semi
sdraiata, con il vestito sgualcito e morbidamente
alzato sulla vita, in modo da lasciare libere le belle
gambe che, quasi senza rendersene conto e per una
sottile e sadica vendetta tutta al femminile, metteva
in mostra con una tale classe da sembrare una diva
holliwoodiana. E si sentiva esattamente così.
Una diva. Sapeva che con il suo charme era riuscita
finalmente a dominare quell'uomo così forte ed
arrogante e che in quel momento non era altro che un
cucciolo in suo potere che chiedeva le sue attenzioni.
Il corpo umido di lui le stava sopra e lei sentiva un
misto di profumo maschile, uno dei più
pregiati, e di odore di pelle eccitata. Quando il suo
petto villoso si appoggiò dolcemente ai seni di
lei, il contatto tra i corpi li portò entrambi
in un paradisiaco godimento che si esprimeva con
gemiti e parole appena sussurrate.
- Nessuno dei due
seppe dire quanto tempo trascorse tra il saluto
professionale di lei e l'esplodere della passione.
Rachele capì che doveva essere molto tardi dal
suono del campanile di S. Tommaso che si trovava a
pochi passi dall'ufficio e che mentre si ricomponevano
alla meglio batteva i dodici colpi. Era arrivata la
mezzanotte e nessuno dei due aveva sentito la
necessità di uscire, di mangiare un boccone.
Avevano solo bevuto lo Champagne che Puntella aveva
versato a più riprese in due calici disposti
sul tavolino accanto ad un comodo sofà di
pelle, solitamente destinato ai clienti più
importanti. Nessuno dei due aveva sentito la
stanchezza di una giornata di lavoro tanto faticosa.
Nessuno dei due.
- Non appena furono
composti e si resero conto di che cosa era successo,
il dottor Puntella per sdrammatizzare cominciò
a lamentarsi del caldo che faceva in quella stanza e
propose un giro notturno in centro città. Ma
lei era ancora immersa in quell'atmosfera languida e
rispose con un accenno delle labbra, quasi volesse
dire qualche cosa ma la voce non potesse uscire.
Allora lui le si avvicinò, con il pollice e
l'indice della mano destra le schiuse delicatamente le
labbra e sulla bocca socchiusa vi appoggiò le
sue. Si baciarono. Dappertutto. Ricominciarono a fare
l'amore in modo ancora più appassionato. Senza
più imbarazzi da parte di lei che si
svestì completamente lasciando vedere un corpo
liscio, abbronzato, quasi senza difetti. Aveva tenuto
solo i sandali e questo particolare fece eccitare a
dismisura il suo uomo. Lo aveva capito dal suo sguardo
e dal calore che emanava il suo corpo. Come una furia
la spinse verso la scrivania piena di carte le
buttò tutte a terra e la adagiò in modo
deciso sul tavolo; poi si chinò sul suo corpo e
cominciò a baciarla facendola godere di un
piacere sconvolgente. Lei stessa ne ebbe quasi paura.
Le sue mani e la sua bocca si muovevano quasi
meccanicamente, da persona esperta. Ma quei gesti
meccanici lasciavano trasparire una passione ed una
dolcezza che Rachele non pensava che uomini come il
dottor Puntella potessero mai avere.
- Rimasero ancora
molto tempo tra effusioni e sospiri e poi, entrambi
esausti si addormentarono, l'uno sulla poltrona
dirigenziale che stava ad un capo del tavolo delle
riunioni, l'altra sulla poltrona di pelle che li aveva
ospitati per ore così piacevoli. Era ormai
mattina presto quando Rachele per prima riaprì
gli occhi. Guido stava ancora dormendo e lei lo
osservò a lungo prima di alzarsi da quella
poltrona e raggiungere la toilette per riassettarsi.
Mentre lasciava scorrere l'acqua fresca nel lavandino
guardò la sua immagine nel piccolo specchio
attaccato al muro e vide una donna felice, soddisfatta
di vivere e piena di sogni. Pensava già a
quando sarebbe andata a scegliere il vestito da sposa,
a dove avrebbero consumato la loro prima notte di
nozze, a quanti figli avrebbero avuto. Poi, con un
sorriso che veniva dal cuore si chinò sul
lavandino pieno d'acqua e si sciacquò il viso a
più riprese. Sapeva che così avrebbe
levato quasi tutto il trucco ma pensava che comunque a
Guido questo non importasse. Mentre si asciugava
sentì dietro le spalle la porta della toilette
aprirsi. Guido stava in piedi dietro di lei, anche lui
con la faccia sciupata da una notte d'amore e anche
lui con un sorriso che però a Rachele non
piacque. Sembrava quasi una smorfia, più che un
sorriso. Si sentiva in tensione. Non sapeva nemmeno
lei perché.
- - E adesso che cosa
facciamo? - trovò il coraggio di chiedergli.
Puntella accentuò quel sorriso enigmatico e non
rispose. Le mise una mano sulla spalla e la
spostò dal lavandino. Voleva
lavarsi.
- - Dimmi qualcosa,
ti prego.
- - È ora di
andare - le rispose mentre le rubava l'asciugamano e
si strofinava il viso - Bisogna essere fuori di qui
prima delle nove.
- Non aveva ancora
finito la frase che uscì dalla toilette senza
guardarla.
- A lei non rimase
che seguirlo in silenzio...
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