Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Alessandra Orsolato
Ha pubblicato il libro
L'arco di Eros - Alessandra Orsolato


  
 
 
 
 
 
Collana Le schegge d'oro (i libri dei premi)
 
14x20,5 - pp. 128 - Euro 11,50
 
ISBN 88-6037-018-3
 

 
Pubblicazione realizzata con il contributo de
IL CLUB degli autori in quanto l'autore è finalista
nel concorso letterario «J. Prévert» 2005
 

  
In copertina disegno
di Francesco Meggiolaro

 
 
Ogni riferimento a fatti,
luoghi o persone è puramente casuale 
 

Prefazione
Incipit

 

Prefazione
"L'arco di Eros" di Alessandra Orsolato è un thriller avvincente con un susseguirsi ininterrotto di colpi di scena, impensabili connivenze, complotti, depistaggi e reticenze. In una girandola d'azione e mistero, la tensione non si allenta mai e le intuizioni, direi quasi le illuminazioni, che dipanano, poco alla volta, le pesanti ombre che incombono sui protagonisti e sulle loro segrete pulsioni, non sono altro che schegge creative utilizzate in modo magistrale per ottenere il massimo coinvolgimento da parte del lettore.
Sul filo del rasoio e in un intreccio che pare inestricabile si snoda la vicenda di Rachele, semplice impiegata nella filiale della Immobil, un'agenzia immobiliare che fa capo al dottor Guido Puntella, uomo freddo e calcolatore, misogino e arrogante, eppure Rachele si sente attratta da lui e sogna di riuscire, una volta o l'altra, a conquistare il suo cuore.
La notte d'amore ci sarà ma riserverà un'amara verità che lascerà la donna sconvolta, piena di rabbia, fino a farla sentire ingannata ed usata per uno scopo che ancora non le appare chiaro. D'altronde per quale motivo un individuo così freddo e distaccato poteva aver ceduto alla passione per una normalissima impiegata? Proprio lui che sottolineava spesso di non aver mai provato una passione autentica per una donna?
Le risposte arriveranno quando il dottor Puntella sarà trovato morto, in un lago di sangue, nel suo ufficio, accoltellato più volte con un tagliacarte: le modalità fanno pensare ad un raptus omicida, ad un omicidio passionale non premeditato.
L'ultima persona a vedere vivo il dottor Puntella è stata Rachele e per lei inizia un incubo seguito subito dopo dall'accusa di omicidio da parte del commissario Moretti preposto ad indagare sull'efferato delitto.
A questo punto entra in gioco l'avvocato Marianna Manghi, grande amica di Rachele, che si occuperà della sua difesa e cercherà di svelare il misterioso delitto con un' attenta indagine sul campo ed un'autentica "caccia psicologica" ai sospettati.
Verranno a galla le losche attività dell'agenzia immobiliare, le compravendite di ville lussuose che immancabilmente sono oggetto di furti miliardari, tresche tra i vari personaggi, amanti più o meno occulti, avvelenamenti, vendette che risalgono al passato e inaspettati colpi di scena che fanno da sfondo ad un piano diabolico "quasi perfetto".
In questo labirinto narrativo Alessandra Orsolato scatena una tempesta di indizi, supposizioni e "presunte verità" che poco prima sembrano spiegare esattamente le dinamiche e subito dopo devono essere riviste: ecco allora che tutto si aggroviglia di nuovo aprendo inaspettate direzioni, riscontrando sopravvenuti alibi, ma sempre mantenendo un equilibrio tra l'ipotesi che nasce dal "fiuto" e la spietata realtà investigativa.
Alessandra Orsolato è impeccabile nel ritmo, puntuale nella ricostruzione, magistrale nel dosare i protagonisti e renderli "unici" fino a farli diventare i simboli delle varie tipologie della personalità umana. La trama è avvincente seppur complessa, costruita in uno scenario davvero inquietante se non angosciante. Esaltante la ricostruzione-requisitoria finale con la sorprendente ed incredibile "ultima verità".
Devastante la spietata sentenza: "Mai fidarsi di nessuno".
 

Massimiliano Del Duca


 
L'arco di Eros

 
Antefatto
 
 
Per rispondere al telefono che squillava in continuazione Danna era stata costretta ad uscire dalla vasca da bagno, asciugarsi in fretta e raggiungere a piedi nudi l'apparecchio che stava su uno dei due comodini in camera da letto. Mentre faceva quel percorso, interrompendo il bagno con i sali dimagranti che si concedeva ogni sabato pomeriggio, imprecava ad alta voce e nello stesso tempo si augurava che chiunque ci fosse all'altro capo del filo avesse un motivo più che valido per disturbarla a quel modo.
Non appena alzò il ricevitore Luisa non le diede neanche il tempo di dire "pronto".
- Ti devo parlare - le disse a bruciapelo.
- Spero per te che sia molto importante.
- Non posso spiegarti al telefono. Vediamoci tra un'ora a casa tua.
E riattaccò bruscamente.
A Danna non rimase che riattaccare a sua volta, tornare in bagno e immergersi di nuovo. Ma ormai il relax era stato interrotto e adesso quell'acqua salina troppo calda le dava fastidio e quasi le toglieva il respiro. Inoltre non poteva non pensare a quella telefonata. E più ci pensava più aveva la sensazione che nel tono di Luisa ci fosse stata una nota di angoscia. Aveva riattaccato bruscamente, come se avesse paura che qualcuno la stesse ascoltando. Non aveva accennato a niente, aveva solo molta fretta. Si era addirittura autoinvitata e questo non era da lei. Che cosa doveva dirle di così urgente?
Mentre usciva dalla vasca e si asciugava per la seconda volta si disse che forse si trattava dei soliti problemi che donne come Luisa, belle giovani e corteggiate da tutti potevano spesso incontrare; magari questa volta il maschio di turno le aveva dato un po' più di filo da torcere e lei aveva solo bisogno di sfogarsi con l'amica del cuore.
Rassicurata da questo tornò nella sua luminosa camera da letto e cominciò a vestirsi. Scelse una tenuta sportiva, con pantaloni ampi color Champagne e una blusa morbida che mimetizzasse le curve "scomode" e che regalasse femminilità anche ad una figura troppo alta e troppo formosa come la sua.
Poi scese al negozio all'angolo e comprò pasticcini siciliani, perché sapeva che Luisa ne andava matta, una confezione di tè di Ceylon molto pregiato e dei cioccolatini ripieni. Tornò in casa, dispose in modo accurato i dolci sul tavolo della cucina e tirò fuori dalla credenza l'unico servizio da tè che aveva a disposizione.
La sua casa non era grande, anzi il suo salario avrebbe sicuramente potuto offrirle un appartamento più comodo, ma lei pensava che fosse inutile avere tanto spazio non sfruttato: era sola ed era convinta che lo sarebbe rimasta per molto tempo. È vero che non era certo una bella donna, ma era molto sicura di sé e questo la rendeva anche molto avvenente. Pochi uomini avevano saputo resisterle. Era intelligente ed apprezzata da qualsiasi maschio che avesse condiviso con lei un po' del suo tempo. Nonostante questo però nessuno si era mai fatto avanti in modo serio; e a trentasette anni compiuti, quando la carriera è ormai avviata e non c'è più bisogno di dedicarle tutte le energie, è evidente che una donna desideri di più.
Stava pensando a questo quando il suono del campanello la fece sussultare. Al citofono non rispose nessuno, forse perché Luisa stava già salendo le scale. Infatti nel momento stesso in cui apriva la porta l'amica le si presentò davanti porgendole un pacchetto.
- Pasticcini siciliani per due ragazze sconsolate - annunciò con voce solenne.
- Li hai comprati da Sammy? Abbiamo avuto la stessa idea - si meravigliò Danna.
- Tu sì che mi conosci bene. Se non fossi una donna saresti un marito perfetto - rispose Luisa ammiccando.
Entrarono ridendo e si sedettero al tavolo dove un ottimo tè fumante le aspettava.
Mentre Danna le porgeva il limone si disse che era stata una stupida a pensare che Luisa potesse avere problemi. Sicuramente voleva solo farsi una chiacchierata, altrimenti non avrebbe portato dei dolci e il suo tono non sarebbe stato così leggero. Ma si sbagliava.
- Mi conosci da anni. Per questo mi fido solo di te. E per questo sono qui oggi - disse Luisa dopo qualche minuto.
Gli sguardi delle due donne si incrociarono, quasi che Danna avesse intuito che la frase di Luisa non era per niente scontata. Non si trattava di una battuta. Luisa aveva appena fatto un'affermazione solenne, un'introduzione ad un discorso serio. I suoi occhi non lasciavano trasparire nulla di buono.
- So che forse può sembrarti ridicolo ma ho il timore che possano farmi del male, magari uccidermi - disse alzando la tazza per bere e guardando il volto sconcertato di Danna. Poi continuò: - Ho preparato una lettera nella quale spiego che sono stata testimone di una conversazione compromettente tra il mio principale e alcuni suoi clienti.
- Vuoi forse farmi credere che sei implicata in qualcosa di più grande di te?
- Indovinato.
- Non è che questo sia solo frutto della tua solita fantasia galoppante?
- È tutto scritto qui - rispose Luisa porgendole una busta sigillata. Danna la guardò per qualche secondo.
- Mi stai prendendo in giro? - le domandò perplessa.
Luisa ignorò la domanda.
- Se dovesse succedermi qualcosa di grave ti prego di consegnarla alla polizia.
Danna non poteva credere alle sue orecchie. Luisa sembrava davvero seria. E molto preoccupata.
Ma tutto questo era troppo assurdo. Per allentare la tensione si alzò dal tavolo e andò a raggiungere il piccolo divano nell'angolo portandosi la tazza di tè e invitando Luisa a fare lo stesso.
- Non vuoi parlarmene subito? Magari forse riusciamo a vedere la vicenda da un altro punto di vista.
In quel momento squillò il telefono. Danna andò in salotto per rispondere e lasciò la porta della cucina aperta in modo da poter vedere Luisa, quasi non volesse lasciarla sola nemmeno per un attimo.
- Pronto? - disse con voce annoiata.
- Signora Casoli?
- Sì, sono io. Chi parla?
- Sono il dottor Mancini. Sto cercando Luisa perché ho bisogno di lei in ufficio. So che si trova lì, adesso. Le dica che l'aspetto tra meno di un'ora. È molto importante.
A quelle parole un brivido la agghiacciò all'istante. Guardò Luisa che se ne stava seduta con l'aria pensierosa a sgranocchiare un pasticcino e capì immediatamente che tutto quello che le aveva detto non era frutto della sua fantasia.
Dopo un minuto di silenzio che però a lei parve interminabile, sentì la sua voce dire:
- Mi dispiace. Non so chi le abbia detto che Luisa sia qui. Non ci vediamo mai durante il weekend. Non saprei nemmeno dirle dove sia adesso.
- Nel mio ufficio tra meno di un'ora. Ripeto: è molto importante - disse il dottor Mancini quasi senza ascoltarla. Poi riattaccò.
Luisa, sentendo fare il suo nome si girò di scatto. Danna non poté mai più dimenticare il terrore che vide in quel momento negli occhi della sua amica.
Cercò comunque di essere il più naturale possibile.
- Sa che sei qui - le disse - Vuole che tu vada da lui tra meno di un'ora.
Luisa, quasi in trance, si alzò e indicò la lettera rimasta sul tavolo.
- Consegnala alla polizia se mi dovesse succedere qualcosa.
Poi prese la borsetta, diede un bacio sulla guancia a Danna che era rimasta a guardarla senza dire una parola e si avviò alla porta.
 
 
 
 
 
La domenica successiva tutti i giornali del Canton Ticino e della Lombardia riportavano a grandi titoli che una ragazza sui trent'anni era stata trovata morta nei pressi di Locarno; nuda e con il volto sfigurato. Gli esami avevano potuto stabilire che il cadavere era quello di Luisa Scocchi, ricordata da chi la conosceva bene come una donna semplice, dedita solo al suo lavoro. Poco lontano c'era stato il ritrovamento di un altro cadavere, quello di un uomo di cinquant'anni che era stato identificato come Franco Mancini, il plurimiliardario agente immobiliare, meglio conosciuto come il "play boy della Brianza". Gli inquirenti avevano subito pensato che i due delitti fossero collegati e che fossero stati maturati in ambienti molto esclusivi.
 
 
 
 
Quello stesso pomeriggio un ometto di mezza età, vestito sciattamente e volgare nell'aspetto, saliva le scale di una palazzina del centro e suonava al numero 33.
Una donna dalla figura imponente gli apriva la porta e, senza dire una parola, gli consegnava una lettera...
 

L'appuntamento
 
 
Al suono della sveglia appoggiata sul tavolino da camera, Rachele aprì pigramente gli occhi. Si trovava ancora nella stessa posizione prona di poche ora prima quando si era svegliata per l'ultima volta nel corso della notte e aveva pianto fino ad addormentarsi di nuovo. Aveva ancora tra le mani il fazzoletto umido; lo fissò per qualche secondo e lo mise sul comodino. Girandosi nel letto vide che tra le imposte penetrava un raggio di sole che rischiarava un po' la camera e questo le diede la forza di mettere fuori le gambe, infilare le morbide pantofole e raggiungere la stanza da bagno. Mentre faceva la doccia anticipava nella sua mente quella che sarebbe stata un'altra noiosissima giornata, perfettamente uguale alla precedente e a quella precedente ancora. Un misto di tristezza, tedio e impotenza si erano ormai impadroniti di lei e della sua vita, anche se, e di questo ne era perfettamente consapevole, il solo fatto che si trovasse a piangere nel cuore della notte la faceva comunque sentire viva.
Mentre accarezzava la morbida pelle del corpo e si spalmava con cura un olio profumato al mughetto non poteva immaginare che invece quello sarebbe stato un giorno molto diverso dagli altri e in un certo senso avrebbe cambiato tutto il corso della sua esistenza.
Era una donna come ce ne sono tante in giro: il lavoro, tanti amici ma nessun fidanzato, il pranzo con i genitori la domenica. Forse la cosa che la faceva risultare diversa agli occhi degli altri non era tanto il suo viso di una bellezza davvero particolare, quanto il groviglio di emozioni che portava dentro di sé e che riusciva a far trasparire dai suoi grandi occhi profondi, di un bel marrone lucido.
Erano trascorsi ormai due anni dal giorno in cui aveva festeggiato la fine dei suoi studi e l'inizio, almeno così pensava lei, di una brillante carriera professionale. E invece si trovava relegata in un ufficio spoglio a fare da spalla a Carlotta Simoni, la prima segretaria di quella filiale della Immobil che come molte altre sparse per tutta la Lombardia faceva capo al dottor Puntella, un uomo misantropo e maniaco che trattava tutti, ma in particolare le donne, come oggetti da consumare e da sfruttare al meglio, ognuna si intende, per diversi scopi e con diverse mansioni. Nonostante questo però per lei quell'uomo aveva un fascino oscuro che la faceva rabbrividire ogni volta che incontrava il suo sguardo. Si era spesso chiesta da dove venisse quella forma di attrazione, ma per quanto si scervellasse, non era mai riuscita a trovare un solo motivo per farsi piacere quell'uomo. Eppure le piaceva davvero tanto. A tal punto da proiettare la sua esistenza in una dimensione di sogno nella quale si vedeva sposata a lui e madre dei suoi figli.
Mentre si preparava la colazione pensava che prima o poi avrebbe dovuto trovare il coraggio di dirgli ciò che provava perché forse quello era l'unico modo di liberarsi da una tensione che cresceva di giorno in giorno e che non le dava pace. Poi, di colpo, pensò che forse lui avrebbe potuto ridere di lei, o peggio ancora prendersi gioco dei suoi sentimenti e questo non lo avrebbe mai potuto sopportare. L'odore del caffè che si propagava per tutta la cucina la riportò alla vita reale. Si sedette a capotavola e consumò pigramente l'uovo fritto con sopra del formaggio fuso. Dopo aver sorseggiato con calma il caffè ripose le stoviglie sporche nel lavello, tornò in bagno per lavarsi i denti, si truccò e finalmente fu pronta per andare al lavoro.
In ufficio tutto era uguale a sempre. Salutò senza tanto entusiasmo i suoi colleghi: Martino, il contabile, Gianni il commerciale e Carlotta, la prima segretaria, l'unica collega femmina con la quale non riusciva a diventare né amica né tanto meno nemica. Diede il buongiorno anche al direttore, il dottor Miccoli, il quale era sempre talmente occupato che anche rispondere al saluto mattutino di una segretaria risultava per lui una perdita di tempo.
Per tutto il giorno ci fu un andirivieni di clienti abituali che Carlotta trattava sempre con grande professionalità, più alcuni nuovi acquisiti che invece furono ricevuti direttamente da Miccoli, nel suo ufficio privato. A Rachele era toccato l'ingrato compito di servire loro il caffè e di accompagnarlo con un sorriso di circostanza.
La pausa per il pranzo fu come al solito veloce e per nulla rigenerante. Sia lei sia gli altri colleghi presero un panino "da Giulio" il bar al piano terra dello stabile dove si trovava la Immobil e per tutto il tempo si parlò del lavoro che li aspettava nel pomeriggio. Come faceva tutti i giorni a quell'ora, accese il suo telefonino per vedere se qualcuno l'avesse chiamata o se ci fossero messaggi da leggere o da ascoltare nella segreteria. Vi trovò un unico sms che le aveva inviato Felipe, il portinaio, invaghito di lei fin dal primo giorno in cui la vide e del quale non era mai riuscita a scrollarsi di dosso la presenza asfissiante. Cercava sempre di non incontrarlo quando entrava nel grande atrio e prendeva l'ascensore perché così poteva evitare di passare davanti alla guardiola e di essere costretta a salutarlo. Ma evidentemente anche quella mattina lui l'aveva notata perché il messaggio diceva "oggi sei davero splendida". Con un sospiro di ribrezzo, più che di impazienza cancellò quelle parole stupide e scontate senza fare commenti e lasciò cadere il cellulare nella borsetta. Continuò a mangiare facendo finta di ascoltare quel bellimbusto di Gianni che stava raccontando di come quella mattina avesse fatto colpo sulla moglie di un cliente. Improvvisamente lo squillo del telefonino la fece sussultare. Aprì velocemente la borsetta, prese il piccolo cellulare e guardò il display. Doveva aver fatto un'espressione tra il sorpreso e l'imbarazzato perché Carlotta, che la stava osservando, le disse con tono scherzoso che non doveva preoccuparsi della loro presenza, che poteva parlare liberamente e che non erano curiosi di sapere chi fosse il fortunato. Rachele non rispose. Si alzò velocemente incurante delle risatine a doppio senso di Gianni e Martino e uscì in strada con il cuore che le batteva a mille. Sul display c'era un nome che vedeva molto di rado: Puntella. Con il fiato sospeso, guardando fissa quel piccolo schermo che si illuminava ad ogni squillo, rimase per un attimo a riflettere. La sua profonda insicurezza, che sembrava non andarsene mai nonostante il passare degli anni, la portò a credere che il dottor Puntella la chiamasse per rimproverarla; di che cosa non avrebbe saputo dirlo nemmeno lei, ma aveva quasi la certezza che se avesse premuto quel piccolo tasto verde, la tranquillità di quella giornata sarebbe sfumata in un attimo. Malgrado questo, o forse proprio per questo, decise di rispondere.
- Pronto?
All'altro capo sentì una voce calda e profonda.
- Ciao, bambina.
Già, bambina. Quel nomignolo che il dottor Puntella le aveva affibbiato non tanto con tono vezzeggiativo, quanto per farla sentire una nullità, riusciva perfettamente nel suo intento. Non le lasciò nemmeno il tempo di dire che stava bene e proseguì.
- Senti, io sono a Brescia in questo momento. In serata potrei passare per Como e sistemare la questione della pratica Cancellieri.
- Non si deve disturbare - rispose Rachele cercando di mimetizzare il tremolio della voce e di darsi un'aria distaccata.
- Ho archiviato la pratica io stessa. È tutto a posto ora. Il saldo inizialmente non tornava ma ho parlato personalmente con il professore e dice che è disposto ad effettuare un nuovo versamento con la differenza; il problema quindi si dovrebbe risolvere automaticamente.
- Ah, è così?... Beh, credo sia meglio che verifichi di persona. Facciamo per le sette e mezza?
- Veramente io questa sera sono a cena dai miei... Beh, forse posso rimandare... Sì, va bene. D'accordo. L'aspetto alle sette e mezza qui all'ufficio di Viale Venturini.
- Fammi un favore però - disse Puntella prima di chiudere la comunicazione - Non dire a nessuno che questa sera sarò lì.
Rachele non poteva credere alle sue orecchie. Perché non voleva far sapere che sarebbe venuto a Como? Quando decideva di fare visita a quella filiale voleva sempre verificare che tutto procedesse per il meglio; voleva parlare con tutti, esaminare tutti, osservarli come fossero scarafaggi sottovetro. Perché questa volta era diverso?
Di solito faceva sentire la sua massima autorità sempre telefonicamente dall'ufficio principale di Locarno; dettava ordini al dottor Miccoli che a sua volta doveva farli eseguire da tutto lo staff.
Perché questa volta il grande Puntella si disturbava a venire per una sola pratica e soprattutto perché aveva chiamato solo lei al cellulare? Era liberissimo di andare a Como ogni qualvolta lo desiderasse, anche all'insaputa di tutti, ovviamente. Perché avvisare lei che comunque era l'ultima là dentro? Perché per esempio non chiamare in ufficio e parlare con il dottor Miccoli o con Carlotta? L'uno era il dirigente e l'altra la prima impiegata; se una qualche pratica avesse creato problemi erano loro le uniche persone in grado di farvi fronte.
Che avesse invece voluto parlare proprio con lei? Magari di licenziamento? Era plausibile. Ecco perché non aveva avvisato nessun'altro. Questo era il vero motivo. Non sarebbe venuto per la pratica ma per licenziarla!
Affranta rientrò nel bar e neanche si rese conto che i suoi colleghi nel frattempo erano saliti perché l'ora della pausa era terminata. Pagò il conto a Giulio e si affrettò a raggiungere anche lei gli uffici al quarto piano. Il piccolo bar aveva una porta interna che dava direttamente nell'atrio dello stabile; lo attraversò e come al solito si avviò verso la porta dell'ascensore.
- Ciao bellissima - sentì una voce dietro di lei.
- Felipe! Mi hai quasi spaventata. Cosa fai nascosto dietro la porta del ripostiglio?
- Pulisco. È il mio lavoro - le rispose quell'ometto con un sorriso mesto.
Rachele pensò che forse non doveva essere così categorica nell'evitarlo. In fondo era una persona sola e faceva pena. Inoltre dava l'impressione di avere la mente sveglia e di essere molto perspicace. Sicuramente era più adatto a stare dietro una scrivania, magari in qualche ufficio legale o di import-export, piuttosto che consegnare quotidianamente la posta, filtrare le telefonate e tenere pulite le scale, ma la sua condizione di immigrato dallo Sri Lanka non gli aveva lasciato scelta. Forse Rachele gli sorrise pensando a questo, perché il velo di tristezza sul quel volto scuro lasciò il posto ad uno sguardo illuminato e ad una fila di denti bianchissimi. Stava quasi per afferrarle un braccio, come per trattenerla ma fortunatamente in quel momento arrivò l'ascensore e la ragazza sparì dietro le porte automatiche.
Raggiunto l'ufficio si sedette alla scrivania cercando con grande fatica di concentrarsi sul lavoro e di completare alcune pratiche che le aveva assegnato Carlotta, mentre lei nel frattempo si intratteneva con il dottor Carosi, un cliente importante e un uomo molto discusso che stava meditando un nuovo acquisto sulla costa Smeralda. Nonostante facesse di tutto per dimenticare la parola licenziamento questa le martellava continuamente la testa e sentiva, lei come del resto anche gli altri colleghi, che la sua presenza là era solo fisica. Il pensiero era altrove.
Purtroppo, come succede sempre in questi casi, rimuginare su un problema, anche se immaginario, porta ad ingigantire tutto e a perdere il controllo della situazione. E così fu.
Vedendo che non avrebbe concluso granché quel pomeriggio, chiese il permesso di andarsene a casa anticipatamente e lo motivò dicendo che forse il panino che aveva mangiato al bar era avariato; le aveva procurato una forte nausea ed un grande malessere.
Salutò tutti frettolosamente con un timido arrivederci e uscì quasi scappando da quegli uffici; prese l'ascensore, attraversò di corsa l'atrio per evitare inconvenienti e si diresse verso la sua utilitaria. Percorse la poca strada che la separava da casa sua e, sempre con il chiodo fisso dell'imminente licenziamento e la ricerca disperata di un nuovo lavoro che non sarebbe riuscita a trovare, entrò in casa, si spogliò, andò diritta verso la sua vasca da bagno e là rimase, cercando di cancellare quegli orribili pensieri con la fragranza che emanava il bagno di schiuma.
Ma la tensione si faceva sempre più forte, a mano a mano che l'ora dell'appuntamento si avvicinava.
Non sapeva il perché, ma sapeva che quella sera si sarebbe dovuto scrivere un pezzo del suo destino.
 
 
 
 
Cinque ore più tardi salì di nuovo in macchina e si diresse verso l'ufficio.
Era fasciata da un vestito lungo color cenere di rosa che le si appoggiava morbidamente sui fianchi e lasciava intravedere la bella linea del corpo. Ai piedi indossava sandali argento dal tacco alto e slanciato che le permettevano un'andatura sinuosa. Un finissimo scialle argenteo le cadeva sulle spalle nude e i capelli raccolti, di un castano scuro e brillante, s'intonavano perfettamente al trucco, leggero e sofisticato, e alla pelle leggermente ambrata. Al dito aveva messo il brillante che le aveva regalato Amedeo, l'ultimo dei suoi fidanzati del quale conservava ancora i regali importanti nonostante si fossero lasciati in malo modo. L'anello era una precauzione per sé stessa più che per il suo datore di lavoro: se lui ci avesse provato, lei avrebbe potuto o dovuto rifiutare; se lui non ci avesse provato, non era perché non gli piacesse quella segretaria così attraente, ma perché si era accorto che era fidanzata!
Stava pensando a questo tra sé e sé, quasi per costruire un alibi alla sua insicurezza, e non si accorse neppure che aveva gradualmente spostato il pensiero dal licenziamento alla lussuriosa immagine del suo datore di lavoro che desiderava la compagnia di una delle sue impiegate.
Nel frattempo era ormai arrivata in Viale Venturini. La macchina del dottor Puntella non si vedeva, forse doveva ancora arrivare. Guardò il finissimo orologio d'oro bianco che portava al polso e vide che erano ormai le sette e quaranta. Si disse che lo avrebbe aspettato in ufficio e non in strada, non solo perché le sembrava più carino ma soprattutto per evitare che Felipe potesse vederla e decidere di farle compagnia durante l'attesa. Raggiunse quindi la soglia del suo ufficio e inserì la chiave nella toppa; ma questa girava a vuoto... Il dottor Puntella l'aveva preceduta.
Emozionata e anche un po' spaventata si fece coraggio, spinse l'uscio ed entrò nell'ufficio dirigenziale.
Il dottor Guido Puntella se ne stava seduto sulla sedia di pelle davanti alla scrivania principale come un re sul suo trono. Bello. Quasi bello. Incredibilmente affascinante, con copiosi riccioli neri nonostante avesse da tempo superato la quarantina e con lo sguardo più acceso che mai, più misterioso che mai. Quel sorriso che poteva dire tutto e niente fece raggelare la povera segretaria.
- Ciao, bambina. Come va?
- Bene, grazie. Scusi il ritardo, ma ho dovuto prima sistemare alcune cose. Diceva della pratica Cancellieri?
Impulsivamente aveva cercato di spostare la conversazione da subito su quello che poteva o doveva essere il motivo, l'unico motivo, della visita del dirigente. Ma il dottor Puntella le sorrise maliziosamente.
- Ehi, ma quanta fretta. Non sai dirmi altro, dopo mesi che non ci vediamo?
In effetti era passato un bel po' di tempo dall'ultimo loro incontro e Rachele lo aveva quasi rimosso per la sensazione spiacevole che le aveva lasciato. Ora col pensiero era tornata indietro di circa sei mesi, quando durante l'ultima visita aveva cercato di lamentarsi del dottor Miccoli, di come la trattasse male e dei compiti al di sotto delle sue possibilità che puntualmente le affidava. Cercò di pesare bene le parole e di sceglierle in modo molto accurato ma qualcosa non aveva funzionato perché Puntella aveva capito che Rachele accusasse Miccoli di averla in qualche modo messa da parte solo perché era una femmina. Puntella, neanche tanto velatamente, appoggiava questo sistema maschilista e perciò Rachele si sentì dire che "Doveva lavorare invece che tentare di sedurre colleghi e superiori; che le sue gambe dovevano servire solo per far muovere il suo fondoschiena dalla sedia e non per essere accavallate per il piacere, vero o presunto, degli uomini dell'ufficio, clienti compresi". Nessuno l'aveva mai umiliata tanto. Si ricordò di come fosse uscita di corsa dallo studio ancora gremito di clienti e avesse sfogato la sua rabbia e la sua frustrazione in macchina, piangendo a dirotto come una bambina alla quale era stato tolto il giocattolo preferito. L'aveva raggiunta Marianna, la sua amica avvocatessa che lavorava in uno degli studi legali all'ultimo piano dello stabile e che, per puro caso, si trovava in strada quando Rachele salì di corsa sulla sua Fiat Punto. Marianna la vide, capì immediatamente quale poteva essere la causa, o meglio chi poteva essere la causa del dispiacere della sua amica e salì dal lato del passeggero, pronta ad assorbire lo sfogo di Rachele umiliata ingiustamente e soprattutto offesa. Marianna era capitata al posto giusto e al momento giusto, perché aveva la capacità innata di rovesciare le avversità della vita e vedere il lato positivo anche nelle vicende più oscure, sia del proprio vissuto che di quello degli altri. "Non preoccuparti" le aveva detto, accompagnando le parole con la sua solita risata cristallina che metteva sempre allegria "È solo invidioso perché non ha le gambe così belle da poterle mettere in mostra!"
Pensando a questo, Rachele non si era accorta che nel frattempo Puntella si era alzato dalla poltrona di pelle nera e le si era avvicinato quel tanto che bastava per farla arrossire dall'imbarazzo. Un imbarazzo che però le piaceva tanto.
Fuori era ancora chiaro. L'estate non era ancora terminata e la serata prometteva quell'atmosfera magica che solo le sere d'estate riescono a regalare.
La mano del dottor Puntella era calda. Rachele sentiva quel calore sfiorarle il viso e poi scendere giù lungo la schiena scoperta. Un brivido indescrivibile si impadronì di lei che quasi per istinto chiuse gli occhi e si abbandonò tra le braccia del suo irresistibile seduttore. Il dottor Puntella, Guido, la avvolse in un tenerissimo abbraccio e la baciò. Prima dolcemente, poi sempre più appassionatamente.
Fecero l'amore nella stanza dei ricevimenti, su una delle morbide poltrone riservate agli ospiti. Tante volte Rachele in cuor suo aveva sognato un momento del genere. Ed ora lo stava vivendo, ma per lei era talmente bello e magico che neanche si rendeva conto di questo.
Se ne stava semi sdraiata, con il vestito sgualcito e morbidamente alzato sulla vita, in modo da lasciare libere le belle gambe che, quasi senza rendersene conto e per una sottile e sadica vendetta tutta al femminile, metteva in mostra con una tale classe da sembrare una diva holliwoodiana. E si sentiva esattamente così. Una diva. Sapeva che con il suo charme era riuscita finalmente a dominare quell'uomo così forte ed arrogante e che in quel momento non era altro che un cucciolo in suo potere che chiedeva le sue attenzioni. Il corpo umido di lui le stava sopra e lei sentiva un misto di profumo maschile, uno dei più pregiati, e di odore di pelle eccitata. Quando il suo petto villoso si appoggiò dolcemente ai seni di lei, il contatto tra i corpi li portò entrambi in un paradisiaco godimento che si esprimeva con gemiti e parole appena sussurrate.
Nessuno dei due seppe dire quanto tempo trascorse tra il saluto professionale di lei e l'esplodere della passione. Rachele capì che doveva essere molto tardi dal suono del campanile di S. Tommaso che si trovava a pochi passi dall'ufficio e che mentre si ricomponevano alla meglio batteva i dodici colpi. Era arrivata la mezzanotte e nessuno dei due aveva sentito la necessità di uscire, di mangiare un boccone. Avevano solo bevuto lo Champagne che Puntella aveva versato a più riprese in due calici disposti sul tavolino accanto ad un comodo sofà di pelle, solitamente destinato ai clienti più importanti. Nessuno dei due aveva sentito la stanchezza di una giornata di lavoro tanto faticosa. Nessuno dei due.
Non appena furono composti e si resero conto di che cosa era successo, il dottor Puntella per sdrammatizzare cominciò a lamentarsi del caldo che faceva in quella stanza e propose un giro notturno in centro città. Ma lei era ancora immersa in quell'atmosfera languida e rispose con un accenno delle labbra, quasi volesse dire qualche cosa ma la voce non potesse uscire. Allora lui le si avvicinò, con il pollice e l'indice della mano destra le schiuse delicatamente le labbra e sulla bocca socchiusa vi appoggiò le sue. Si baciarono. Dappertutto. Ricominciarono a fare l'amore in modo ancora più appassionato. Senza più imbarazzi da parte di lei che si svestì completamente lasciando vedere un corpo liscio, abbronzato, quasi senza difetti. Aveva tenuto solo i sandali e questo particolare fece eccitare a dismisura il suo uomo. Lo aveva capito dal suo sguardo e dal calore che emanava il suo corpo. Come una furia la spinse verso la scrivania piena di carte le buttò tutte a terra e la adagiò in modo deciso sul tavolo; poi si chinò sul suo corpo e cominciò a baciarla facendola godere di un piacere sconvolgente. Lei stessa ne ebbe quasi paura. Le sue mani e la sua bocca si muovevano quasi meccanicamente, da persona esperta. Ma quei gesti meccanici lasciavano trasparire una passione ed una dolcezza che Rachele non pensava che uomini come il dottor Puntella potessero mai avere.
Rimasero ancora molto tempo tra effusioni e sospiri e poi, entrambi esausti si addormentarono, l'uno sulla poltrona dirigenziale che stava ad un capo del tavolo delle riunioni, l'altra sulla poltrona di pelle che li aveva ospitati per ore così piacevoli. Era ormai mattina presto quando Rachele per prima riaprì gli occhi. Guido stava ancora dormendo e lei lo osservò a lungo prima di alzarsi da quella poltrona e raggiungere la toilette per riassettarsi. Mentre lasciava scorrere l'acqua fresca nel lavandino guardò la sua immagine nel piccolo specchio attaccato al muro e vide una donna felice, soddisfatta di vivere e piena di sogni. Pensava già a quando sarebbe andata a scegliere il vestito da sposa, a dove avrebbero consumato la loro prima notte di nozze, a quanti figli avrebbero avuto. Poi, con un sorriso che veniva dal cuore si chinò sul lavandino pieno d'acqua e si sciacquò il viso a più riprese. Sapeva che così avrebbe levato quasi tutto il trucco ma pensava che comunque a Guido questo non importasse. Mentre si asciugava sentì dietro le spalle la porta della toilette aprirsi. Guido stava in piedi dietro di lei, anche lui con la faccia sciupata da una notte d'amore e anche lui con un sorriso che però a Rachele non piacque. Sembrava quasi una smorfia, più che un sorriso. Si sentiva in tensione. Non sapeva nemmeno lei perché.
- E adesso che cosa facciamo? - trovò il coraggio di chiedergli. Puntella accentuò quel sorriso enigmatico e non rispose. Le mise una mano sulla spalla e la spostò dal lavandino. Voleva lavarsi.
- Dimmi qualcosa, ti prego.
- È ora di andare - le rispose mentre le rubava l'asciugamano e si strofinava il viso - Bisogna essere fuori di qui prima delle nove.
Non aveva ancora finito la frase che uscì dalla toilette senza guardarla.
A lei non rimase che seguirlo in silenzio...

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