LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA
Primo Levi
La memoria storica di un uomo: "tenace povero seme umano" sopravvissuto all'orrore del Lager

di Massimo Barile


Di Primo Levi è consigliabile leggere ogni opera perché i suoi libri sono come i cerchi concentrici sulla superficie dell'acqua che riconducono al lancio del sasso che ha provocato tale fenomeno.
L'evento è stata la deportazione come ebreo ad Auschwitz, la dolorosa esperienza del campo di sterminio, l'impulso a testimoniare come sopravvissuto la resistenza alla negazione della dignità umana, il resoconto della spietata chirurgia nella persecuzione e nella eliminizzazione di un "problema biologico": dopo il ritorno da Auschwitz diventa insopprimibile il bisogno di scrivere e in breve tempo prende vita Se questo è un uomo a cui seguirà La tregua e poi, tempo dopo, Se non ora, quando? fino ad arrivare a Il sistema periodico del 1975 e a L'asimmetria e la vita, pubblicato solo un anno fa, che comprende un'ampia scelta di articoli e saggi comparsi su giornali e riviste.
E se quel primo libro era stato scritto da Levi come necessità vitale e improrogabile di testimonianza per far sapere agli altri cosa era successo e come era potuto accadere un tale orrore nonché per assolvere come ad un personale dovere morale nei confronti dei tanti compagni morti in lager, posso confermare a pieno diritto che il suo intento e il suo impegno «di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi», senza lasciarsi mai prendere la mano da una facile condanna o da una falsa retorica, ha avuto in me il più sincero e partecipe fratello.
La dignità di un uomo, la coerenza morale, la chiarezza delle idee, la sua propensione a parlare a voce bassa, la totale mancanza di odio e di rancore verso i carnefici, sono già un lascito ben più prezioso del più grande tesoro: la testimonianza di ciò che deve essere un Uomo per dirsi tale.
 
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Per una sorta di pudore personale la mia fedeltà alle parole di Primo Levi sarà totale: è una scelta alla quale non posso sfuggire, una sorta di rispetto e poi sono parole alle quali non si può aggiungere nient'altro.
E voglio iniziare con il resoconto della liberazione del lager di Buna Monowitz, dove era prigioniero anche Primo Levi insieme a tanti altri, quando quel mezzogiorno del 27 gennaio del 1945 giunse la prima pattuglia russa. È il momento della liberazione nella quale l'uomo ritorna ad essere uomo ma come leggerete, se non l'avete già fatto, non vi saranno canti di gioia per la ritrovata libertà, non si assisterà a festeggiamenti o balletti di gruppo. Tutt'altro.
Già nei primi giorni di gennaio i tedeschi avevano evacuato e distrutto i lager ma per Auschwitz vi fu l'ordine di recuperare ogni uomo abile al lavoro mentre i malati furono abbandonati alla loro sorte.
Nell'infermeria del lager di Monowitz erano rimasti in ottocento: cinquecento morirono quasi subito a causa delle malattie, del freddo e della fame prima che arrivassero i russi e altri duecento nonostante i soccorsi morirono nei giorni successivi.
Lui ed il compagno Charles stavano trasportando nella fossa comune il corpo dell'ultimo sfortunato: «fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo».
Quattro giovani soldati a cavallo procedevano guardinghi al limitar del campo e una volta giunti ai reticolati, mitragliatori in spalla, sostarono a guardare, poche timide parole, lo sguardo impietrito sui cadaveri scomposti, sulle baracche distrutte e su quei pochi sopravvissuti che parevano appena usciti dalle fauci della morte.
«Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo»: era la stessa vergogna della "selezione" che portava alla camera a gas o al campo di lavoro forzato, dell'oltraggio e dell'annientamento di esseri umani.
Così scrive il "tatuato" Levi in una delle pagine più intense: «Così per noi anche l'ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell'offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l'anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia».
Pochi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera: Levi ed il suo compagno Charles rimasero in piedi presso la buca ricolma di membra livide.
E anche per tutto il resto del giorno avevano inconsciamente cercato di fare qualunque cosa per non avere il tempo di pensare perché di fronte alla libertà ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, disadatti alla nostra parte.
Durante l'anno trascorso nel lager, il "tenebroso edificio di potenze malvage" era sempre stato al di sopra delle vittime con la sua complessa struttura gerarchica, mentre lo sguardo dei "segnati" era sempre rivolto al suolo: avevo visto sparire i quattro quinti dei miei compagni e proprio nel momento della liberazione tutto sembrava sprofondare nei più funesti pensieri e un dolore nuovo sembrava impossessarsi delle membra indolenzite; non era il dolore dell'esilio, della solitudine, degli amici perduti, della giovinezza perduta, della massa di cadaveri intorno ma un dolore nuovo che faceva sentire ora per la prima volta l'assedio della morte, il suo fiato sordido nelle mie stesse vene.
Solo il mattino dopo vi furono i primi segni di libertà. I russi precettarono una ventina di civili polacchi per pulire le baracche e sgomberare i cadaveri e, verso mezzogiorno, inviarono un bambino con un mucca che fu macellata in pochi minuti e distribuita ai superstiti del campo. E poi il giorno dopo delle ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo, ripulirono i malati e ne curarono le piaghe. Con il disgelo il campo era diventato un acquitrino, i cadaveri e le immondizie rendevano l'aria irrespirabile e velenosa mentre la morte continuava a falcidiare i malati che morivano nel freddo delle cuccette o nelle strade fangose perché non c'erano né medici né medicine. Giacevo in un torpore febbrile, tormentato dalla sete e da acuti dolori... metà della faccia si era gonfiata e la pelle si era fatta rossa e ruvida come per un ustione...
Quando venne il turno di salire sul carro che lo avrebbe portato al lager centrale di Auschwitz, trasformato in un lazzareto, Primo Levi non era più in grado di reggersi in piedi e fu issato sul carro dai compagni Charles e Arthur: era un carico di moribondi sotto una pioggia finissima di morte. «Sfilarono per l'ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell'appello su cui ancora si ergevano la forca e un gigantesco albero di Natale e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: "Arbeit Macht Frei", "Il lavoro rende liberi"».
Oltrepassata la soglia del Campo Grande di Auschwitz vi fu il bagno alla "maniera russa" e quando toccò all'ultimo del gruppo la scena fu una miscela di pietà ed orrore: «Nessuno di noi sapeva chi fosse costui, perché non era in grado di parlare. Era una larva, un ometto calvo, nodoso come una vite, scheletrico, accartocciato da una orribile contrattura di tutti i muscoli... un blocco inanimato, e ora giaceva a terra su un fianco, acciambellato e rigido, in una disperata posizione di difesa, con le ginocchia premute fin contro la fronte, i gomiti serrati ai fianchi, e le mani a cuneo con le dita puntate contro le spalle... quando... cercarono di distenderlo sul dorso, emise strida acute da topo... le sue membra cedevano elasticamente sotto lo sforzo, ma appena abbandonate scattavano indietro alla loro posizione iniziale».
Nel corso di quei pochi giorni passati in camere buie ed enormi che solo la fantasia poteva denominare infermerie, finalmente la febbre era svanita e chi era sopravvissuto iniziava a riprendere contatto con il mondo. Nonostante le prime grida allegre e le prime canzoni Primo Levi e i suoi vicini di letto non riuscivano a distogliere la loro mente dalla presenza ossessiva del più piccolo fra loro, del più innocente, di un bambino, Hurbinek.
«Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva un nome... perché... quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi... Era paralizzato dalle reni in giù, aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo... era uno sguardo selvaggio ed umano ad un un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena... Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole».
 
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A quasi sessant'anni da quella liberazione dei lager si fa ancora fatica a leggerne la storia con animo spassionato perché i campi di sterminio hanno provocato una somma incalcolabile di dolore e di morte.
L'organizzazione dei lager è perfettamente conosciuta anche nei più insignificanti e sordidi particolari ma poco si sa per quali ragioni e cause si sia potuta edificare una gigantesca fabbrica di morte e funzionare con atroce efficienza fino al collasso tedesco. Del resto nessun saggio o trattato storico potrebbe risolvere o comprendere un comportamento extra-umano: «Auschwitz non ha nulla a che vedere con la guerra, non ne è un episodio, non ne è una forma estrema». La guerra è un fatto doloroso e tragico che da sempre accompagna la storia dell'uomo quasi in una sorta di crudele lotta per l'esistenza ed è un germe che ci portiamo dietro, insito dentro di noi: ma Auschwitz non è in noi, è fuori dell'uomo, e i suoi autori non sono in preda al delirio perché sono diligenti e tranquilli, efficienti e compassati; sono funzionari di Stato, brutali, insensibili all'orrore quotidiano e anche le loro dichiarazioni e testimonianze postume sono fredde e vuote quasi distaccate.
«Ogni uomo civile è tenuto a sapere che Auschwitz è esistito, e che cosa vi è stato perpetrato: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». La sua infezione presenta segni precisi: la negazione della solidarietà umana, l'indifferenza cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale, la viltà abissale mascherata da fedeltà a un'idea. Solo ad Auschwitz, in nome di tutto ciò, furono sterminati con meticolosità scientifica milioni di uomini, donne e bambini; e furono utilizzati non solo i loro averi e i loro abiti ma anche le loro ossa, i loro denti perfino i loro capelli. La Germania nazista e tutti i paesi da essa occupati erano un tessuto di campi di sterminio e di campi di lavoro. I lager erano strettamente collegati con l'industria bellica tedesca che si fondava su di essi ed il sistema sarebbe stato perfezionato in caso di "vittoria finale" con la creazione di un Ordine Nuovo: da un lato la classe dominante del Popolo dei Signori (cioè i tedeschi) e dall'altro una sterminata massa di schiavi a lavorare ed obbedire.
A fronte di queste considerazioni la lettura di queste pagine tragiche è un dovere per tutti perché può aiutare a vegliare continuamente sulla nostra coscienza.
È una pura illusione ritenere che tutti gli uomini abbiano un naturale amore per la libertà e per la dignità. Da sempre le mani dell'uomo sono insanguinate. Nei periodi più tragici e vergognosi pochi uomini hanno lottato e difeso i diritti inalienabili dell'uomo.
Tutti noi sappiamo che la libertà intellettuale, soprattutto in certe situazioni pericolose, è poco seducente e comporta immani fatiche nonché pochi uomini sono disposti a portare il peso gravoso di questa responsabilità. Che si tratti di lager o gulag nulla cambia. Eppure della libertà si sente spesso parlare in tono enfatico: come principio cosmico, come garanzia, come bene inalienabile, l'edificante Uomo-Libertà. Ma la strada per la libertà è avventura assai più rischiosa, è un atto di coraggio, un percorso doloroso.
L'uomo libero è tale anche in prigione, nella stanza della tortura, nella fossa comune, nella miseria, nella disperazione e anche se sottoposto alle più atroci sofferenze. Ogni limitazione, ferita, coercizione, negazione del corpo e della mente paiono messe lì apposta nella storia dell'uomo per dimostrare l'inalienabilità della libertà: proprio dove tutto sembra perduto, nelle tenebre della morte, nelle camere a gas, nello sterminio di massa, nell'uomo assassino dell'uomo. Fortunatamente le testimonianze di questa vittoria della libertà e della dignità umana sono numerose anche nelle condizioni più drammatiche e subumane. Quella di Primo Levi è una di queste.
 
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Da ragazzo aveva sognato di diventare un linguista, poi di fare l'astronomo, e infine a diciotto anni si era iscritto all'Università, corso di laurea in chimica. Una cosa era certa: non avrebbe mai pensato di diventare uno scrittore e in effetti non fu mai uno scrittore a tempo pieno dividendo tale condizione con il lavoro di chimico e diverse volte scrisse «scrittore non riesco proprio a considerarmi... sono solo soddisfatto di questa mia duplice condizione e dei suoi vantaggi». In effetti ciò gli permise di scrivere solo quando ne sentiva la necessità o lo desiderava mai attanagliato dall'obbligo di "scrivere per vivere". E poi la professione di chimico offriva insegnamenti continui che potevano essere utili anche per uno scrittore: «... quella educazione alla concretezza e alla precisione, all'abitudine di "pesare" ogni parola con lo scrupolo di chi esegue un'analisi quantitativa... quello stato d'animo che suole chiamarsi obiettività: riconoscimento della dignità intrinseca non solo delle persone ma anche delle cose, alla loro verità, che occorre riconoscere e non distorcere, se non si vuole cadere nel generico, nel vuoto e nel falso».
Nato a Torino nel 1919 (lo stesso anno in cui veniva fondato in Germania il partito nazional socialista) da una famiglia agiata di ebrei piemontesi, compì gli studi nel periodo del fascismo portando con sé una naturale avversione alla cultura fascista. Poi nel 1938 furono proclamate in Italia le leggi razziali che separavano gli ebrei dal resto della popolazione: gli ebrei diventarono anche nel nostro paese i "nemici del popolo e dello Stato", i "negatori della giustizia e della morale", i "distruttori dell'arte", i colpevoli in assoluto. Leggiamo dal testo autografo di Benito Mussolini inerente la "Dichiarazione sulla razza": «Il fascismo svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il Gran Consiglio del fascismo stabilisce: a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane; b) il divieto per i dipendenti dello Stato di contrarre matrimoni con donne straniere di qualsiasi razza; c) il matrimonio con stranieri di razze ariane dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell'Interno; d) dovranno essere rafforzate le sanzioni contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell'Impero. L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione; divieti all'ingresso degli ebrei stranieri nel Regno, criteri per stabilire l'appartenenza alla razza ebraica, istituzione di cattedre di studi sulla razza nelle principali università, viene istituito a far data dal 5 settembre 1938, il Consiglio Superiore della Demografia e della Razza del quale faranno parte numerosi presidi di facoltà di varie università Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Genova nonché una cerchia di senatori, consiglieri di stato, professori e avvocati».
Per quanto riguarda poi l'effettiva applicazione ed esecuzione di alcune delle disposizioni contenute nella "Dichiarazione sulla razza" si può ricordare che Himmler si lamentò con vibrate proteste del comportamento italiano perché in molte zone occupate dalle truppe italiane gli ebrei si erano potuti muovere del tutto liberamente, sussistevano continue difficoltà per la consegna degli ebrei croati destinati al trasferimento verso l'Oriente; poi riguardo la deportazione di alcuni ebrei dalle zone occupate della Grecia si lamentava che non si era giunti all'attuazione di alcun provvedimento, continue difficoltà, rinvii, mancanza di rigorose esecuzioni, sospensioni, richieste ostinate di liberazioni di donne ebree unite in matrimonio con ufficiali italiani e poi un lungo elenco di consoli e viceconsoli ebrei "efficientemente stanati dall'ambasciata tedesca" quali il console svedese Lekner, i consoli portoghesi Frankel, Coser e Dunes, il viceconsole spagnolo Garsolini Durando e il bulgaro Eliznakoff nonché il console giapponese Schnabel "per un quarto ebreo". È inutile sottolineare le differenze tra l'azione e la metodologia italiana e quella tedesca. Così si conclude la nota: «Dato l'atteggiamento italiano sulla questione ebraica, non c'è da aspettarsi che gli Italiani adottino misure per l'epurazione del corpo consolare dagli ebrei ma sarebbe gradito fosse richiamata l'attenzione del Duce».
D'altra parte le differenze c'erano e basta leggere il Mein Kampf di Hitler: «Primo compito non è quello di creare una costituzione nazionale dello Stato ma quello di eliminare gli ebrei. Come spesso avviene nella storia, la difficoltà capitale non consiste nel formare il nuovo stato di cose, ma nel fare il posto per esse».
 
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Primo Levi aveva ventitrè anni quando in Germania Hitler decise la "soluzione finale". Nell'estate del 1943 cadde il fascismo, l'esercito tedesco aveva invaso l'Italia del nord, gli Alleati erano sbarcati in Italia, ma nonostante l'entusiasmo Primo Levi era spaventato al solo pensiero del periodo di lotta e combattimenti che ne sarebbe seguito. In ogni caso aderì alla resistenza antitedesca e si aggregò ad una banda partigiana del movimento "Giustizia e Libertà" in Val d'Aosta: non passarono che poche settimane e nel primo rastrellamento della milizia fascista fu catturato insieme a pochi altri. Dopo la cattura si fece riconoscere come ebreo sperando di venir rinchiuso in qualche prigione in Italia invece, nel febbraio del 1944, fu consegnato ai tedeschi: e in quegli anni significava, per qualsiasi ebreo, un "destino terribile". (Mentre scrivo leggo da un articolo di Giampaolo Pansa su l'Espresso alcuni ricordi legati al periodo delle leggi razziali: Raffaele Jaffe, preside di un istituto magistrale a Casale, catturato dai fascisti nel 1944, portato, come Primo Levi, al campo di transito di Fossoli e poi ad Auschwitz, dove fu mandato nella camera a gas, all'età di 66 anni; poi Cesare Davide Segre, 57 anni, sordo e muto, ricoverato da anni al reparto incurabili dell'ospedale e Sanson Segre, 88 anni, commerciante a riposo che aveva appena subito l'amputazione di un piede in cancrena: anche loro inviati a Fossoli e poi ad Auschwitz. E poi ancora i due fratelli ebrei Riccardo Fiz, 75 anni, e il geometra Roberto Fiz, 71 anni, anche loro uccisi ad Auschwitz).
Le responsabilità del fascismo ci furono e l'infamia di aver promulgato le leggi razziali è incancellabile dalla storia come altre responsabilità legate alle vendette che seguirono alla caduta della repubblica sociale ed è fondamentale non dimenticare gli orrori compiuti, da ogni parte politica provengano.
 
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La deportazione al lager di Auschwitz avvenne con uno dei famosi convogli della morte che conteneva seicen-tocinquanta persone: cinquecentoventi-cinque furono soppresse immediatamente; ventinove donne furono internate a Birkenau; novantasei uomini fra i quali Primo Levi furono inviati al campo di lavoro di una fabbrica a Monowitz-Auschwitz. Di costoro, fra uomini e donne, solo in venti sono ritornati. Egli stesso può dirsi un sopravvissuto solo grazie ad una serie di circostanze fortunate: per il fatto di non essersi mai ammalato se non alla fine ed è stata una fortuna perché ha evitato di essere rideportato verso Buchenwald e Mauthausen e costoro sono morti tutti, per l'aiuto ricevuto da un muratore italiano, per aver potuto lavorare per qualche mese come chimico in un laboratorio della fabbrica e perché conosceva un po' di tedesco che in un ambiente come quello del lager poteva salvare la vita.
Provate a immaginare di trovarvi su uno di quei treni della morte, con i vagoni piombati e chiusi dall'esterno, dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà come la peggiore merce, le urla dei militari tedeschi, la fame, la sete, il freddo, la fatica, la disperazione, l'orrore e il terrore stampato sui volti dopo dieci giorni di viaggio in un vagone merci con tutte quelle persone accatastate una sull'altra senza neanche lo spazio per muoversi, la promiscuità immaginabile, le notti un incubo senza fine, l'inizio della brutalizzazione, il primo gradino verso quel lento processo che sarà una spietata e feroce disumanizzazione, la riduzione ad una condizione di totale abiezione e schiavitù.
 
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Con la fulminea occupazione della Polonia il Terzo Reich viene a trovarsi tra le mani, secondo l'espressione di Eichmann "le sorgenti biologiche del giudaismo". Le cose peggiorano ancora di più.
L'odio nei confronti degli ebrei era assoluto e l'austriaco Hitler aveva trovato nei tedeschi un popolo di obbedienti servitori: gli ebrei erano stati isolati ed espulsi dalla vita effettiva del paese, reclusi in nuovi ghetti, costretti al lavoro forzato per le industrie belliche, condotti alla fame e allo sfruttamento. Hitler era salito al potere nel gennaio del 1933 e dopo due mesi già esisteva Dachau, lager primogenito. Nel settembre del 1935 vennero emanate le "Leggi di Norimberga" e la "Legge per la difesa del sangue e dell'onore tedesco". Gli ebrei sono i distruttori dell'ordine, i "colpevoli di tutte le colpe" e l'odio viscerale condurrà alla "strage purificatrice".
Infatti già verso il '43 si era iniziato, in tutta segretezza, a mettere in atto il "programma": quello che dalle fonti ufficiali veniva sinistramente denominato "trattamento appropriato" o "soluzione finale del problema ebraico". In che cosa consisteva il trattamento appropriato? Tutti gli ebrei dovevano essere eliminati. Senza distinzione od eccezione: vecchi, donne, bambini, neonati, inabili, malati. Gli ebrei catturati in tutta l'Europa erano ormai milioni e l'operazione di eliminazione non era facile. A questo punto intervenne la "capacità organizzativa tedesca", come scrive lo stesso Levi, con la costruzione di autentiche "fabbriche della morte" capaci di sterminare migliaia di esseri umani in una sola ora con gas tossici e poi incenerirne i cadaveri.
Ecco la fedele deposizione al processo di Norimberga di Rudolf Hoss, uno dei comandanti del lager di Auschwitz: «La soluzione finale del problema ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d'Europa. Mi fu dato l'ordine nel giugno del 1941 di creare ad Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo nel Governatorato della Polonia esistevano già tre altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek... Feci una visita a quello di Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio... Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio, usai il Zyklon B, acido prussico in cristalli che veniva fatto cadere nella camera della morte da una piccola apertura. Per uccidere coloro che vi si trovavano dentro bastavano da tre a quindici minuti, a seconda delle condizioni atmosferiche... Rispetto a Treblinka, un altro progresso fu la costruzione di camere a gas che contenevano duemila persone alla volta: mentre a Treblinka le camere a gas del campo potevano contenere solo duecento persone ognuna».
E uno dei più grandi luoghi di morte fu proprio Auschwitz dove, ogni giorno, arrivavano fino a dieci treni stipati di prigionieri di ogni parte d'Europa. Nel breve volgere di poche ore, per la maggioranza di loro, l'eliminazione era già avvenuta: sfuggivano alla morte immediata solo gli uomini e le donne più giovani e più forti per essere inviati ai campi di lavoro. La situazione non cambiava di molto ed il più delle volte era solo un protrarsi di una lenta agonia: la morte per fame, per il freddo, per la fatica, per le malattie e poi, nel momento in cui si veniva giudicati non più abili al lavoro, la destinazione era il centro di sterminio.
Primo Levi fu deportato proprio ad Auschwitz e inviato al campo di lavoro di Buna-Monowitz dove i prigionieri lavoravano nelle fabbrica di prodotti chimici IG Farbenindustrie. Ecco cosa scriverà nella relazione presentata ad un convegno sulla letteratura ebraica nel novembre del 1982: «Già durante la prigionia, a dispetto della fame, del freddo, delle percosse, della fatica, della morte progressiva dei miei compagni, della promiscuità in tutte le ore, avevo provato un bisogno intenso di raccontare quanto stavo vivendo. Sapevo che le mie speranze di salvezza erano minime, ma sapevo anche che, se fossi sopravvissuto, avrei dovuto raccontare, non ne avrei potuto fare a meno; non solo, ma che il raccontare, il portare testimonianza, era uno scopo per cui meritava di conservarsi. Non vivere e raccontare, ma vivere per raccontare. Già ad Auschwitz ero consapevole di stare vivendo l'esperienza fondamentale della mia vita».
Ad Auschwitz furono immatricolati circa quattrocentomila prigionieri e solo poche migliaia sopravvissero. Quattro milioni, leggasi quattro milioni di esseri umani inermi ed innocenti, furono eliminati dagli impianti di sterminio dei nazisti a Birkenau, a soli due chilometri da Auschwitz. Uomini e donne prelevati con l'ordine di portarsi dietro "tutto quanto occorre per un lungo viaggio": nove su dieci venivano immediatamente soppressi con gas tossico, i corpi cremati in grandi impianti costruiti dalla "onesta Ditta Topf e Figli di Erfurt", capace di costruire forni in grado di incenerire fino a ventiquattromila cadaveri al giorno. All'atto della liberazione si trovarono ad Auschwitz "sette tonnellate di capelli", magazzini stracolmi di sole scarpe, di soli occhiali, di soli vestiti.
Il lager era concepito, studiato e strutturato apposta per violentare la persona, per umiliarla, per distruggerla, per renderla una bestia immonda. La volontà di sopprimere ed eliminare un essere umano era congiunta con una forte volontà di fargli patire le più atroci sofferenze immaginabili, trattarlo come un animale, come un oggetto inanimato.
Il lager era pensato perché non si potesse sopravvivere. Come sia stato possibile arrivare al punto di stabilire di dover far espiare a una razza, nella sua totalità, la colpa di esistere, rimane un interrogativo al quale neanche Levi riesce a rispondere compiutamente. Ma a cosa serviva il lager? Quali erano gli scopi del lager? «Erano tre: terrore, sterminio, manodopera».
Monowitz Buna era nato nel 1933 con Oranienburg e Dachau, il primo dei lager nazisti. Erano una sorta di "modelli sperimentali" dove potevano essere rinchiuse dalle cinquemila alle diecimila persone e il loro scopo era principalmente quello di eliminare ogni forma di resistenza politica soprattutto quella comunista. L'ironia macabra dei tedeschi li aveva denominati Knochenmuhlen "mulini da ossa" e servivano per distruggere, macerare e macinare gli esponenti politici dai più pericolosi come quelli comunisti, a seguire quelli socialdemocratici, poi i cattolici, i protestanti e qualche ebreo: insomma quelle che erano le spine nella carne nazista.
Nel 1936-37 si ha la proliferazione e nascono Buchenwald, Ravensbruck, Mauthausen e tanti altri. Nel 1939 all'inizio della guerra i lager sono circa un centinaio ma con la fulminea occupazione della Polonia nasce un'altra tipologia di lager non più destinata a reprimere o "macinare" gli avversari politici ma a sterminare gli ebrei. Questi lager funzionarono senza sosta a partire dal '41 fino alla fine del '43: Majdanek, Treblinka, Chelmno e poi Auschwitz furono i lager del massacro puro ed integrale, non usciva nessuno e non è un caso che erano situati al di fuori dei confini tedeschi per mantenere una sorta di segretezza sullo sterminio degli ebrei. Ogni giorno entravano treni gremiti di esseri umani ed uscivano soltanto le ceneri dei loro corpi. Ma in Germania tutti sapevano che esistevano i lager perché dai lager politici come Mauthausen e Buchenwald alcuni uscivano e potevano raccontare. Anche la soppressione dei malati mentali tedeschi (poi interrotta) che si svolgeva necessariamente in Germania era a conoscenza di alcuni settori della società civile e della Chiesa. Una sorta di "volontà di non sapere" si impossessò di un popolo (Freud li definiva "battezzati male"), il problema del consenso di massa seppur in un paese poliziesco modello, una sorta di viltà che fece voltare gli occhi dall'altra parte e certamente il terrorismo di stato del regime hitleriano non dava molte possibilità di organizzare una autentica resistenza che comunque non vi fu mai neanche a nazismo galoppante. Poi alla fine del '43, la guerra falcidiava uomini su tutti i fronti, e la carenza di manodopera in Germania rendeva necessario utilizzare anche gli ebrei ed è in questi anni che si costruisce Auschwitz, "impero ibrido di lager" come lo chiamerà Levi: sterminio attraverso lo sfruttamento. Si arriva ad un compromesso: "I più validi di ogni convoglio, uomini e donne, lavoreranno fino alla morte, gli altri andranno subito per il camino".
Questo è il terzo scopo per il quale i lager sono serviti: manodopera di schiavi sostituibile in ogni momento.
Non c'era un campo di Auschwitz, ce n'erano trentanove. C'era Auschwitz città e dentro c'era un lager con quindicimila prigionieri, la capitale del sistema. A due km c'era Birkenau con ottantamila prigionieri, (Auschwitz secondo) un enorme lager, il campo di sterminio, con la camera a gas, diviso in quattro-sei lager confinanti. Più in alto c'era la fabbrica con Monowitz (Auschwitz terzo) con diecimila prigionieri dove era Primo Levi e tutt'intorno altri trenta piccoli lager di punizione con più di ventimila prigionieri che lavoravano tra la fame e il freddo in miniere, fabbriche di armi, aziende agricole.
Il sistema di Auschwitz era in definitiva "il frutto dell'esperienza di tutti gli altri lager sia di sterminio che di lavoro forzato".
Tutto era stato perfettamente calcolato dai tedeschi: un serbatoio di manodopera a prezzo nullo e si prevedeva una sopravvivenza di circa tre mesi. Di giorno in fabbrica sotto il potere dell'industria tedesca e di notte in lager sotto il dominio delle SS e in alcuni casi si creavano dei conflitti tra l'autorità politica delle SS e i tecnici dell'industria «se uno era infortunato sul lavoro, sottostava alle norme sugli infortuni (perché la fabbrica aveva le sue regole): non faceva differenza se poi, una volta ritornato nel lager, veniva mandato nella camera a gas. L'industria tedesca non voleva che la gente morisse in fabbrica, gratis». E quando occorreva costruire una baracca nuova in mattoni veniva impartito l'ordine da parte delle SS di tornare in lager con quattro mattoni a testa: diecimila prigionieri, quarantamila mattoni rubati all'industria tedesca. Ma nessuno si lamentava perché le SS erano temute.
Eppure dalla fabbrica di Buna non uscì mai un chilo di gomma perché il giorno prima dell'inizio della produzione un bombardamento colpiva la centrale elettrica e paralizzava la fabbrica.
 
Nel 1959 su La Stampa Primo Levi scriverà: "La strage nazista porta il segno della follia ma anche un altro segno. È il segno del disumano, della solidarietà umana negata, vietata, rotta; dello sfruttamento schiavistico; della spudorata instaurazione del diritto del più forte, contrabbandato sotto l'insegna dell'ordine. È il segno della sopraffazione, il segno del fascismo. È la realizzazione di un sogno demenziale, in cui uno comanda, nessuno più pensa, tutti camminano sempre in fila, tutti obbediscono fino alla morte, tutti dicono sempre di sì". Auschwitz è un ammonimento all'umanità, una testimonianza, un monito: che l'uomo è, deve essere, sacro all'uomo, dovunque e sempre.
Al suo ritorno in Italia nell'ottobre del 1945 inizia a scrivere, senza darsi preoccupazioni di stile, cercando di fissare fedelmente gli episodi che aveva più freschi nella memoria, gli avvenimenti più importanti o carichi di valori simbolici. «Non mi rendevo conto, né avevo intenzione, di scrivere un libro: mi sembrava di adempiere ad un debito verso i compagni morti, e ad un tempo di soddisfare un mio bisogno».
L'esperienza di quel mondo pieno d'orrore e disumanità di Auschwitz sembrava premere nella testa e voler uscire il più presto possibile: le parole, i gesti quotidiani, i volti dei compagni morti o sopravvissuti, l'insperata salvazione, la libertà ritrovata, il rimpatrio lunghissimo, imprevedibile, assurdo, straordinario. Raccontare era una necessità, un impulso insopprimibile, quelle vite e quelle morti non potevano rimanere sedimentate e arenate nel cuore e nella carne di un uomo, dolente e ferito; non potevano rimanere sconosciute al mondo. Se questo è un uomo racconta l'anno di prigionia nel lager di Auschwitz ed è stato scritto con la volontà di non dimenticare, di non perdere il ricordo anche del minimo gesto quotidiano o del volto più insignificante perché in verità questo è un libro che si è scritto da sé: «avevo l'impressione che quelle cose "si scrivessero da sole" e trovassero in qualche modo una via diretta dalla mia memoria alla carta». Il Lager non era un luogo dove si poteva analizzare la propria esperienza o scrivere per fissare fatti e misfatti, emozioni e dolori, anche perché era proibita qualunque forma di possesso personale eppure la "speranza di sopravvivere era legata alla speranza di vivere per raccontare". Un desiderio profondo alimentava ogni reduce ed era che quella esperienza diventasse storia: le atrocità viste dovevano essere raccontate, la vita del lager non doveva essere dimenticata, l'uomo non più uomo ma ridotto a cosa doveva essere raccontato a tutti per far capire cosa significava tale condizione: e in pochi poterono scrivere tutto ciò, quelli a cui «la fortuna concesse di sopravvivere». Ecco allora che una volta tornato a casa c'era quella voglia di raccontare da "narratore infaticabile", di ripetere le storie innumerevoli volte quasi a cercare di far ritornare alla mente qualche gesto o accadimento dimenticato e alla fine la vicenda umana si materializzava in breve tempo: «scrivevo di notte, in treno, alla mensa della fabbrica, in mezzo al frastuono dei motori. Scrivevo con fretta, senza esitazioni e senz'ordine; non avevo coscienza di scrivere un libro».
In pochi mesi scrisse i diciassette capitoli del libro partendo dall'ultimo, il ricordo più fresco, per arrivare al primo, quello più lontano nel tempo. Poi aggiunse ad epigrafe una poesia che già aveva in testa ad Auschwitz ma aveva scritto pochi giorni dopo il ritorno a casa.
«Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi, alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi».
Alcuni amici nel leggere quelle pagine consigliarono di riunirle, ordinarle e completarle: è così che nasce Se questo è un uomo pubblicato nel 1947 da un piccolo editore: De Silva di Torino. Se questo è un uomo è oggi un classico tradotto in varie lingue, adattato per versioni radiofoniche e teatrali, inserito in numerose antologie e continuamente ristampato ma il manoscritto fu inviato a due editori che lo rifiutarono: "commercialmente i tempi non erano ancora maturi per capire il Lager" e dulcis in fundo fu rifiutato per anni anche da una personalità ebrea della letteratura italiana: un lettore disattento.
Un libro che è sì di testimonianza ma anche di domande su come era potuto avvenire un tale orrore, su come si era potuto vivere senza speranze all'ombra dei camini dei crematori, una spiegazione al perché di questa tragedia, "l'intuizione del destino deciso al di sopra dell'uomo da un Dio incomprensibile".
Dopo aver scritto e pubblicato Se questo è un uomo Primo Levi si era "sentito in pace con se stesso come chi ha compiuto il proprio dovere". La sua testimonianza, la sua parola, la sua memoria erano lì e chi lo desiderava poteva leggerla per cercare di capire cosa era successo.
A dire la verità il libro era stato accettato solo da un piccolo editore e stampato in 2500 copie. Le recensioni erano state positive ma di certo non si parlava di ristampe né di traduzioni e dopo solo due anni si può dire che era già un libro entrato nel dimenticatoio.
E poi Primo Levi si era dedicato intensamente alla sua professione di chimico e si era sposato, quasi accontentandosi di essere autore di un solo libro, un "piccolo libretto solitario" al quale non pensare più come lo stesso autore scriverà.
Dieci anni più tardi, in occasione di una mostra della deportazione tenuta a Torino, alla quale era stato chiamato per dare un suo contributo, Primo Levi fu favorevolmente stupito per l'interesse e la voglia di conoscere e sapere "come era potuto accadere" soprattutto da parte di molti giovani presenti nel pubblico e fu così che propose il libro all'editore Einaudi che lo ripubblicò nel 1958 e da quell'anno non ha mai cessato di essere ristampato ed è entrato nella storia della letteratura italiana.
 
***
 
«Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso... si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni affinità umana... si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di annientamento" e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo».
Se questo è un uomo è un libro che si può definire pedagogico perché Primo Levi non fa altro che condurre il lettore per mano all'interno di un campo di sterminio, come a fargli sentire sul volto il vento gelido del mattino, il rancido della zuppa nella gamella, il freddo assassino sempre in agguato, l'orrore per l'odore di morte che c'è nell'aria, la putredine della carne, i cumuli di cadaveri, la negazione dell'uomo. E lui è lì a sopravvivere solo per raccontare e far conoscere.
Eppure Levi non emette nessuna condanna e non esprime alcun giudizio quasi se chiedesse allo stesso lettore di cercare di capire, di comprendere e agire di conseguenza in futuro: questa sua esigenza di neutralità, questa sorta di sospensione del giudizio, questo suo porsi piuttosto come accusatore che giudice spietato, induce il lettore ad avere una reazione, a pronunciare egli stesso una condanna.
 
E quell'anno ad Auschwitz fu tremendo perché Primo Levi trovò nel lager la "schiuma della terra", degli infelici che avevano alle spalle cinque anni di persecuzioni, persone scappate dalla Germania nazista in Polonia dove erano state raggiunte, poi scappate a Parigi e raggiunte anche lì per finire infine ad Auschwitz oppure poveri uomini della Bielorussia o dell'Ucraina assai lontani dalla civiltà occidentale e gettati in una condizione che non potevano capire. I compagni di viaggio di Levi, nel tragitto dall'Italia in Germania, speravano di trovare dei compagni ma trovarono dei "nemici". E il trauma iniziale fu la mancanza di solidarietà, il trovarsi a scontare come ebrei la colpa di essere nati, la percezione di avere a che fare con la follia, e la mancanza di comunicazione e l'isolamento linguistico in quel luogo erano quasi sempre mortali «sono morti quasi tutti gli italiani per questo»: perché non capivano gli ordini e non potevano dirlo, sentivano le urla, perché i militari tedeschi urlano sempre «per dar vento a una rabbia vecchia di secoli», e loro non capivano. Quel non riconoscersi come compagni fu la fine per molti.
«Non martiri» scrive Primo Levi ma la sua vicenda umana induce a riflessioni che si bagnano nel sangue di tanti esseri umani testimoni di quella inevitabile negazione dell'uomo, di quella persecuzione, di quello smaltimento di ossa. Eppure non è insignificante che la parola "martirio" ricalchi la parola greca "martùrion" che significa "testimonianza".
Dopo una simile tragica esperienza il bisogno primario era quello di scrivere a scopo di liberazione interiore «Io non ero convinto che Se questo è un uomo sarebbe stato pubblicato. Volevo farne quattro o cinque copie per fidanzata ed amici. Il mio scrivere era dunque un modo di raccontare a loro». Scrivere per ritornare a vivere in modo sereno e dissolvere i gemiti dei "fantasmi dolenti" durante i sogni.
La sua parola è stata quindi una "necessità vitale" di far riemergere una libertà interiore e spirituale dopo la disumana privazione: «Il bisogno di raccontare agli "altri", di fare gli "altri" partecipi... un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari... il libro (Se questo è un uomo) è stato scritto per soddisfare questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore».
Non vi troveremo "nuovi capi d'accusa" ma documenti di un periodo della storia, uno strumento per cercare di capire determinati aspetti dell'animo umano. Ma una accusa universale c'è. L'accusa viene rivolta a tutti quegli uomini che ritengono "ogni straniero un nemico", "convinzione che giace in fondo agli animi come una infezione latente" e quando si propaga, al vertice della piramide sta il Lager: «La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo» e la minaccia di questa concezione del mondo può essere allontanata solo con le parole che uomini come Primo Levi hanno lasciato come testimonianza, a quasi sessanta anni da quel '44, anno in cui fu deportato ad Auschwitz.
Per ricordare gli ultimi dieci giorni nel lager ecco cosa scrive di quel 26 gennaio del 1945: «Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L'ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L'opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell'uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce. Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l'esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l'uomo è stato una cosa agli occhi dell'uomo».
«Oh poter piangere! Oh poter affrontare il vento come un tempo facevamo, da pari a pari, e non come vermi vuoti di anima!»: ecco il pensiero pieno di speranza che assediava la mente nei rari momenti di riposo, accovacciati nelle baracche. Ma la realtà era la polvere della morte nella gola, le schiere di schiavi capaci di qualunque cosa per un pezzo di pane, i ritmi brutali che scandivano i passi stanchi ogni mattina e ogni sera, le miserande spoglie di cadaveri a pezzi trasportate nei forni crematori. «L'umano come valore può andare perduto, si salva solo se viene coraggiosamente e tenacemente difeso contro le forze che minacciano di opprimerlo e distruggerlo».
Possiamo chiamare disumano ogni tentativo di adoperare l'uomo come una cosa, rendendolo servo di una situazione che egli non può controllare e modificare attraverso la propria libertà: l'unica speranza è che il ventre che partorì la cosa immonda non sia più fecondo smentendo inesorabilmente Brecht.
 
***
 
Quando Primo Levi ritornò finalmente a Torino il 19 ottobre del 1945, dopo un lunghissimo e terrificante viaggio attraverso mezza Europa: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava. Gonfio, barbuto e lacero da essere quasi irriconoscibile e poi gli amici, il calore della casa, un letto comodo, pulito e morbido, la gioia liberatrice del raccontare. «Ma solo dopo molti mesi svanì in me l'abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane; e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento... Sono a tavola con la famiglia o con gli amici in un ambiente placido e disteso...eppure provo un'angoscia sottile e profonda... sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io SO che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all'infuori del Lager».
Aveva urgenza di raccontare e poi ancora raccontare senza mai saziarsi e Levi era un meraviglioso conversatore, preciso e scrupoloso, sempre attento alle parole giuste e calibrate per esprimere quel tormento che lentamente, troppo lentamente andava scomparendo, capace di numerose associazioni di memoria e di ricordi dettagliati e precisi di quell'atroce esperienza che lo aveva segnato nell'anima (Levi scriverà in diverse occasioni "rotto": e tale parola rende meglio di qualunque altra il suo stato d'animo). Primo Levi aveva un grande rispetto dell'uomo: era gentile, mite e di una dolcezza estrema. La sua sofferenza e la sua testimonianza sono diventate patrimonio comune, e la sua parola, sempre sobria e di un'efficacia spoglia, è ancora fondamentale antidoto contro l'odio e il sopruso dell'uomo sull'uomo.
Parlava sempre a voce bassa. Senza rancore.
«Levi non gridava, non insultava, non accusava, perché non voleva gridare, voleva molto di più: far gridare» così scriverà Ferdinando Camon.
E, alla fine di una serie di memorabili interviste sempre con Camon, ecco cosa Primo Levi aggiunse a matita sul foglio: «C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. (Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo)».
 

Massimo Barile


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