LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA

Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
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Luciano Recchiuti
Scrittore, poeta, e promoter culturale. Fra i riconoscimenti: inserimenti in Antologie di Premi, Primo in Parole per amare 2004 a Roma per la Poesia, Primo nel Premio Città di Bitetto 2004 per la Narrativa, Primo in La campagna toscana 2004 per la Poesia, Terzo nel G. Viggiani 2004 per la Poesia, Primo a Torino in Arte Città Amica per il libro di Poesie Edite, Primo per la narrativa in Tra le parole e l'infinito 2004, Medaglia d'Argento al Premio Letterario Internazionale Cilento 2004, Secondo per la narrativa all'Ischia, l'Isola dei Sogni 2004/2005, Secondo in Amedeo d'Aosta 2004 per la narrativa, III classificato al Festival della Poesia di Salonicco 2006, premiato in innumerevoli altri Concorsi. Pubblica nel 2003 la raccolta di poesie Chiaroscuri, Edizioni Edigrafital, Teramo, nel 2004 Poesie di Piccole di Piccole e Grandi Cose, Edizioni La Bancarella, Messina, nel 2005 il terzo volume di poesie, Sperimento.com, Edizioni Edigrafital. Presidente di Associazione Culturale (La Luna), organizzatore di mostre ed eventi d'arte, Presidente del Premio Nazionale Teramo di Poesia Gino Recchiuti. Di lui si sono occupati critici con recensioni edite e i suoi testi sono stati tradotti in altre lingue. Articolista del magazine elettronico Il Galeone di Messina. Socio, tra gli altri, della Società Dante Alighieri, dell'Accademia Vittorio Alfieri di Firenze e del Il Convivio in Castiglione di Sicilia. Figura nelle raccolte poetiche Dossier Poesia 2004 della Carello Edizioni, Una strada di parole 2005, Dedicato a..., Poeti Italiani nel mondo, Rassegna Poetica dedicata alla Mamma, Al Centro delle Parole della Book Editore e The Sound of Silence della Ta.Ti. Edizioni di Como, Poesia oltre i Confini, bilingue, della Book Editore di Bologna. E' presente nell'Atlante Letterario 2005/2006 e 2007/2008.
 

www.lucianorecchiuti.it


Con il racconto "Nebbia" si è classificato quinto all'edizione 2004 del Premio Fonopoli - parole in movimento.


Con la poesia "Amo..." 5° class. ex-aequo al
Premio Il Club degli autori 2003-2004

I need...
 
 
Ho bisogno di te, amico mio,
nei momenti in cui più forte
il tedio mi sorprende.
Sento la tua mano che stringe
e incoraggia, avida di vita.
Solidarietà il canto che inneggia
d'ogni parte e ogni dì,
oltraggiata nelle stanze
del potere,
urlata da lingue rosse e gonfie
di portatori della civiltà,
mormorata da ombre diafane
supplicanti per i propri figli.
Ho bisogno di te, amica mia,
quando l'uragano flette il giunco
che di lì a poco rialzerà la testa.
Cosa farà chi da anni assapora
l'acre odore di tsumani,
e l'ostilità cruenta dei fratelli ?
Ci sono vite che non hanno cielo,
cui assordante è il rumore
ugual della discordia.
Ridicolo seppur convinto,
scuoto dalla finestra un fazzoletto
che chiede "Pace" al mondo,
blandendo la coscienza
e poi chiudendo vetri d'un botto.
Doppi, affinché neanche
uno spiraglio di spiritualità
trapassi.

 
Tana libera a tutti !
 
Razza d'uman pianeta,
conoscere vorrei
della tua vita
l'incipit amaro
dell'indifferenza,
inquinata fonte
della tua superbia.
Incubi i giorni d'Africa
nel sangue già sommersi,
occhi dei bimbi che giocano
alla guerra,
quintali d'uranio radioattivi.
Ripara la coscienza il dito,
alla vista esile baluardo,
per non soffrire,
solo per tacere.
Sofferenza nei ghetti,
violenze nei lager,
diuturni abusi su minori.
Figli di un Dio
che non offre scampo,
che pone l'uomo
al centro del destino,
eterno libero arbitrio.
"Tana libera a tutti",
escamotage che piano
scansa la sofferenza del rimorso,
rimuovendo lenta la pace,
ammucchiata
senza più speranza,
nel cumulo fumante
dei sostantivi astratti.
 

Lievi battiti
 
Lievi battiti d'ali
non dan soddisfazione,
scrutando il cielo buio
di traverso fra le mie
illusioni e le tue.
Non protesto col destino
nel giorno in cui potrei
perderti per sempre;
ascolto musica,
che invade il cuore
di calda sinfonia.
Morta la casa in cui
sbocciò amore grande,
la luna cade fra le mie braccia
invano tese verso il blu.
La luce d'un lampione
acceca retine dolenti
di raggi dolci e arcobaleni,
sempre più radi
nelle terre mie.
Un orologio
batte i quarti
di lontano,
portando con sé
i brividi del vento.
Fremiti invisibili
agitano il cuore,
il bucato teso
ad asciugare,
l'animo sospinge il carro
sul limitar della discesa.
Ubriaco di sensazioni,
farfalla nel mattino
che non vuol più
essere crisalide,
vorace bruco che
divora foglie senza
bricioli d'etica o pietà.
Come son io, in fondo,
di Carneval dimessa
la maschera dal viso.

 
The gate of the sky
(L'arcobaleno)
 
 
Del suolo il fango
D'uggiosa giornata
Sprazzi nel cielo
Nube che s'apre
Ventaglio di luce
Che abbacina il viso
Pioggia s'annuncia
Di venti foriera
Nembi e uragani
Sempre più cupi
Nel cielo una porta
Arco perfetto
proteso nel nulla
Solo illusione
Solo stupore
Parco è l'iride
Color della vita
Parvenza divina
Attraverso la porta
Sbucare nel blu
Un sogno insperato
Fantastico e ingrato
Cerco la chiave
Col volto rigato
Da lacrime dolci
Di pioggia battente
Tramonta già l'astro
Dietro di me
Felice e fuggente
un po' irriverente
Sogno emozione
Spessore rifratto
Di vera e d'astrusa
Natura gioiosa
Nel cuore il buio
Della notte
Imminente.

 
Passionate Wrong
 
 
Chiave di basso e chiave di violino.
Sing a lovely song,
spit a dreadful wrong.
Cos'è a Scuteri la vita,
nelle ramblas più reiette,
nelle favelas disperate di Rangoon,
nei cuori devastati da chiffon ?
Pizzi di seta bianchi come crac,
eroina calda e lenta
trova via di fuga
attraverso placente compiacenti,
wrong thing, wrong thing !!!
De nada, magnana dejà vu,
tori in mattanza
and hopeless souls.
Ballo su note di persa spiritualità,
osservo il treno
e l'oscillare sui binari.
The sparrow flies sulla passerella,
incanta la moda in black and white.
Il cerchio lesto si richiude:
chiave di basso e chiave di violino.

QUARTO PIANO
 
 
Mi dicevano: "Dai tempo al tempo. Le cose spesso si aggiustano da sole !"
Già, come se un preciso ordine nell'Universo fosse la chiave per la risoluzione di tutti i problemi, compresi i miei, o quelli degli altri, uguale...!"
"La chiave non esiste !", era il pensiero che più mi martellava, "E nessuno può aprire porte chiuse se non a spallate, se il presupposto fosse quello giusto !"
Ciò mi dava un senso di appagatezza: innaturale, così come un'inquietudine sottile, che non saprei dire da dove scaturisse: dalla rassegnazione, dall'impotenza, dall'accettazione delle cose o piuttosto dalla ribellione che covava come cenere e lapilli sotto la superficie della bocca del vulcano.
Lava pronta ad aprirsi la strada, senza razionalità, alla ricerca del solco più debole, dello strato di crosta terrestre dove attaccare e fuoriuscire, illuminando la notte di luci artificiali e fuochi pirotecnici.
Il lungo periodo della riflessione era finito, e mentre passeggiavo fra i larici un po' curvi alle prime brezze autunnali, evitando foglie che precocemente ingiallite cadevano giù, la consapevolezza si faceva strada in me.
Consapevolezza: un modo di chiamare il massimo della noia, del rancore celato, della nausea montante in me che, piano, emergeva dal mio essere.
Vedevo nettamente contrapposte le due figure, l'una e l'altra su due opposti marciapiedi, e come al solito pensavo di essere in preda a una incipiente schizofrenia, mentre il sì e il no, l'affermazione e la negazione, il Bene e il Male (a volerli chiamare per nome), erano lì, ad aspettarmi.
Ero abituato a simili incontri, non era certo l'unica decisione importante presa nella mia vita, e non mi spaventavano affatto i due bambocci che, in definitiva, rappresentavano solo i due aspetti della mia personalità, l'estroflessione estrema del mio essere all'esterno.
"Cari miei, so bene cosa volete, e non pensate di stupirmi più di tanto", dissi per rassicurare più me stesso che per autentica convinzione, "e poi oggi non ho affatto tempo da dedicarvi".
Così dicendo schivai di poco una cabriolet da cui ancora sentivo provenire maledizioni e rimbrotti al mio indirizzo.
Ero in mezzo alla strada, senza rendermene conto, equidistante dai marciapiedi dove i due, tranquilli, aspettavano che mi accostassi.
L'uno o l'altro, forse non era nemmeno molto importante. Già, la strada.
Pensai bene di togliermi di mezzo, e svoltai da una parte, una qualsiasi. "Non per te", dissi al più vicino, "che già mi guardi come un pezzo da Museo, da catalogare e numerare, ma semplicemente per non privarvi del lavoro prima del tempo !"
Cosa stavo facendo ? Parlavo da solo o c'era veramente la mia coscienza ad ascoltarmi ? E a chi mi rivolgevo, se non a proiezioni della mia mente, senza senso, o meglio senza autonoma vita, che non facessero parte della mia ?
In ogni caso, dimenticai ben presto i due, che tra l'altro non sembravano più interessati a me, e tirai diritto sulle strisce pedonali fino al marciapiedi.
L'Ospedale era lì vicino, e il Reparto Analisi era ai piani inferiori. Poi, una puntata a Radiologia, una visita a Carlo, il mio amico di sempre che operava in Rianimazione, e la giornata sarebbe stata bella e conclusa.
Con il mazzo di fogli in mano (qualcosa era comprensibile, ma per lo più erano cifre e simboli), giunsi alla porta dello studio di Carlo, o meglio del dr. Franzi, che finse di essere stupito di vedermi, ma che aveva l'aria nascosta di aspettarmi da un pezzo.
"Matteo, come stai ? E' una sorpresa vederti. Qual buon vento ?"
"Cosa ti metti a fare, le menate ?", gli dissi un po' scorbutico. Poi, ricordandomi cosa stessi facendo lì e ponendogli una mano sulla spalla, gli allungai i fogli.
"Ti ho portato del lavoro. Fallo bene, e alla svelta, perché è una partita che devo chiudere velocemente, caro Carlo."
Mi guardò con l'espressione di chi, incerto sul da farsi, accarezza l'idea di buttare fuori il suo interlocutore e farlo invece accomodare come vero amico.
L'ultimo stato d'animo prevalse, e mentre mi indicava la sedia più comoda iniziò a rigirare fra le mani i foglietti che gli avevo quasi gettato sulla scrivania, riservando di dare un'occhiata più accurata agli esami radiografici.
"Non mi sembra si evidenzi nulla di particolare, da questi esami. Il CEA è al limite, ma false positività sono all'ordine del giorno. E un calo fisiologico dei leucociti non è un indice particolarmente rilevante, anche perché i globuli rossi si mantengono nella media".
"Già, e le previsioni del tempo ?", provocai io con un sorriso molto forzato, "Perché non mi dici qualcosa di più interessante ?"
"I markers specifici non si sono mossi, e questo mi sembra confortante. Vediamo la TAC e le risonanze. Quando le hai fatte ? Aspetta, vedo le date sui referti."
Armeggiava con abilità quanto gli avevo dato e, fissando di fronte alla fonte luminosa della lampada murale il tutto sembrò perdersi un attimo, come sconnesso con il cervello da luoghi e da persone.
Lo lasciai fare, era nel suo carattere. "Rinvenne" e, sedendosi alla scrivania, riassunse il suo tono professionale, pur blandito dal tono amichevole della voce.
"Matteo, il problema è quello che sai, ma gli esami clinici non chiariscono un bel niente. Sono contraddittori, e per fortuna gli indici non puntano affatto verso l'alto.
Sembra che ciò che provoca casini non faccia ancora parte del tuo corpo, anche se non è così."
"Ciò che significa, che non sono ancora in fase terminale, o soltanto che l'irreparabile può piombarmi addosso di colpo, senza preavviso ?", chiesi un po' sarcastico e un po' allarmato.
"No", rispose, "è che al momento gli esami non sembrano tali dal far propendere per una terapia o l'altra, per affrontare il problema di petto o aspettare per vedere come evolve".
"Ma c'è, esiste, e qualcosa lo dimostrerà pure, no...?"
Mi guardò, questa volta con molta dolcezza.
"Tu sapevi già di essere malato, di avere qualcosa che non andava. Cosa speravi di chiarire, con queste ultime analisi ?"
Persi per un momento la cognizione della realtà, mentre mi sembrò di rivedere le due figure al mio fianco, quasi a sfidarmi.
Naturalmente non c'era nessuno, ma Carlo intuì dal mio silenzio che stavo pensando rapidamente, e che il mio cervello andava oltre il dovuto, ed era pronto a fermarmi, con un gesto deciso della sua mano.
Lo anticipai violento. "Non c'è bisogno di aggiungere nulla alle stronzate che vorresti dirmi in questo momento. Io ho solo bisogno di verità. E voglio sapere se tu puoi darmele altrimenti, giuro, mi rivolgerò a qualcun altro, a qualche specialista del settore, e non a un azzeccagarbugli come te !"
"Cerca di calmarti, e non rivolgerti a me con quel tono, tanto non risolverai nulla facendo l'impulsivo ! Cerca di ragionare, e ascoltami bene. Sai bene di non avere nulla che al momento sembri devastante, ma c'è bisogno di approfondire la tua situazione e, per farlo, secondo me, c'è bisogni di ulteriori check up più completi, da fare in Ospedale, sotto controllo costante, per decidere di volta in volta cosa fare, senza improvvisazioni. Il mio consiglio è di rivolgerti a Rinaldo, farti ricoverare nel suo Reparto, e farlo prima possibile. Non c'è nessun pericolo imminente, ed è ora il momento per agire. Poi, fai quello che vuoi. Il mio consiglio te l'ho dato, e sai che è distaccato, obbiettivo, professionale, in una parola..."
Fece cadere l'accento sulle ultime parole, guardandomi intensamente negli occhi come faceva spesso quando voleva capissi qualcosa e tenessi a freno il mio carattere ribelle. E ottenne il risultato che voleva, perché lo guardai con calma, non dandomi più pena dei fogli, della TAC e degli altri esami, ma riflettendo sulle sue parole.
Eravamo due amici, di cui uno medico, uno ancora avvocato e faccendiere immobiliare, come mi definiva Carlo, e stavamo parlando seriamente, molto seriamente, della mia salute.
L'idea non mi piaceva affatto, ma non c'erano alternative.
Entrai in Ospedale quattro giorni dopo, e Rinaldo Zinni, un altro amico della nostra compagnia, mi accolse al primo piano dello stabile, in cui i Reparti erano adibiti alla cura e alla prevenzione delle sole patologie che in quel periodo della mia vita mi importassero.
"L'amico si vede nel momento del bisogno, e può darsi che tu non abbia bisogno proprio di nulla. Mi ha telefonato Carlo, esponendomi il tuo caso. Faremo degli esami. E andremo a fondo in questa faccenda, te l'assicuro."
L'incipit, rassicurante, ebbe su di me un effetto completamente opposto a quello probabilmente voluto dalle sue parole.
Un brivido mi attraversò la schiena, ma nonostante questo ci salutammo con larghi sorrisi e manate sulle spalle.
Anche la targa all'ingresso del Reparto mi sconcertò, non so perché.
"Day Hospital, dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19. Direttore prof. Rinaldo Zinni".
La chiusura della porta era automatica, e per entrare e uscire bisognava suonare il campanello, poiché la porta era controllata automaticamente e sorvegliata da un infermiere di turno, dallo schermo di un monitor.
I quattro giorni passati in quel Reparto mi sembrarono un incubo, costellato da camici bianchi, flebo, prelievi, iniezioni e macchine strane in cui mi infilavano, da cui riuscivo stranito per l'ansietà che mi assaliva e per il silenzio degli operatori, pur nella loro ammiccante cordialità.
Erano tutti gentili, e non mi trattavano da malato. Vidi Rinaldo poche volte, in quei giorni. Il quinto giorno venne lui da me, chiudendo dietro di sé la porta della stanzetta che mi avevano riservato, in via del tutto eccezionale, in un Reparto di day Hospital, che mi aveva invece visto ospite stabile.
Dalla mia camera il panorama era leggermente coperto dalle folte chiome degli alberi, e si respirava aria buona, fuori dal balconcino con due vasi di gerani non più in fiore, accuditi dall'infermiera bionda.
"Senti, Carlo, gli esami fatti non dimostrano granché al di fuori di ciò che già sapevamo. Il tuo problema è nel sangue e negli organi che lo producono e lo depurano, ma nei giorni di osservazione gli indici di scostamento sono stati irrilevanti. Sembrerebbe rivelare una latenza molto lunga, che non dovrebbe comportare tracolli improvvisi, ma..."
La sua voce si fermò, per un attimo sufficiente a farmi rivivere inquietudini e noia, noia e ansia, lunghe attese e telefonate a Marina, che da Genova non riusciva a trovare ancora il modo di trasferirsi qualche giorno vicino all'Ospedale.
E poi il suo lavoro, i miei clienti, il mio cane, l'auto in garage...
"Ma, cosa... ?", dissi quasi rabbiosamente a Rinaldo. Con un gesto mi zittì, dolcemente, quasi a rabbonirmi.
"Ne ho parlato a Federico, dai, il dr. Cinelli, il patologo del piano di sopra.
Vorrebbe sottoporti a qualche esame preventivo, e poi provare un paio di lavaggi del sangue e dei reni, e vedere come reagisce il midollo e il tuo fegato. Naturalmente..., dovresti trasferirti da lui per un po'."
Non lo ascoltavo più. Trasferirmi di sopra per un po'. Ero diventato un mobile, un pezzo d'arredamento di quell'Ospedale, fiore all'occhiello della ASL della città, un pezzo che veniva spostato a piacimento, e sottoposto a cure, interventi, nulla di invasivo, mi spiego, mi raccomando, non pensare che...
L'inquietudine era cresciuta al punto tale che il neurologo aveva pensato bene di tenermi un po' calmo con due pasticchette, da prendere due volte al giorno "Tanto per affrontare con serenità la giornata, ed essere più paziente e più riposato, meno insofferente."
Pasticche che naturalmente non prendevo, buttandole con cura nel bidoncino del bagno, ben avvolte in un pezzo di carta, come un bambino che nasconde e pulisce subito per bene le dita e i baffi di cioccolata, procuratisi in un raid di golosità.
"Non dire cazzate, io non mi muovo di qui. Anzi, stavo pensando di andarmene a casa, a riposarmi un po'. Il mio colorito non mi piace affatto, da quando sono qui dentro, e la permanenza in questo posto penso non mi faccia affatto bene".
"Ma che dici", ribattè Rinaldo con decisione, "il protocollo iniziato non può essere interrotto di colpo, e poi ho dovuto raccomandarmi come un santo a Cinelli, per il tuo trasferimento...Non farmi fare figure di merda, accidenti."
"Ma chi è il malato, e chi decide di...", mi fermai un attimo, perché era la prima volta che pronunciavo quella parola (malato), e il suono stesso della mia voce mi spaventò.
"Vedi, hai capito benissimo, e sai bene di cosa hai bisogno. Devi avere fiducia in lui, è un grosso specialista e un luminare nel suo campo. Ti rimetterà in sesto, vedrai."
Trascorsi una notte d'inferno, altro che incubi dei giorni passati. Seduto sul letto, fissando il soffitto, ricomparvero al mio fianco le due figure, che mandai maledettamente all'altro paese, senza che esse si scomponessero molto.
Di nuovo i dubbi mi assalirono, e provai a telefonare a Marina, rendendomi conto troppo tardi che erano le tre di notte. La voce assonnata dall'altro capo del filo rispose uno stanco "Pronto...", mentre la mia le farfugliava frasi senza senso, nella disperata ricerca di un appiglio, di un faro che illuminasse gli scogli verso cui stavo naufragando.
"Trasferimento...dove ti trasferiscono ? Domani vengo a trovarti e parlerò con Rinaldo...Ma lui che dice...?"
"Ti chiamo domani, e se hai da lavorare lascia perdere. Me la caverò. Ci sentiremo. Ti richiamerò io."
Interruppi bruscamente, ricominciando il dialogo con la mia mezza identità. Un'infermiera spiava dalla porta semiaperta, e zittii improvvisamente. Infine andai prima in bagno, quindi cominciai a percorrere a grandi passi il corridoio del Reparto, che domani avrei abbandonato, quasi a contarne le mattonelle e la lunghezza.
"Cinelli, Cinelli, siamo stati a cena una volta da lui. Un buon diavolo. Bah, vedremo..."
Un buon diavolo, che dopo una notte senza sonno non poté non notare il mio sguardo inebetito, la mia aria stanca, i miei pensieri annebbiati, gli esami clinici che, a suo dire, non spiegavano granché dell'eziologia della malattia, e del processo distruttivo dei miei linfociti.
"Processo distruttivo dei linfociti: è la prima volta che qualcuno me ne parla in questi termini", dissi fra me e me. Non pretendevo una risposta, ma egli mi ascoltò, e si sentì in dovere di darmela.
"Sì, il problema è proprio questo. Il range negativo è nettamente superiore alla produzione, e di questo ne risente profondamente tutto l'andamento ematico. Ma qualcosa ancora ci sfugge, come lo strano comportamento del suo fegato, sig. Fossati.
E' un atteggiamento che, pur nella sua passività, non presenta compromissioni pesanti."
"E quindi", provai a suggerire "nulla di grave ?"
"Nulla di grave, nulla di grave", andava riflettendo Cinelli, o meglio il prof. Cinelli, non come risposta alla mia domanda, ma come elucubrazioni del suo cervello.
"Definire ciò che l'affligge non è semplice, e richiede naturalmente una profonda considerazione dei suoi organi, interessati alla produzione del sangue e di tutti i suoi componenti, che lei sa molteplici. Solo dopo averne studiato il comportamento e lo stato attuale potremo stabilire una diagnosi esatta, e prendere le necessarie contromisure".
"Ma io pensavo che ormai una diagnosi fosse fatta. Si parlava di leucemia..."
"Ma lei sa quante tipologie di questa malattia esistono, nelle varianti conosciute ? Centinaia. Solo individuando quella giusta, e illuminando la causa del suo male, verremo a capo di tutto. Si affidi a noi, è in buone mani, lo sa..."
"Certo, dottore", mi sentii di rispondergli, più per rabbonirlo che per convinzione autentica.
D'altro canto, era stato più spicciativo degli altri, e forse più sincero, meno legato a me da vincoli di amicizia.
La camera era al terzo piano dello stabile, e la vista ora sconfinava sopra gli alberi che la nascondevano invece ai piani inferiori, fino a scoprire una larga fetta di orizzonte e di cielo, che nelle mattine non brumose e di sole illuminava le montagne, creando effetti di luce molto belle che, in altre circostanze, avrei apprezzato molto.
Il mio amore per l'arte e la natura non erano una novità dell'ultima ora, ma una consapevolezza e una nuova passione che stavano sbocciando. Stavano, prima di intraprendere quell'assurdo percorso che mi aveva portato in "quella" stanza di Ospedale, larga, accogliente e abbastanza silenziosa, a "quel" piano dello stabile.
 
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Agg. 06-09-2007