- I
need...
-
-
- Ho bisogno
di te, amico mio,
- nei momenti
in cui più forte
- il tedio mi
sorprende.
- Sento la
tua mano che stringe
- e
incoraggia, avida di vita.
- Solidarietà
il canto che inneggia
- d'ogni
parte e ogni dì,
- oltraggiata
nelle stanze
- del
potere,
- urlata da
lingue rosse e gonfie
- di
portatori della civiltà,
- mormorata
da ombre diafane
- supplicanti
per i propri figli.
- Ho bisogno
di te, amica mia,
- quando
l'uragano flette il giunco
- che di
lì a poco rialzerà la
testa.
- Cosa
farà chi da anni assapora
- l'acre
odore di tsumani,
- e
l'ostilità cruenta dei fratelli
?
- Ci sono
vite che non hanno cielo,
- cui
assordante è il rumore
- ugual della
discordia.
- Ridicolo
seppur convinto,
- scuoto
dalla finestra un fazzoletto
- che chiede
"Pace" al mondo,
- blandendo
la coscienza
- e poi
chiudendo vetri d'un botto.
- Doppi,
affinché neanche
- uno
spiraglio di spiritualità
- trapassi.
-
-
- Tana libera a
tutti !
-
- Razza
d'uman pianeta,
- conoscere
vorrei
- della tua
vita
- l'incipit
amaro
- dell'indifferenza,
- inquinata
fonte
- della tua
superbia.
- Incubi i
giorni d'Africa
- nel sangue
già sommersi,
- occhi dei
bimbi che giocano
- alla
guerra,
- quintali
d'uranio radioattivi.
- Ripara la
coscienza il dito,
- alla
vista esile baluardo,
- per non
soffrire,
- solo per
tacere.
- Sofferenza
nei ghetti,
- violenze
nei lager,
- diuturni
abusi su minori.
- Figli di un
Dio
- che non
offre scampo,
- che pone
l'uomo
- al centro
del destino,
- eterno
libero arbitrio.
- "Tana
libera a tutti",
- escamotage
che piano
- scansa la
sofferenza del rimorso,
- rimuovendo
lenta la pace,
- ammucchiata
- senza
più speranza,
- nel cumulo
fumante
- dei
sostantivi astratti.
-
-
- Lievi
battiti
-
- Lievi
battiti d'ali
- non dan
soddisfazione,
- scrutando
il cielo buio
- di traverso
fra le mie
- illusioni
e le tue.
- Non
protesto col destino
- nel giorno
in cui potrei
- perderti
per sempre;
- ascolto
musica,
- che invade
il cuore
- di calda
sinfonia.
- Morta la
casa in cui
-
sbocciò amore grande,
- la luna
cade fra le mie braccia
- invano tese
verso il blu.
- La luce
d'un lampione
- acceca
retine dolenti
- di raggi
dolci e arcobaleni,
- sempre
più radi
- nelle terre
mie.
- Un orologio
- batte i
quarti
- di
lontano,
- portando
con sé
- i brividi
del vento.
- Fremiti
invisibili
- agitano il
cuore,
- il bucato
teso
- ad
asciugare,
- l'animo
sospinge il carro
- sul
limitar della discesa.
- Ubriaco di
sensazioni,
- farfalla
nel mattino
- che non
vuol più
- essere
crisalide,
- vorace
bruco che
- divora
foglie senza
- bricioli
d'etica o pietà.
- Come son
io, in fondo,
- di Carneval
dimessa
- la maschera
dal viso.
-
-
- The gate of the
sky
- (L'arcobaleno)
-
-
- Del suolo
il fango
- D'uggiosa
giornata
- Sprazzi nel
cielo
- Nube che
s'apre
- Ventaglio
di luce
- Che
abbacina il viso
- Pioggia
s'annuncia
- Di venti
foriera
- Nembi e
uragani
- Sempre
più cupi
- Nel cielo
una porta
- Arco
perfetto
- proteso
nel nulla
- Solo
illusione
- Solo
stupore
- Parco
è l'iride
- Color della
vita
- Parvenza
divina
- Attraverso
la porta
- Sbucare nel
blu
- Un sogno
insperato
- Fantastico
e ingrato
- Cerco la
chiave
- Col volto
rigato
- Da lacrime
dolci
- Di pioggia
battente
- Tramonta
già l'astro
- Dietro di
me
- Felice e
fuggente
- un po'
irriverente
- Sogno
emozione
- Spessore
rifratto
- Di vera e
d'astrusa
- Natura
gioiosa
- Nel cuore
il buio
- Della notte
- Imminente.
-
-
- Passionate
Wrong
-
-
- Chiave di
basso e chiave di violino.
- Sing a
lovely song,
- spit a
dreadful wrong.
- Cos'è
a Scuteri la vita,
- nelle
ramblas più reiette,
- nelle
favelas disperate di Rangoon,
- nei cuori
devastati da chiffon ?
- Pizzi di
seta bianchi come crac,
- eroina
calda e lenta
- trova via
di fuga
- attraverso
placente compiacenti,
- wrong
thing, wrong thing !!!
- De nada,
magnana dejà vu,
- tori in
mattanza
- and
hopeless souls.
- Ballo su
note di persa
spiritualità,
- osservo il
treno
- e
l'oscillare sui binari.
- The sparrow
flies sulla passerella,
- incanta la
moda in black and white.
- Il cerchio
lesto si richiude:
- chiave di
basso e chiave di violino.
-
QUARTO
PIANO
-
-
- Mi dicevano:
"Dai tempo al tempo. Le cose spesso si aggiustano da
sole !"
- Già, come se
un preciso ordine nell'Universo fosse la chiave per la
risoluzione di tutti i problemi, compresi i miei, o
quelli degli altri, uguale...!"
- "La chiave non
esiste !", era il pensiero che più mi
martellava, "E nessuno può aprire porte chiuse
se non a spallate, se il presupposto fosse quello
giusto !"
- Ciò mi
dava un senso di appagatezza: innaturale, così
come un'inquietudine sottile, che non saprei dire da
dove scaturisse: dalla rassegnazione, dall'impotenza,
dall'accettazione delle cose o piuttosto dalla
ribellione che covava come cenere e lapilli sotto la
superficie della bocca del vulcano.
- Lava pronta ad
aprirsi la strada, senza razionalità, alla
ricerca del solco più debole, dello strato di
crosta terrestre dove attaccare e fuoriuscire,
illuminando la notte di luci artificiali e fuochi
pirotecnici.
- Il lungo
periodo della riflessione era finito, e mentre
passeggiavo fra i larici un po' curvi alle prime
brezze autunnali, evitando foglie che precocemente
ingiallite cadevano giù, la consapevolezza si
faceva strada in me.
-
Consapevolezza: un modo di chiamare il massimo della
noia, del rancore celato, della nausea montante in me
che, piano, emergeva dal mio essere.
- Vedevo
nettamente contrapposte le due figure, l'una e l'altra
su due opposti marciapiedi, e come al solito pensavo
di essere in preda a una incipiente schizofrenia,
mentre il sì e il no, l'affermazione e la
negazione, il Bene e il Male (a volerli chiamare per
nome), erano lì, ad aspettarmi.
- Ero abituato a
simili incontri, non era certo l'unica decisione
importante presa nella mia vita, e non mi spaventavano
affatto i due bambocci che, in definitiva,
rappresentavano solo i due aspetti della mia
personalità, l'estroflessione estrema del mio
essere all'esterno.
- "Cari miei, so
bene cosa volete, e non pensate di stupirmi più
di tanto", dissi per rassicurare più me stesso
che per autentica convinzione, "e poi oggi non ho
affatto tempo da dedicarvi".
- Così
dicendo schivai di poco una cabriolet da cui ancora
sentivo provenire maledizioni e rimbrotti al mio
indirizzo.
- Ero in mezzo
alla strada, senza rendermene conto, equidistante dai
marciapiedi dove i due, tranquilli, aspettavano che mi
accostassi.
- L'uno o
l'altro, forse non era nemmeno molto importante.
Già, la strada.
- Pensai bene di
togliermi di mezzo, e svoltai da una parte, una
qualsiasi. "Non per te", dissi al più vicino,
"che già mi guardi come un pezzo da Museo, da
catalogare e numerare, ma semplicemente per non
privarvi del lavoro prima del tempo !"
- Cosa stavo
facendo ? Parlavo da solo o c'era veramente la mia
coscienza ad ascoltarmi ? E a chi mi rivolgevo, se non
a proiezioni della mia mente, senza senso, o meglio
senza autonoma vita, che non facessero parte della mia
?
- In ogni caso,
dimenticai ben presto i due, che tra l'altro non
sembravano più interessati a me, e tirai
diritto sulle strisce pedonali fino al
marciapiedi.
- L'Ospedale era
lì vicino, e il Reparto Analisi era ai piani
inferiori. Poi, una puntata a Radiologia, una visita a
Carlo, il mio amico di sempre che operava in
Rianimazione, e la giornata sarebbe stata bella e
conclusa.
- Con il mazzo
di fogli in mano (qualcosa era comprensibile, ma per
lo più erano cifre e simboli), giunsi alla
porta dello studio di Carlo, o meglio del dr. Franzi,
che finse di essere stupito di vedermi, ma che aveva
l'aria nascosta di aspettarmi da un pezzo.
- "Matteo, come
stai ? E' una sorpresa vederti. Qual buon vento
?"
- "Cosa ti metti a
fare, le menate ?", gli dissi un po' scorbutico. Poi,
ricordandomi cosa stessi facendo lì e
ponendogli una mano sulla spalla, gli allungai i
fogli.
- "Ti ho portato
del lavoro. Fallo bene, e alla svelta, perché
è una partita che devo chiudere velocemente,
caro Carlo."
- Mi
guardò con l'espressione di chi, incerto sul da
farsi, accarezza l'idea di buttare fuori il suo
interlocutore e farlo invece accomodare come vero
amico.
- L'ultimo stato
d'animo prevalse, e mentre mi indicava la sedia
più comoda iniziò a rigirare fra le mani
i foglietti che gli avevo quasi gettato sulla
scrivania, riservando di dare un'occhiata più
accurata agli esami radiografici.
- "Non mi sembra
si evidenzi nulla di particolare, da questi esami. Il
CEA è al limite, ma false positività
sono all'ordine del giorno. E un calo fisiologico dei
leucociti non è un indice particolarmente
rilevante, anche perché i globuli rossi si
mantengono nella media".
- "Già, e
le previsioni del tempo ?", provocai io con un sorriso
molto forzato, "Perché non mi dici qualcosa di
più interessante ?"
- "I markers
specifici non si sono mossi, e questo mi sembra
confortante. Vediamo la TAC e le risonanze. Quando le
hai fatte ? Aspetta, vedo le date sui
referti."
- Armeggiava con
abilità quanto gli avevo dato e, fissando di
fronte alla fonte luminosa della lampada murale il
tutto sembrò perdersi un attimo, come sconnesso
con il cervello da luoghi e da persone.
- Lo lasciai
fare, era nel suo carattere. "Rinvenne" e, sedendosi
alla scrivania, riassunse il suo tono professionale,
pur blandito dal tono amichevole della
voce.
- "Matteo, il
problema è quello che sai, ma gli esami clinici
non chiariscono un bel niente. Sono contraddittori, e
per fortuna gli indici non puntano affatto verso
l'alto.
- Sembra che
ciò che provoca casini non faccia ancora parte
del tuo corpo, anche se non è
così."
- "Ciò
che significa, che non sono ancora in fase terminale,
o soltanto che l'irreparabile può piombarmi
addosso di colpo, senza preavviso ?", chiesi un po'
sarcastico e un po' allarmato.
-
- "No", rispose,
"è che al momento gli esami non sembrano tali
dal far propendere per una terapia o l'altra, per
affrontare il problema di petto o aspettare per vedere
come evolve".
- "Ma
c'è, esiste, e qualcosa lo dimostrerà
pure, no...?"
- Mi guardò,
questa volta con molta dolcezza.
- "Tu sapevi
già di essere malato, di avere qualcosa che non
andava. Cosa speravi di chiarire, con queste ultime
analisi ?"
- Persi per un
momento la cognizione della realtà, mentre mi
sembrò di rivedere le due figure al mio fianco,
quasi a sfidarmi.
- Naturalmente
non c'era nessuno, ma Carlo intuì dal mio
silenzio che stavo pensando rapidamente, e che il mio
cervello andava oltre il dovuto, ed era pronto a
fermarmi, con un gesto deciso della sua
mano.
- Lo anticipai
violento. "Non c'è bisogno di aggiungere nulla
alle stronzate che vorresti dirmi in questo momento.
Io ho solo bisogno di verità. E voglio sapere
se tu puoi darmele altrimenti, giuro, mi
rivolgerò a qualcun altro, a qualche
specialista del settore, e non a un azzeccagarbugli
come te !"
- "Cerca di
calmarti, e non rivolgerti a me con quel tono, tanto
non risolverai nulla facendo l'impulsivo ! Cerca di
ragionare, e ascoltami bene. Sai bene di non avere
nulla che al momento sembri devastante, ma c'è
bisogno di approfondire la tua situazione e, per
farlo, secondo me, c'è bisogni di ulteriori
check up più completi, da fare in Ospedale,
sotto controllo costante, per decidere di volta in
volta cosa fare, senza improvvisazioni. Il mio
consiglio è di rivolgerti a Rinaldo, farti
ricoverare nel suo Reparto, e farlo prima possibile.
Non c'è nessun pericolo imminente, ed è
ora il momento per agire. Poi, fai quello che vuoi. Il
mio consiglio te l'ho dato, e sai che è
distaccato, obbiettivo, professionale, in una
parola..."
- Fece cadere
l'accento sulle ultime parole, guardandomi
intensamente negli occhi come faceva spesso quando
voleva capissi qualcosa e tenessi a freno il mio
carattere ribelle. E ottenne il risultato che voleva,
perché lo guardai con calma, non dandomi
più pena dei fogli, della TAC e degli altri
esami, ma riflettendo sulle sue parole.
- Eravamo due
amici, di cui uno medico, uno ancora avvocato e
faccendiere immobiliare, come mi definiva Carlo, e
stavamo parlando seriamente, molto seriamente, della
mia salute.
- L'idea non mi
piaceva affatto, ma non c'erano
alternative.
- Entrai in Ospedale
quattro giorni dopo, e Rinaldo Zinni, un altro amico
della nostra compagnia, mi accolse al primo piano
dello stabile, in cui i Reparti erano adibiti alla
cura e alla prevenzione delle sole patologie che in
quel periodo della mia vita mi
importassero.
- "L'amico si
vede nel momento del bisogno, e può darsi che
tu non abbia bisogno proprio di nulla. Mi ha
telefonato Carlo, esponendomi il tuo caso. Faremo
degli esami. E andremo a fondo in questa faccenda, te
l'assicuro."
- L'incipit,
rassicurante, ebbe su di me un effetto completamente
opposto a quello probabilmente voluto dalle sue
parole.
- Un brivido mi
attraversò la schiena, ma nonostante questo ci
salutammo con larghi sorrisi e manate sulle
spalle.
- Anche la targa
all'ingresso del Reparto mi sconcertò, non so
perché.
- "Day Hospital,
dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19.
Direttore prof. Rinaldo Zinni".
- La chiusura
della porta era automatica, e per entrare e uscire
bisognava suonare il campanello, poiché la
porta era controllata automaticamente e sorvegliata da
un infermiere di turno, dallo schermo di un
monitor.
- I quattro
giorni passati in quel Reparto mi sembrarono un
incubo, costellato da camici bianchi, flebo, prelievi,
iniezioni e macchine strane in cui mi infilavano, da
cui riuscivo stranito per l'ansietà che mi
assaliva e per il silenzio degli operatori, pur nella
loro ammiccante cordialità.
- Erano tutti
gentili, e non mi trattavano da malato. Vidi Rinaldo
poche volte, in quei giorni. Il quinto giorno venne
lui da me, chiudendo dietro di sé la porta
della stanzetta che mi avevano riservato, in via del
tutto eccezionale, in un Reparto di day Hospital, che
mi aveva invece visto ospite stabile.
- Dalla mia
camera il panorama era leggermente coperto dalle folte
chiome degli alberi, e si respirava aria buona, fuori
dal balconcino con due vasi di gerani non più
in fiore, accuditi dall'infermiera bionda.
- "Senti, Carlo,
gli esami fatti non dimostrano granché al di
fuori di ciò che già sapevamo. Il tuo
problema è nel sangue e negli organi che lo
producono e lo depurano, ma nei giorni di osservazione
gli indici di scostamento sono stati irrilevanti.
Sembrerebbe rivelare una latenza molto lunga, che non
dovrebbe comportare tracolli improvvisi,
ma..."
- La sua voce
si fermò, per un attimo sufficiente a farmi
rivivere inquietudini e noia, noia e ansia, lunghe
attese e telefonate a Marina, che da Genova non
riusciva a trovare ancora il modo di trasferirsi
qualche giorno vicino all'Ospedale.
- E poi il suo
lavoro, i miei clienti, il mio cane, l'auto in
garage...
- "Ma, cosa... ?",
dissi quasi rabbiosamente a Rinaldo. Con un gesto mi
zittì, dolcemente, quasi a
rabbonirmi.
- "Ne ho parlato
a Federico, dai, il dr. Cinelli, il patologo del piano
di sopra.
- Vorrebbe sottoporti
a qualche esame preventivo, e poi provare un paio di
lavaggi del sangue e dei reni, e vedere come reagisce
il midollo e il tuo fegato. Naturalmente..., dovresti
trasferirti da lui per un po'."
- Non lo
ascoltavo più. Trasferirmi di sopra per un po'.
Ero diventato un mobile, un pezzo d'arredamento di
quell'Ospedale, fiore all'occhiello della ASL della
città, un pezzo che veniva spostato a
piacimento, e sottoposto a cure, interventi, nulla di
invasivo, mi spiego, mi raccomando, non pensare
che...
- L'inquietudine era
cresciuta al punto tale che il neurologo aveva pensato
bene di tenermi un po' calmo con due pasticchette, da
prendere due volte al giorno "Tanto per affrontare con
serenità la giornata, ed essere più
paziente e più riposato, meno
insofferente."
- Pasticche che
naturalmente non prendevo, buttandole con cura nel
bidoncino del bagno, ben avvolte in un pezzo di carta,
come un bambino che nasconde e pulisce subito per bene
le dita e i baffi di cioccolata, procuratisi in un
raid di golosità.
- "Non dire
cazzate, io non mi muovo di qui. Anzi, stavo pensando
di andarmene a casa, a riposarmi un po'. Il mio
colorito non mi piace affatto, da quando sono qui
dentro, e la permanenza in questo posto penso non mi
faccia affatto bene".
- "Ma che dici",
ribattè Rinaldo con decisione, "il protocollo
iniziato non può essere interrotto di colpo, e
poi ho dovuto raccomandarmi come un santo a Cinelli,
per il tuo trasferimento...Non farmi fare figure di
merda, accidenti."
- "Ma chi
è il malato, e chi decide di...", mi fermai un
attimo, perché era la prima volta che
pronunciavo quella parola (malato), e il suono stesso
della mia voce mi spaventò.
- "Vedi, hai
capito benissimo, e sai bene di cosa hai bisogno. Devi
avere fiducia in lui, è un grosso specialista e
un luminare nel suo campo. Ti rimetterà in
sesto, vedrai."
- Trascorsi una
notte d'inferno, altro che incubi dei giorni passati.
Seduto sul letto, fissando il soffitto, ricomparvero
al mio fianco le due figure, che mandai maledettamente
all'altro paese, senza che esse si scomponessero
molto.
- Di nuovo i
dubbi mi assalirono, e provai a telefonare a Marina,
rendendomi conto troppo tardi che erano le tre di
notte. La voce assonnata dall'altro capo del filo
rispose uno stanco "Pronto...", mentre la mia le
farfugliava frasi senza senso, nella disperata ricerca
di un appiglio, di un faro che illuminasse gli scogli
verso cui stavo naufragando.
-
"Trasferimento...dove ti trasferiscono ? Domani vengo
a trovarti e parlerò con Rinaldo...Ma lui che
dice...?"
- "Ti chiamo
domani, e se hai da lavorare lascia perdere. Me la
caverò. Ci sentiremo. Ti richiamerò
io."
- Interruppi
bruscamente, ricominciando il dialogo con la mia mezza
identità. Un'infermiera spiava dalla porta
semiaperta, e zittii improvvisamente. Infine andai
prima in bagno, quindi cominciai a percorrere a grandi
passi il corridoio del Reparto, che domani avrei
abbandonato, quasi a contarne le mattonelle e la
lunghezza.
- "Cinelli,
Cinelli, siamo stati a cena una volta da lui. Un buon
diavolo. Bah, vedremo..."
- Un buon diavolo,
che dopo una notte senza sonno non poté non
notare il mio sguardo inebetito, la mia aria stanca, i
miei pensieri annebbiati, gli esami clinici che, a suo
dire, non spiegavano granché dell'eziologia
della malattia, e del processo distruttivo dei miei
linfociti.
- "Processo
distruttivo dei linfociti: è la prima volta che
qualcuno me ne parla in questi termini", dissi fra me
e me. Non pretendevo una risposta, ma egli mi
ascoltò, e si sentì in dovere di
darmela.
- "Sì, il
problema è proprio questo. Il range negativo
è nettamente superiore alla produzione, e di
questo ne risente profondamente tutto l'andamento
ematico. Ma qualcosa ancora ci sfugge, come lo strano
comportamento del suo fegato, sig.
Fossati.
- E' un atteggiamento
che, pur nella sua passività, non presenta
compromissioni pesanti."
- "E quindi",
provai a suggerire "nulla di grave ?"
- "Nulla di grave,
nulla di grave", andava riflettendo Cinelli, o meglio
il prof. Cinelli, non come risposta alla mia domanda,
ma come elucubrazioni del suo cervello.
- "Definire
ciò che l'affligge non è semplice, e
richiede naturalmente una profonda considerazione dei
suoi organi, interessati alla produzione del sangue e
di tutti i suoi componenti, che lei sa molteplici.
Solo dopo averne studiato il comportamento e lo stato
attuale potremo stabilire una diagnosi esatta, e
prendere le necessarie contromisure".
- "Ma io pensavo
che ormai una diagnosi fosse fatta. Si parlava di
leucemia..."
- "Ma lei sa quante
tipologie di questa malattia esistono, nelle varianti
conosciute ? Centinaia. Solo individuando quella
giusta, e illuminando la causa del suo male, verremo a
capo di tutto. Si affidi a noi, è in buone
mani, lo sa..."
- "Certo,
dottore", mi sentii di rispondergli, più per
rabbonirlo che per convinzione autentica.
- D'altro canto,
era stato più spicciativo degli altri, e forse
più sincero, meno legato a me da vincoli di
amicizia.
- La camera era
al terzo piano dello stabile, e la vista ora
sconfinava sopra gli alberi che la nascondevano invece
ai piani inferiori, fino a scoprire una larga fetta di
orizzonte e di cielo, che nelle mattine non brumose e
di sole illuminava le montagne, creando effetti di
luce molto belle che, in altre circostanze, avrei
apprezzato molto.
- Il mio amore
per l'arte e la natura non erano una novità
dell'ultima ora, ma una consapevolezza e una nuova
passione che stavano sbocciando. Stavano, prima di
intraprendere quell'assurdo percorso che mi aveva
portato in "quella" stanza di Ospedale, larga,
accogliente e abbastanza silenziosa, a "quel" piano
dello stabile.
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