Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Lidia Conace
Con questo racconto ha vinto il quarto premio all'edizione 2007 del Premio Il Club dei Poeti.



«Poco più che un'ombra»



Mentre il sole declinava e tutto intorno si colorava di arancio, Lui uscì di casa. Si strinse appena nelle spalle, nascondendo il mento nella sciarpa e le mani nelle tasche.
Guardando giù verso le colline tossì per qualche secondo, quasi come un'abitudine. Era una cosa che non aveva mai capito. Per quanto il sole fosse l'unico autore e utilizzasse apparentemente le stesse tinte cromatiche, ogni sera pennellate di colore, più o meno intense, dipingevano in cielo un quadro diverso. Era uno spettacolo, un appuntamento che non perdeva mai, un po' come l'abitudine di guardare il tiggì ogni mattina. Se fosse stato meno pigro avrebbe atteso anche l'alba, ma forse una meraviglia al giorno poteva bastare -si diceva -giusto per non abituarcisi troppo.
Sorrise perso nei suoi pensieri. E si prese tutto il tempo per ridestarsi da quelle fantasie, tanto che, quando lo sguardo tornò vigile sull'orizzonte, il sole era quasi sparito. Era quello il momento del giorno che amava di più. Il crepuscolo lo rassicurava e da esso si sentiva protetto come da una coperta, una coperta sotto cui nascondersi dal mondo e, allo stesso tempo, da cui sbirciare, vedere e non essere visto...
Non era sempre stato così. Era stato anche Lui un bambino, che ogni sera, prima di coricarsi, controllava con terrore che sotto il letto non ci fosse nessuno. Un bambino che rimaneva a fissare, per minuti interminabili, quella strana ombra sul muro che una persiana un po' scheggiata disegnava, certe notti. Un bambino che con voce supplichevole implorava che la luce del corridoio rimanesse accesa. Ancora un po'.
Era passato in fretta il tempo. Rapido e così difficile da afferrare, come i raggi di una ruota quando la bicicletta è in movimento. Erano trascorsi mesi stagioni e anni ma di fondo tutto nella sua vita era rimasto più o meno immobile.
E questo era l'aspetto più terrificante di tutta la faccenda. Da bambino timido e introverso, con lo sguardo troppo serio per la sua età, era diventato un uomo chiuso e riservato, con rughe decisamente premature per il suo volto ancora giovane. Aveva visto cambiamenti, come è ovvio che sia, ma solo nella vita degli altri. E questo lo faceva talvolta urlare di rabbia, altre piangere per il dolore e la delusione.
Era come se tutto nella sua vita fosse rimasto fondamentalmente immobile.
Si era posto tanti obiettivi che, puntualmente, non si erano realizzati. Mete e progetti che erano scoppiati come bolle di sapone. Aveva perfino avuto degli ideali, un tempo. Poi aveva deciso di smettere.
Si sentiva spesso come se fosse l'unico a non avere in mano una mappa di quel percorso così difficile che è la vita, l'unico rimasto a girare in tondo senza trovare mai l'uscita e senza possibilità di ripassare dal Via. Così, mentre tutti gli altri vivevano, raggiungendo per gradi e senza apparente difficoltà le tappe più scontate della propria esistenza Lui, che si era perso già da un po', aveva scelto di fermarsi, nell'attesa che qualcuno sarebbe passato a cercarlo... prima o poi.
Invece, com'è ovvio pensare, nessuno si era accorto della sua prolungata assenza.
Tendeva a incolpare di questo la sua indole. Fin da adolescente, in effetti, la timidezza di cui era affetto e che generalmente si giustifica in un bambino, aveva costruito attorno a Lui un muro, inizialmente di cartapesta poi, col tempo, via via più resistente. Anche ora, da adulto, il non riuscire a esprimere apertamente quel suo carattere così sensibile che si nutriva di riflessioni e letture e che, per una certa inclinazione personale, era sempre stato più profondo della media, lo induceva ad assumere unicamente il ruolo di ascoltatore passivo. I suoi amici, del resto, pur non negandogli una sorta di affetto derivante da un carattere privo di spigolosità e che troppo facilmente si piegava agli umori di ognuno, finivano per considerarlo, più o meno inconsciamente, poco più che una presenza fissa nelle loro vite. Certamente non una indispensabile.
Sentire di non avere importanza per gli altri, comunque, unito ad una scarsa stima di sé, aveva acuito la sua solitudine, a volte reale a volte autoimposta. Così quella personalità interiore così ricca di spunti, così preziosa se solo fosse riuscito a mostrare, era rimasta intrappolata in un uomo apparentemente banale e inutile. Col tempo era diventato poco più che un'ombra. Aveva imparato a dileguarsi in fretta da ogni situazione potenzialmente imbarazzante o difficile, sia nel lavoro che in privato. I suoi amici di sempre, del resto, lo avevano abbandonato senza rimorsi a poco a poco che la sua presenza si era resa meno necessaria. E questo aveva coinciso con quella fase della vita in cui le compagnie si sfaldano, quando i singoli diventano coppia e i progetti di vita prendono il sopravvento. Solo la famiglia di origine restava un punto fermo nella sua esistenza, l'unico porto sicuro a cui attraccare. Eppure la sicurezza di casa era la cosa di cui meno aveva bisogno. Anzi, in essa si sentiva iperprotetto fuori tempo limite, come dentro un guscio troppo spesso. Per questo dopo i trenta aveva deciso di acquistare casa, un piccolo rustico indipendente senza grandi pretese a pochi chilometri dalla sua città. Era quella in cui abitava zona di vini e di fertili colline. E anche se con quell'acquisto aveva dovuto barattare la comodità della città con i piccoli disagi della vita di periferia, era stato altamente ricompensato dalla bellezza di quelle terre. Con la solitudine, poi, aveva imparato a convivere, tanto che col tempo gli era diventata quasi più piacevole. Del resto era convinto dentro di lui che la sua vita non si sarebbe mai allineata a quella che chiamavano 'normalità', fatta di amici, di una compagna, magari di un figlio... Si era adattato, così, a una vita dove prevalevano i ritmi e la routine ai sentimenti e alle passioni.
Ogni sera, dopo il lavoro, rientrava a casa. Indossava scarpe comode e usciva fuori. L'orario era quasi sempre lo stesso. Gli piaceva uscire nella penombra della sera, passeggiare su quelle stradine sterrate che da casa sua portavano ai vigneti vicini. Ogni tanto deviava per andare a passeggiare sotto le fronde dei vecchi castagni del boschetto.
Le ultime luci del giorno creavano giochi di ombre che affascinavano i suoi occhi, riuscendo a fargli dimenticare la tristezza di quella vita. Circondato da ombre si sentiva ombra lui stesso, un'ombra che a quelle ore del giorno si allungava sul terreno, disegnando una figura imponente come il suo corpo non lo era mai stato. Lo divertiva guardare quelle gambe nere così lunghe e sottili, come tronchi di pioppi che avevano appena imparato a muoversi. Giocava ad alzare le gambe, prima una poi l'altra come un soldatino snodabile, camminava veloce poi rallentava, alzava le mani in segno di saluto, incrociava le braccia stringendo forte le spalle, immaginando l'abbraccio struggente con una donna amata, tutto rapito da quel gioco che non lo annoiava mai e quasi stupito nell'osservare i movimenti perfettamente riprodotti dalla sua ombra.
Solo allora, mentre ripeteva quel gioco infantile, sera dopo sera, assaporava il sollievo di uscire dal guscio. E quel piacere che provava era ancora più intenso perché poteva sognare di essere diverso da quello che era o che aveva imparato ad essere per tutta una vita, l'etichetta cucitagli addosso da quasi ogni persona con cui aveva attraversato un pezzetto di vita e che lo aveva condizionato a tal punto da diventare esattamente quello che gli altri erano convinti di vedere in lui. Era patetico da pensare, ma si sentiva così solo che a volte anche un'ombra gli era di conforto.
Quella sera in cui lo conosciamo, comunque, Lui decise di rientrare a casa un po' più presto. Era venerdì e si sentiva addosso tutta la stanchezza di quella settimana lavorativa appena conclusa.
«Una doccia e poi subito sotto le coperte» - programmava tra sé e sé - camminando a lunghe falcate verso casa, come se fosse il programma più originale che avesse potuto ideare per quella sera. Eppure non è che avesse molte altre opzioni. Il telefono non avrebbe certo squillato per offrirgli nuove alternative, al limite per proporgli l'acquisto di un corso di lingua personalizzato o di una nuova marca di surgelati con consegna a domicilio...
Quando fu davanti a casa, la notte era ormai scesa. Il cielo era incredibilmente sereno, a parte una sottile distesa di nuvole con un disegno a onde. La luna luminosa e tonda illuminava di una luce bluastra. Non ricordava di aver mai visto un cielo notturno così puro e bello e si fermò ad ammirare l'atmosfera fiabesca che aveva avvolto ogni cosa.
Pur non essendovi abituato, gli venne naturale chinare il capo e rivolgere poche parole di apprezzamento a quel Qualcuno chiamato Dio che doveva esserne l'autore, lo stesso artista che ogni sera della sua vita gli aveva mostrato un tramonto diverso sulla tela del cielo.
Si sentì pervaso da un senso di pace interiore, come non credeva possibile.
Per la prima volta nella sua vita si sentì parte di un tutto, avvolto dalla vita dentro e fuori. Si sentì vivo, capace di sperare di credere di amare. Non era molto per cambiare il corso di un'intera esistenza, ma era pur sempre una scintilla che, alimentata a dovere, avrebbe potuto diventare fuoco e scaldare il suo cuore rimasto al freddo per così tanto tempo.
Frugò nelle tasche in cerca delle chiavi e, mentre si chinava per centrare la serratura, lanciò uno sguardo stupito a quella figura d'uomo stagliata sul muro, così elegante e slanciata, a cui, per ironia della sorte, avrebbe voluto somigliare.
Gli sembrò che quell'ombra fosse diversa, come se la vedesse per la prima volta. La battezzò Guido, che era il suo nome. «Buonanotte, Guido!» la salutò, poi, carezzandola con lo sguardo, chiuse la porta, lasciando l'ombra fuori di casa.


Lidia Conace


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 Ins. 18-09-2008