SCRITTORI ITALIANI
CONTEMPORANEI

affermati, emergenti ed esordienti
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Laura Bertoli

Canterbury
 
Per i dispensatori di buoni consigli
 
Ho dei ricordi molto vaghi di quella gita a Canterbury: le strade brulicanti di ragazzi come me in vacanza studio; il tempo grigio, tipicamente inglese, che preannunciava già l'autunno; la cattedrale, con tutte le sue storie di assassini e di fantasmi; il pollo freddo che mi aveva preparato per pranzo la mia padrona di casa; un cream tea gustato con Serena e Riccardo in un localino tradizionale, mentre il resto del gruppo proseguiva la visita guidata della cittadina, sotto una pioggerella sottile che faceva venire voglia di caminetti accesi e coperte di lana sulle ginocchia. E la vecchia libreria. Quella me la ricordo bene, invece. Aveva un'insegna verde, una porticina che bisognava chinarsi per attraversarla e un'unica vetrina da cui si vedevano soltanto scaffali su scaffali traboccanti di libri impolverati. Riccardo era un appassionato di libri antichi e di biblioteche, così non ci fu verso di trattenerlo dall'entrare.
 
All'interno il negozio era ancora più impressionante che da fuori: gli scaffali arrivavano fino al soffitto e i libri occupavano ogni spazio, in doppia e tripla fila, orizzontali o verticali, in mucchi e pigne disordinate: ovunque ci potesse essere un centimetro libero, esso era stato riempito da fogli ingialliti e rilegature in pelle o stoffa sdrucita. Il libraio era esattamente come ci si potrebbe immaginare un personaggio appena uscito dalle pagine de La Storia Infinita o qualche altra favola fantastica. Era molto anziano, con capelli bianchissimi e occhialetti tondi cerchiati d'oro.
 
Sembrava essere anche lui parte integrante dell'arredamento del negozio, quasi indistinguibile tra le montagne dei libri, tant'è vero che quando ci rivolse la parola ci colse di sorpresa, perché fino a quel momento avevamo creduto di essere soli.
 
- Posso aiutarvi? State cercando qualcosa in particolare? - chiese.
 
- Veramente non lo so! Se potessi comprerei ogni libro che vedo... rispose Riccardo, con lo sguardo trasognato di un ragazzino al primo concerto del suo cantante preferito - ...ma immagino che sia tutto terribilmente costoso...
 
- Ti sbagli, ragazzo, guarda bene i prezzi segnati a matita sul frontespizio. Certo, ci sono anche dei pezzi d'antiquariato, ma per lo più raccolgo soltanto dei libri vecchi.
 
- Vecchio è un aggettivo che non trovo appropriato per i libri continuò Riccardo. - Non credo che i libri invecchino, se mai mantengono sempre giovani e vitali le storie che raccontano, le immortalano nel pieno del loro vigore e le conservano così, come statue di marmo lisce e perfette.
 
- Va bene, va bene, - si spazientì Serena - però adesso piantala con le tue solite dissertazioni, altrimenti facciamo notte! Allora, hai deciso cosa comprare?
 
- Fa male a criticare il suo amico, signorina -, disse il vecchio libraio. - Lui ha colto nel segno: il senso di un libro è l'eternità. Ciò che è scritto resta per sempre. La parola scritta dà un significato alle cose e lo blocca nel tempo. Rileggere un libro è come ritrovare un vecchio amico dopo tanto tempo e accorgersi che non è affatto cambiato.
 
Serena rimase zitta, e lasciò che Riccardo scegliesse in pace i suoi libri: alla fine si decise per una storia dell'Inghilterra medievale, un volume di racconti di viaggio e una prima edizione dell'Ulisse di Joyce. Nonostante i prezzi buoni propagandati dal negoziante, Riccardo diede fondo a tutti i soldi che gli sarebbero dovuti bastare per una settimana, proponendosi il digiuno piuttosto che rinunciare all'acquisto. Nel frattempo, il mio sguardo cadde su un piccolo libro dalla copertina verde, con il titolo in oro ormai quasi completamente sbiadito. Era un'edizione di inizio secolo dei racconti di Edgar Allan poe. Costava soltanto quattro sterline, perciò decisi di comprarlo per regalarlo a mia sorella Milena, grande lettrice di Poe. Sempre che non mi facesse arrabbiare troppo al mio ritorno a casa, perché allora il libro me lo sarei tenuto io.
 
Felice del mio acquisto, uscii dal negozio sfogliando quelle pagine sottili come carta velina.
Sulla prima l'antica proprietaria aveva scritto il proprio nome con una calligrafia precisa e leggermnete inclinata. Emily Crawley. Immaginai quanti anni potesse avere quando aveva letto quei racconti per la prima volta, che espressione avesse il suo viso, quali emozioni avesse provato nel seguire quelle trame intricate e lugubri, se si fosse spaventata oppure no. Mentre mi ponevo tutte queste domande, mi accorsi che tra le pagine c'era qualcosa. In un primo momento credetti si trattasse di un segnalibro di cartone, poi vidi che era una lettera datata 15 agosto 1910. Rabbrividii, ritrovandomi in mano un pezzo di storia privata di quella donna sconosciuta, proprio nello stesso giorno, esattamente ottant'anni dopo, in cui quella lettera era stata scritta.
 
La coincidenza della data mi sembrò quasi un segno del destino, come se, trovando la lettera proprio in quel giorno, mi venisse assegnata una sorta di missione da compiere o incarico da portare a termine. Serena mi strappò subito il foglio di mano e lo lesse ad alta voce:
 
Cara Emily,
davvero non riesco a capire la tua decisione di non vederci più, proprio adesso che sappiamo del bambino che aspetti da me e che i tuoi genitori si vedrebbero obbligati a lasciarci sposare. Dici che lo fai per il mio bene, perché la tua famiglia finirebbe per rendermi la vita impossibile, ma io non accetto l'idea che nostro figlio debba crescere senza un padre. Ti supplico di ripensarci. Io non potei mai essere felice senza di te. Se non mi vorrai sposare me ne andrò per sempre, non potrei mai sopportare di vedere crescere nostro figlio senza poterlo tenere fra le mie braccia, senza poter tenere stretta TE di nuovo fra le mie braccia! Se mi vuoi ancora, vediamoci domenica mattina dietro alla chiesa, dopo la funzione. Ti aspetterò per mezz'ora, altrimenti queste poche righe saranno il nostro addio. Lo sai che ti amo, ogni avversità diventerebbe sopportabile al tuo fianco, non mi importa se tutti penseranno di me che ho messo incinta la figlia del gioielliere per mettere le mani sulla sua dote. So che non è così, e lo sai anche tu, questo mi basta. È vero, sono povero, ma il lavoro non mi spaventa: sarei disposto anche a fare lo sguattero, pur di averti come moglie. Ti prego, vieni all'appuntamento.
Ti abbraccio, con tutto il mio amore.
James
 
- Che storia appassionante! - esclamò Serena, ripiegando il foglio al termine della lettura - Chissà come sarà andata a finire, se il sogno d'amore di James è stato coronato oppure no.
 
Continuavo a sentirmi strana, come sull'orlo di un'illuminazione, in attesa di risposte. Ripensai a quello che aveva detto il libraio sul potere della parola scritta, sulla sua capacità di fissare e definire la realtà in eterno Nella lettera di James la situazione di incertezza in cui lui viveva il 15 agosto 1910 era rimasta immutata per interi decenni, ma forse la realtà si era dipanata su un binario parallelo, senza che noi potessimo saperlo semplicemente da quanto avevamo letto. Provavo una forte curiosità di scoprire se quelle parole affettuose e tristi avessero determinato una svolta nella vita dei due amanti o se fattori esterni fossero intervenuti a mutare le loro intenzioni.
 
- Sapete cosa vi dico? - decisi - Voglio assolutamente andare a vedere chi abita adesso a questo indirizzo scritto sulla busta!
 
- Non penserai che dopo ottant'anni qualcuno degli antichi Crawley sia ancora in circolazione? - disse Riccardo, pessimista come al solito.
 
- Certo che no, ma magari qualche discendente, o qualcuno che li abbia conosciuti, forse sì, zuccone! - intervenne Serena, sempre pronta a punzecchiarlo (in quel momento ebbi la netta sensazione che in fondo quei due si piacessero).
 
Seguendo la strada su una mappa della città che avevamo in dotazione, dopo non molto ci trovammo di fronte a una casa in stile vittoriano, che in origine doveva essere stata costruita per persone appartenenti all'alta società del luogo. Dappertutto trasudava un'aria di eleganza dimenticata dal tempo, ci si aspettava di veder comparire da un momento all'altro qualche signorotto dei romanzi di George Eliot. La nostra sorpresa fu grande quando leggemmo sul citofono (ovviamente un'innovazione recente rispetto all'età della casa) il nome dell'inquilino: Emily Crawley! Incredibile, le coincidenze si susseguivano una dietro l'altra. A quel punto non era più possibile tornare indietro. Suonai il campanello senza esitazioni.
 
- Dite che è la stessa Emily Crawley della lettera? - fece Riccardo.
 
- Se fosse lei dovrebbe avere più o meno cent'anni! - risposi.
 
- Credo che sia molto improbabile trovarci di fronte una centenaria, ma staremo a vedere -, disse Serena.
 
Ci venne ad aprire, invece, una ragazza sulla trentina, alta e bionda, con il viso lentigginoso e gli occhi sorridenti. Ci guardò con aria interrogativa. Forse, vedendoci con la cartina in mano, pensò che ci fossimo persi. Comunque non sembrava diffidente, se ne stava lì davanti alla porta spalancata, senza sapere bene come comportarsi.
 
- Sì? - fu tutto quello che riuscì a dire, alla fine, raccogliendoci tutti e tre in uno sguardo globale.
 
- È lei Emily Crawley? - chiese Riccardo.
 
- Sono io, perché?
 
Come spiegare ciò che ci aveva spinti fino a lei? Mi limitai a porgerle il libro, con la lettera appoggiata sulla copertina. La ragazza osservò attentamente il volume e poi lesse lo scritto di James. Un misterioso sorriso apparve sulle sue labbra mentre procedeva nella lettura. Sembrava catturata da un'inspiegabile felicità.
 
- Venite dentro, che vi offro una tazza di tè -, ci invitò quando ebbe finito di leggere la lettera.
 
Entrammo in silenzio in un salone grandissimo, guardandoci intorno, sempre più curiosi. All'interno l'arredamento era moderno e funzionale, ma tutto lasciava immaginare l'antica eleganza di quell'edificio, e una galleria di ritratti, probabilmente di antenati, ci guardava dall'alto della scala. Ci accomodammo su alcuni divani disposti di fronte a un camino e attendemmo il ritorno della padrona di casa. La donna riapparve prima con un vassoio colmo di biscotti allo zenzero fatti in casa, sparì di nuovo e ricomparì con un altro vassoio, con bricchi, tazze e piattini. Poi si sedette con noi.
 
- Dove avete trovato il libro? - chiese, senza troppi preamboli.
 
- L'abbiamo comprato da un libraio che vende libri usati - rispose Serena - ma come sia finito lì davvero non saprei dire.
 
- Immagino l'abbia venduto mio fratello -, disse Emily. - Ai tempi dell'università poco ci mancava che ci vendesse tutta la biblioteca per comprare i libri di testo! Vedete, nonostante l'aspetto di questa casa, non siamo poi così ricchi. La gioielleria di cui parla la lettera è stata venduta già da mio nonno. Ora siamo una normale famiglia della media borghesia.
 
Ci fu un attimo di silenzio. Forse a Emily sembrava di aver parlato troppo, ma dopo qualche istante riprese:
 
- Il libro è vostro, ma vi dispiace se tengo la lettera? Vorrei tanto mostrarla a mia nonna.
 
- Ma certamente -, risposi. - perdoni la domanda, ma sua nonna è la Emily della lettera?
 
- No -, disse lei. - Veramente è sua figlia. Per tanti anni ha sempre creduto che suo padre naturale se ne fosse andato di sua volontà, abbandonando lei e la madre ai pettegolezzi e alle malignità dei vicini e dei parenti. Ha vissuto sempre una vita ritirata e piena di vergogna per la sua condizione di illegittima. Tutta la nostra famiglia è sempre stata convinta di questa versione dei fatti. Io stessa fino ad oggi... Incredibile, la bisnonna Emily! Testarda e indipendente come me l'hanno sempre descritta: sicuramente non si è mai presentata all'appuntamento con James. Per non rovinare la vita del suo uomo, ha voluto portare da sola questo peso sulle spalle! Sono tanto felice che mia nonna venga a conoscenza della verità, prima di morire... Vi ringrazio moltissimo, ragazzi, se non fosse stato per voi questa lettera sarebbe rimasta tra le pagine del libro ancora per chissà quanto tempo. E forse non avrei mai potuto leggerla.
 
Sul pullman che quella sera ci riportava a Londra restammo tutti e tre insolitamente silenziosi. Sono certa che ognuno di noi pensava le medesime cose sui segni del destino, sul potere della parola scritta e su un'anziana nonnina che finalmente, grazie a tutto questo, avrebbe ritrovato la serenità. E mentre il buio calava rividi nella mia memoria il volto del libraio e la casa vittoriana di Emily, e per un istante tutto mi sembrò, ancora una volta, un racconto nato dalla fantasia di uno scrittore.
 
 
 
 
 
 
 
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agg. 23 dicembre 2001