LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA

Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
Home Page di
Francesco Liberti
Scrittore

Il cerchio immaginario
 
Era davvero uno strano circo!
Lì gli uomini non esistevano!
Era un circo che andava in scena nell'interno di un teatro!
Le balconate gremite!
Gli applausi pronti per partire!
C'era in esso un'atmosfera surreale!
Victoire Chaplin si tramutava in un pesce preistorico dai mille colori che aveva quattro occhi e colori sgargianti!
Le musiche classiche che salivano dall'interno dello spettacolo creavano un'atmosfera onirica!
Adesso c'erano donne, uomini e bambini in platea!
E per una volta il silenzio!
Per carità: niente radioline stordenti dei clacson delle automobili, niente vecchi depressi col bastone che ascoltavano nei programmi televisivi pomeridiani storie di vecchi che per strada tutti ignoravano, per un paio d'ore, nessuna vittima e nessun carnefice e dopo il silenzio "il Cerchio Immaginario", che era il nome e lo spettacolo stesso apriva le sue porte a tutti!
Il clown, di nome Baptiste, illusionista incantatore che sembrava un nobile Augusto di serata, diceva le sue battute in una lingua incomprensibile, facendo cadere per terra tre palle colorate, nessuna delle tre emetteva rumore una volta toccato il pavimento, mentre la quarta faceva gran stridore e il pubblico rideva, e ridevano le donne, gli uomini, i bambini e gli anziani pure.
Entravano animali: finti!
Poi animali di cartone: veri!
Non c'era un minuto di pausa in quel circo!
Vittoria Chaplin da terra si alzava come in preda ad una mistica evasione, si trasformava in una vecchina dell'Ottocento, con tanto di occhialini piccoli e rotondi, una parrucca tenuta nascosta sotto le ascelle che poi infilava con disinvoltura, una veste scura che da lontano la rendeva più bambina e da vicino la rinchiudeva in un tempo troppo lontano.
Di nuovo entrava Baptiste, il clown: battute, smorfie, interazioni col pubblico, e parlava con una voce esile e profonda che riscuoteva esito favorevole con il pubblico!
Baptiste indossava una parrucca bianca, che lo rendeva più vecchio di quanto non fosse, e al pubblico continuava a piacere, lo trovava esilarante, mentre nell'aria già si preparavano gli applausi che sarebbero scoppiati a fine spettacolo e i bambini ridevano, e gli adulti ridevano, mentre il "Cerchio Immaginario", rimaneva un mondo sospeso che camminava parallelo in una dimensione esoterica accanto alle persone, senza che esse se ne accorgessero.
Lì dentro in quel Cerchio succedeva di tutto: delle ballerine truccate come se fossero uscite dalla leggenda di Ulisse portarono ad un certo punto una grande tela bianca.
Su di essa fu proiettato il finale del film: "Le luci della Città", di Charlie Chaplin.
Il volto della fioraia cieca appariva nelle immagini in tutta la sua bellezza, mentre il vagabondo Charlot le sorrideva a malapena e poi camminava per la sua strada.
All'esterno del teatro, il caos delle automobili, l'esplosione del traffico e le maschere violente creavano il presentimento di un altro mondo.
Manifesti pubblicitari di corpi di donna di alta società che mettevano in rilievo pregiati aperitivi, mentre i semafori diventavano le case ambulanti di piccoli zingari.
Odissea nell'Odissea!
Il silenzio era finito!
Ricominciava il mondo dei consumi con le sue nevrosi istrioniche!
Laester era ancora seduto all'interno del teatro: la sua poltroncina rossa sembrava appena uscita da uno degli episodi delle: "Mille e una Notte!"
"Perché doveva finire lo spettacolo?
E se rimanessimo qui, cosa succederebbe?" - Pensava fra sé.
Laester era un pittore che amava l'arte e amava le persone, ma che soffriva quando restava incompreso, e cercava nella sua vita solo il suo mondo per esprimersi.
Aveva davanti a sé tre ragazze.
Erano bellissime!
Che facessero anch'esse parte dello spettacolo?
Vittoria Chaplin ora si esibiva come un'acrobata in un circo.
Saltava in aria colle mani appoggiate a una sbarra e il suo corpo roteava libero e felice.
Non aveva rete di protezione!
Alla fine del numero ebbe molti applausi.
Su un piccolo tendone circolare, gli animali da cortile camminavano come sentinelle per poi sparire nel nulla.
Poi entrava Baptiste!
Altre gags, altre battute!
E il pubblico applaudiva come fosse allo stadio.
E gli applausi gli erano arrivati nella mente!
Laester diceva a bassa voce: "Dio ti prego fammi rimanere qui!
Demonio se solo mi stai ascoltando: fammi firmare un contratto affinché la mia vita non esca da questo teatro!".
Ma lo spettacolo era finito.
Laester se ne andò da solo.
Pensò di andare a stringere la mano agli artisti, ma "Non sarebbe sembrato ridicolo?
Vedeva davanti a sé la sua vita: il padre colto e malato che giocava sulla vita delle persone e non si fermava?
La madre chiusa dentro una camera da letto che non parlava più con nessuno?
Tornava a questo dopo lo spettacolo del Cerchio Immaginario? E gli bastava?".
Le cartacce che fuori al teatro nessuno raccoglieva si alzavano da terra per la strada, chissà se un tempo avevano fatto parte dei manifesti pubblicitari, di zingari non c'era più traccia e qualche ragazza ben truccata usciva per il primo appuntamento!
Da una finestra antica si ascoltavano i suoni di una televisione e la città già dormiva.
 
Qualche giorno dopo Laester si ritrovò in macchina con degli amici a raccontare queste storie.
La macchina sfrecciava via velocemente.
Lui gli parlò dello spettacolo.
Gli amici gli davano l'impressione che fingessero di ascoltarlo.
Per un attimo Laester pensò al film Gilda, con Rita Haiworth e Glen Ford, e al cattivo e miliardario Ballin, l'uomo che vendeva materiale chimico ai nazisti..
Pensò alle ragazze che gli stavano davanti nella balconata del teatro.
Pensò ai tre amici: scuri in volto, corpi statuari, chissà a cosa stavano pensando.
I manifesti pubblicitari erano più calorosi di quelle persone.
Continuava a parlare in quella macchina e nessuno lo ascoltava!
Sentì il suo cuore battere forte, immaginò di colpirli:
il titolo sui giornali avrebbe riportato la notizia. "PITTORE INCOMPRESO UCCIDE TRE PERSONE IN MACCHINA.".
Si sentì un omicida.,
si sentì sporco ma vero.
Il battito del cuore gli ritornò normale, cambiò umore, scese dalla macchina e se ne fregò degli amici.
Mentre camminava sul marciapiede vide delle fotografie per terra.
Di chi erano?
Ora era l'unico spettatore dello spettacolo che si trovava fuori dal teatro.
Qualcuno o qualcosa, lo spinse lì dentro.
Le facce degli amici gli ritornavano in mente.
Entrò dentro il teatro da una porta secondaria.
Si sentiva come un viaggiatore, ma che non sapeva dove iniziasse il viaggio.
Vide strani animali che camminavano.
Ma non ebbe paura.
Ricomparve Baptiste, quello strano clown dai capelli bianchi.
Coriandoli, stelle filanti e note musicali caddero per terra.
Vittoria Chaplin ora vestita come un'educanda dell'Ottocento camminava come un'invasa mostrando una sublime eleganza.
I ricordi tormentarono Laester.
Ora lui guardò in fondo al teatro.
Sentì dentro di sé una voce che lo chiamava.
E in lui era scomparso l'assassino: era nato l'artista!
Si voltò dietro, ma nessuno era in platea.
Guardò in avanti e delle donne col cilindro scesero da scale raffinate e gli porsero la mano, Laester già si sentiva sfiorato da quella carne.
 

Dietro le quinte
 
Era sdraiato sul suo divano, aveva l'aria annoiata tra il console romano seduto nel Circo Massimo col pollice abbassato e un gangster uscito indenne dalla lettura del Grande Gasby.
Portava una vestaglia di flanella, un paio di occhiali grossi stile anni '70, quelli con le lenti deformate e una collanina d'oro che roteava a destra e sinistra un piccolo Gesù Cristo.
Leggeva, poi interrompeva la lettura, annoiato.
"Ma il telefono non squilla mai?" -diceva.
Era stato una gloria della televisione e del teatro, un mostro sacro dello show business, una leggenda vivente.
Viveva in una grande villa dove fino a qualche anno fa aveva dato dei party scintillanti.
Quelle stanze avevano visto di tutto: incontri tra attori e produttori, crisi esistenziali di donne non più giovanissime, esistenze lacerate dalla droga, sesso a volontà che si era ripetuto nelle camere da letto a quantità industriale, quella casa bellissima con piscina, sala da ballo, bar incorporato in un mobile richiuso, era stata la culla del mondo dello spettacolo.
Edith era un uomo sulla cinquantina, anche se portava un nome da donna, era uno di quegli uomini che la sapeva lunga sulle cose della vita, che ne aveva visti di tutti i colori.
Aveva dato un'intervista il giorno prima ad un giornale, che nel suo editoriale ne aveva riportato il talento e la forza d'animo, raccontando i suoi successi e il suo incontro col mondo della televisione, per diffondere la sua immagine alle nuove generazioni.
Il pubblico conosceva un Edith presentatore che si batteva anche per nobili cause, come per la raccolta di denaro da devolvere alla ricerca scientifica per la cura delle gravi malattie e tutto avveniva dietro i fasti dell'Era della Televisione.
Ma in quel mondo che arrivava in ogni casa che era la t.v. e che teneva a bada milioni di famiglie, c'erano due facce: una era quella pubblica degli applausi delle standing ovation, del vogliamoci-tutti-bene, l'altra, quella privata, nascosta, in cui valeva l'olocausto biblico dell'occhio-per-occhio-dente-per-dente.
Era questa una regola che nascondeva i peggiori crimini dietro i sorrisi più ipocriti e vite spezzate, lavaggi di cervelli, promesse disattese, corpi di adolescenti toccati e molestati e pieni di lifting, si nascondevano dietro la barbarie catodica: il paradosso era che nella società dei consumi, tutti volevano arrivare in televisione.
Edith quando andava in chiesa la domenica era ben voluto da tutta la comunità.
Elargiva grandi offerte: "Che avesse sensi di colpa?".
Durante il "Padre Nostrum" in chiesa c'era chi guardava la statua del Cristo Redentore e poi chi guardava lui, che era stato un dio della televisione.
Una sera dei ragazzini volevano parlare con lui e si avvicinavano al suo palazzo, bussarono al suo citofono, ma solo per sentire la sua voce.
"Pronto?" -disse Edith.
I ragazzini scapparono via dalla paura.
Gli anni '90, l'epoca in cui il cinema sprofondava nell'oltretomba e la televisione diventava il cervello collettivo, diventarono più frenetici dei ruggenti anni '20.
Tutto: dal lavoro ai rapporti interpersonali, dai listini della Borsa alla sessualità che si consumava come un breakfast, correva ad una velocità centuplicata.
Gli anni '90 erano: l'epoca delle immagini della finta democrazia, dei personaggi come Edith, amici e buontemponi quando conveniva e pronti a commettere qualsiasi reato o delitto in nome della propria vanità, "Per questo la gente lo venerava quando entrava in chiesa?".
Anche se gli anni continuavano a passare anche per lui, Edith restava un uomo raffinato ed elegante, sua madre quand'era piccolo gli diceva: "Un uomo ricco e famoso può permettersi di diventare qualsiasi cosa nella vita!".
Ora il telefono di casa squillò realmente:
"Edith?".
"Si?".
"Ciao! Sono Dwain Patrick! Come stai?".
"Bene!".
"Ho letto l'articolo! Davvero bello!".
"Grazie!".
"Senti, stiamo pensando di darti la direzione di un programma che va in onda sulla nostra t.v. via cavo, che lancerà nuovi talenti comici, e credo che tu saresti la persona ideale per...!".
"E il compenso?".
"Per questo risolveremo ogni problema, una volta che ci saremo incontrati!".
"Senti Edith, abbiamo in mente una grande produzione, abbiamo degli sponsor eccellenti, ospiti illustri e se la cosa funziona potremo anche produrre più ore di diretta!
Il progetto è quello di diventare entro i prossimi sei mesi la trasmissione più seguita del paese, che ne pensi?".
 
Nella mente di Edith l'immagine protettiva e asfissiante della madre, il ricordo suo di quando era ragazzino si alternava alla gente che lo guardava dentro la chiesa fingendo di pregare e poi ai ragazzini che lo importunavano per sentire solo la sua voce, quella di uno che ce l'aveva fatta!
Qualcuno bussò alla sua porta.
Era un ragazzo di 24 anni, un promettente ballerino che aveva lavorato l'anno prima in uno show televisivo e a cui Edith aveva dato il suo biglietto da visita dicendogli: "Vieni quando vuoi a casa mia! Ti darò una mano. Se hai necessità, fammi solo un colpo di telefono."
Il ragazzo si chiamava Ivan Petrovic ed era un ballerino d'alta classe ed il suo sogno era: IL LAGO DEI CIGNI, i suoi miti erano: NIGHISKJ e NUREJEV, ma dov'è che si ritrovò, fu: all'INFERNO.
 
Passò qualche giorno in quella casa dove c'era solo un divo viziato della televisione che si approfittava dei più deboli.
Non una sola volta Edith volle conoscere le capacità artistiche del ragazzo.
Ivan Petrovic era giovane, ma sveglio.
Guardava foto di personaggi celebri incapsulate dentro portaritratti di legno di ciliegio, volti sorridenti ma senza luce, fantasmi che chissà ora dentro quale casa stavano vagando per costruirsi la propria solitudine.
"Ivan, vieni qui!".
"Si?".
"Dovresti andare un attimo dal fornaio!".
Poi quando tornò, trovò Edith che aveva messo nel videoregistratore una videocassetta di un suo vecchio programma di cinque anni prima e che ebbe un grande successo.
Lo show si chiamava: "INDOVINA CHI VIENE A CENA?" e mostrava la faccia stupita di persone Normali che si vedevano piombare in casa divi del cinema o altre celebrità.
Il gioco andava avanti e le persone potevano vincere una settimana di viaggio in compagnia di qualche divo.
"Vieni qui Ivan!" -disse Edith.
"Dove?".
"Edith lo invitò sul divano, gli disse che se voleva partecipare al suo prossimo show, sarebbe dovuto andare a letto con lui.
Ora i fantasmi dei ritratti sulle mensole parevano ancora più spettrali.
Ivan gli si sedette accanto, poi Edith gli carezzò la testa e lo aggredì!".
La videocassetta trasmetteva ancora immagini di: "INDOVINA CHI VIENE A CENA?".
Qualcuno bussò al citofono ma nessuno andò a rispondere, forse erano ancora i ragazzi che avevano paura?
"Lo sapevi che saremo arrivati a questo!
Vai avanti...!". -disse Edith.
 
Edith toccava il ragazzo mentre aveva ancora l'immagine della madre nella mente che gli diceva cosa fare per arrivare al successo!
Ivan Petrovic si scostò, mentre la madre di Edith, il suo ricordo feroce, confondeva il divo, gli annebbiava la mente!".
Edith non si sentiva per niente al sicuro.
Aveva nausea del suo vecchio show, aveva nausea di sua madre.
Poi guardò Ivan Petrovic.
Il ragazzo osservava un antichissimo vaso di cristalleria italiana.
"Ti piace quel vaso?" -disse il divo.
Ivan seguì il suo impulso, lo colpì non una, ma una trentina di volte.
E mentre lo faceva pensava ai passi di Nighisky, alla forza di Nurejev.
Il sangue che usciva dal collo di Edith ora bagnava il pavimento, formando strane macchie.
Ivan Petrovic guardò il divo sanguinante, gli prese il portafogli e corse via d'un sol fiato col denaro appresso.
Mentre la madre di Edith lo sgridava, lo show televisivo "INDOVINA CHI VIENE A CENA", non aveva per la prima volta più spettatori.
PER COMUNICARE CON L'AUTORE mandare msg a clubaut@club.it
Se ha una casella Email gliela inoltreremo.
Se non ha casella Email te lo diremo e se vuoi potrai spedirgli una lettera presso «Il Club degli autori - Cas. Post. 68 - 20077 MELEGNANO (MI)» inserendola in una busta già affrancata. Noi scriveremo l'indirizzo e provvederemo a inoltrarla.
Non chiederci indirizzi dei soci: per disposizione di legge non possiamo darli.
©2004 Il club degli autori, Francesco Liberti
Per comunicare con il Club degli autori:
info@club.it
Se hai un inedito da pubblicare rivolgiti con fiducia a Montedit
 
IL SERVER PIò UTILE PER POETI E SCRITTORI ESORDIENTI ED EMERGENTI
Home club | Bandi concorsi (elenco dei mesi) | I Concorsi del Club | Risultati di concorsi |Poeti e scrittori (elenco generale degli autori presenti sul web) | Consigli editoriali | Indice server | Antologia dei Poeti contemporanei | Scrittori | Racconti | Arts club | Photo Club | InternetBookShop |
 Ins. 31-08-2004