Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti
Caterina Carloni
Ha pubblicato il libro
Caterina Carloni, 13 Lettere di ringraziamento
 
Collana I salici (narrativa) 14x20,5 - pp. 40 - Euro 5,68 - ISBN 88-8356-323-9
 

Prefazione

Incipit

Prefazione
Ero in chiesa, nella parrocchia di Santa Silvia a Roma, e partecipavo, come tutti i pomeriggi di quel mese mariano, alla messa cantata in onore della Madonna. La musica e la compagnia di tutti quei bambini erano un motivo sufficiente per trovarmi lì; Dio era un concetto ancora troppo astratto per trovarlo interessante. D'un tratto, mentre ridacchiavo con le mie amiche, un prete di cui non ricordo più né il nome né il volto, mi additò di fronte a tutti e mi chiese: "Tu, dimmi per quale motivo ringrazieresti il nostro Signore Gesù Cristo!".
Avevo dieci anni ed era la prima volta che qualcuno mi costringeva a guardare in faccia la realtà. E la realtà era che, per quanti sforzi facessi, non riuscivo a trovare un solo schifosissimo motivo per ringraziare Dio. Ero una bambina non troppo intelligente, non proprio bella, spesso triste e silenziosa, non ero ricca, non avevo grandi affetti e la mia salute era alquanto cagionevole. Mia madre era all'ospedale, mio padre costantemente fuori casa per lavoro, odiavo andare a scuola e mi rifugiavo nei sogni per sfuggire la realtà quotidiana.
Il panico diventava sempre più forte. "Un motivo, maledizione, me ne basta uno solo, per quale motivo potrei ringraziare Gesù?" - pensavo - e intanto passavo in rassegna la mia vita e prendevo coscienza di quanto fosse malconcia e disperata. Ringraziarlo per cosa? Cosa gli dovevo? Cosa aveva fatto per me, quel Dio che se ne stava beatamente in paradiso mentre io avvertivo brividi di sudore e non trovavo una soluzione a quel rebus infame e senza via d'uscita? Il prete si andava innervosendo e già pensava di punirmi con cinquanta "Salve, o Regina", quando intervenne un bambino. Disse: "Ringrazio Dio per tutto quello che ci ha dato".
Il prete si rasserenò, il bambino ricevette le lodi, ripresero i canti in onore di Maria ed io cominciai a domandarmi se quella gente intorno a me si rendesse veramente conto di quello che stava facendo. Capii come doveva essersi sentita Eva quando il serpente tentatore le aveva offerto la mela dell'albero della conoscenza del Bene e del Male. Non si possono ignorare certe verità; non è possibile accontentarsi di essere nel giardino dell'Eden quando qualcuno ti chiede di guardarti intorno e di spiegare cosa ci trovi di tanto bello. Quel prete aveva posto fine alla mia infanzia. Adesso si aprivano mille dubbi.
Non andai più alle messe cantate del mese mariano. Smisi di aver paura dell'inferno. Iniziai a temere di più l'ignoranza.
È datata da allora la mia ricerca di un motivo per ringraziare il Signore.
Da allora sono passati molti anni e molte cose sono cambiate. Non sono diventata una buona cattolica, né una buona cristiana, ma Dio non è più un concetto astratto, per me.
Per me, Dio è nei doni e nei donatori che ho trovato lungo la mia strada. È nell'assenza di paura, nella semplicità, nello spontaneo e naturale svolgersi degli eventi. È nei sogni, negli occhi e nelle parole delle creature che non rinunciano a vivere. È nelle esperienze e nelle delusioni della Vita. Dio è nell'Adesso Eterno, ed è in questo magico Persempre che voglio infine ringraziarlo.
 

l'Autrice

 
Incipit
 
13 lettere di ringraziamento
 
 
Carissimi,
i miei ringraziamenti per voi non avranno fine finché io non avrò fine.
Amatissimi e necessari alla mia allegria, vi ho raccontato in ogni modo dipingendovi con i vostri stessi colori: nero, rosso, bianco sporco, a strisce, grigio fango, giallo soffice e marrone antico. Una dimensione di vita che inneggia alla Vita e glorifica la Vita e rammenta alla Vita la sua preziosa inutilità, il bisogno di vivere per vivere, di esaurirsi nell'Atto della sua creazione, di concepire un'Idea di gioco eterno e divino che non cerca e non chiede, il senso stesso di questo nostro esistere liberato nella corsa infinita del Tempo, l'assenza intenzionale di Parole, la gioia di essere Niente e racchiudere il Tutto.
Come in una sfilata, vi rivedo bellissimi e sacri al mio cuore.
Ciccio il pasticcio, fratello di un'infanzia lunghissima e pensosa che accompagnava con indimenticabili sguardi azzurri le mie vittorie e le mie innumerevoli pene, sempre disposto a condividere tormenti e gioie, sempre presente, sempre sensibile ai miei umori, sempre capace di ricacciare gli sconforti con un'occhiata sorniona, una carezza improvvisa, un urlo, una burla. Una piccola grande Anima mandata dal Cielo per insegnarmi a respirare il buio senza paura. Una vera overdose di autentico inspiegabile incondizionato affetto con i toni sorridenti di un Dio d'altri mondi, un regalo immeritato da distribuire a piene mani per non perderlo mai.
Camilla la ladra, furibonda e spietata con i nemici invasori, protettiva ed eroica con le sue creature. Bellissima ed indipendente, orgogliosa e distante quel tanto perché nessuno sapesse mai quanta sofferenza abitasse il suo cuore, sfrecciò nella mia vita per lasciarmi la sua personale leggenda...
I fratelli siamesi, gemelli di sangue ed estranei di manto, Nerone e Rossano, il braccio e la mente, il sole e la luna, i soci d'affari, i compagni di lotta, i veri unici consoli romani, arrivarono dal mare del silenzio come un'onda di spumeggiante simpatia e se ne andarono a coppia per regalare sorrisi ad un altro splendido Cuore.
Andrea il selvaggio, guardingo come un lupo dei monti e scaltro come una volpe, strafottente da lontano e tremolante al primo incontro, talmente bisognoso di confidenza e di scherzi da averne paura. Un suo sguardo colpiva al centro dei miei pensieri, tanto che rileggevo in lui ogni mia intenzione, ogni mia speranza. Uno specchio che rivelava visioni limpide come la sua natura incontaminata.
E poi Sara la leggenda, la figlia di un destino chiamato Camilla, l'eletta, la predestinata, la superfortunata, l'idolatrata, l'invidiatissima regina incontrastata di un regno abitato da quattro cuori al suo riverente servizio. Sara che sa dominare gli eventi e volgere ogni disgrazia a suo vantaggio; Sara che si avventura per il mondo cercando nuove conferme al suo fascino; Sara che opera nel bene, se può, e nel male, se è necessario; Sara che finge di arrendersi solo per distrarti, ma intanto ti lavora ai fianchi, ti persuade, ti lusinga con discrezione e infine trionfa, perché nessuno al mondo ha la sua costanza e la sua tenacia, e nessuno possiede la sua forza interiore.
Amatissimi mici miei, vi devo i miei sorrisi più sinceri e tutta la mia fede in un paradiso in cui ritrovarci insieme. E una bella zampata a chi non ci crede!!
 
 
Carissima Tamara,
è da tanto tempo che cerco il modo giusto per dirtelo, ma ormai ho capito che non lo troverò mai, perciò lascio che pensieri e ricordi si mescolino insieme, e mi rimetto al Dio degli stupidi perché comprenda e perdoni.
Ho sempre pensato che la tua fine fosse stata una specie di scelta compiuta per assenza di alternative. Te ne sei andata in un giorno d'Aprile senza avvertire nessuno, lasciandoti alle spalle lacrime e tormenti.
Non sono stata al tuo funerale, ma mi hanno detto che è stato tristissimo. Mi hanno detto che sembravi viva, pronta ad alzarti e a metterti a ridere, felice per lo scherzo che avevi giocato a tutti. Mi hanno detto che sembravi sempre la solita, la pazza che va a sposarsi in abito rosso per scandalizzare i benpensanti, l'incosciente che tradisce l'amore di sempre senza sapere perché e poi glielo racconta per cercare insieme la spiegazione, l'insicura che mi confida di essere stata adottata temendo che io possa disprezzarla per questo, la tenera che si commuove per un gattino abbandonato, l'ingenua, l'impulsiva, la pura, l'estroversa, l'ottimista, la distratta, l'affettuosa, la risentita, l'impagabile amica che ricordo con dolcezza e malinconia. Dovunque tu sia, un bacio da Cat.
Eppure non posso fare a meno di domandarmi qual è stata veramente la tua Storia.
Ti conobbi anni fa, in uno studio di medicina estetica dove litigavi furiosamente con la direttrice del Centro e cercavi di crearti una tua clientela privata. Allora eri fidanzata con Giulio, un musicista simpatico con cui condividevi estro e fantasia. Non so perché diventammo amiche, forse perché quella direttrice in fondo era antipatica anche a me, forse perché tutto in te parlava di vita e di sincerità, forse perché i tuoi atteggiamenti protettivi nei miei confronti mi dicevano che eri una creatura buona e generosa. Non so perché, ma benché ci frequentassimo piuttosto saltuariamente e passassero anche lunghi periodi senza vederci, si stabilì tra noi un rapporto di solida confidenza. Un giorno mi dicesti che Giulio ti aveva lasciata, ma che tu eri felice lo stesso perché avevi conosciuto un altro e ti eri innamorata. Dopo un anno ti sposasti, e quando ti venni a trovare mi dicesti che Franco era un ragazzo semplice ma che tu eri felice lo stesso perché avresti potuto aiutarlo a farsi un carattere e a diventare uomo. Mi dicesti anche che il tuo lavoro ti esauriva e che non eri d'accordo con le direttive dei capi, ma che tu eri felice lo stesso perché avevi capito che bisognava arrendersi e lasciare che le cose andassero come dovevano andare. Quando mi dicesti che ti mancava un po' il tuo ambiente e la tua casa paterna ma che eri felice lo stesso perché ti sentivi più grande e matura, capii che era giunta l'ora di congedarmi. Ricordo che mentre mi dirigevo verso la mia automobile pensai che non ti avrei mai più rivista: la mia Tamara non c'era già più.
"È morta di felicità", ha detto qualcuno riferendosi al tuo matrimonio con Franco. "È morta viva", ha detto qualcun altro ricordando la tua esuberanza. "È morta crudelmente", ha detto un altro ancora, pensando al tuo grande desiderio di esistere e alla tua giovane età. Dal canto mio, mia indimenticabile amica, non so perché te ne sei dovuta andare.
A volte penso che eri talmente sazia di vita che avevi bisogno di altre terre e di un altro mondo, più grande e libero di questo.
A volte penso che il tuo mostrarti appagata fosse solo una finta per mascherare un'infelicità inconfessabile che dovevi far cessare. E subito ci ripenso e mi dico che no, non può essere, è la mia mente delirante a concepire simili convinzioni blasfeme, tu dicevi di essere felice, tu dicevi di essere soddisfatta, un presagio non basta per cancellare quello che tutti potevano vedere. E poi che ne so io della vita, della morte e della gioia?
Sì, mi risponde una voce, ma quello che si leggeva sul tuo viso era proprio felicità? Un po' di esaltazione, forse, una sorta di anestesia al cuore, ma è questo il senso della vita?
Ammettiamolo pure. E allora perché quel senso di perdita che mi giungeva dai tuoi sguardi e che mi svuotava l'animo? Perché quel sottofondo di nostalgia anticipata, come quando ci si prepara ad un viaggio e non si ha il coraggio di dirlo agli amici, come se non ci fossero più vie d'uscita ad una vita scontata e sterile? Perché quella sorda amarezza verso chi non faceva più parte del tuo orizzonte d'amore? Perché quelle espressioni di sconfitta in cui ti sorprendevo nel bel mezzo di una risata?
Qualcuno se ne accorgeva oppure lo credo solo io e solo adesso perché ho bisogno di dare una ragione a quell'evento senza ragioni e senza confini che è la Morte?
Aneurisma cerebrale, è stata la diagnosi dell'Ospedale.
Soffocamento dell'Anima, è stata la mia conclusione.
Mia dolce amica, vedi quali umani tormenti hai lasciato dietro di te. Vedi quanto grande e totale è ancora la mia pazzia. Vedi che non ti ho dimenticata.
Una parte di me ha compreso, e un'altra non si rassegna. Dovrò sopportare tutte e due ancora per un po', credo.
Grazie, mia eterna amica, per avermi insegnato a non disprezzare il Dolore.
 
 
Caro zio Aurelio,
Ti immagino mentre leggi con impegno il trafiletto in corsivo dell'"Appennino Camerte" sull'inaugurazione della nuova strada provinciale.
Ti vedo mentre sorridi e sbuffi, e non ti accorgi che il volume del televisore sta scuotendo le fondamenta del palazzo, perché quell'apparecchio acustico del cavolo, che proprio io ho insistito per farti comprare, ha le pile eternamente scariche, è scomodo e ti procura fastidio solo a guardarlo. Roba da vecchi, non fa certo per te che sei un giovanotto di ottantasette anni pieno di curiosità e di vita.
Ti penso mentre conti i soldi della pensione e racconti in giro di prendere molto meno, perché non si sa mai, oggi la gente ha tante pretese, magari ti aumentano il prezzo dell'affitto e quella strega della fruttivendola non ti fa più lo sconto.
Ricordo quando mi accompagnavi da piccola alla stazioncina dietro casa a veder passare i treni, poi mi sbucciavi un'arancia che io mi divertivo a spremerne metà per terra e metà sul tuo vestito, sicura com'ero che niente avrebbe cambiato il tuo umore e le tue attenzioni nei miei confronti. Sapevo d'istinto com'eri.
E dire che ti conosco tanto poco.
Certe volte penso di non sapere niente della tua vita, del tuo passato, delle scelte difficili che hai dovuto fare, del tuo mondo fatto di giornali e programmi televisivi e nipoti che non si fanno mai vedere e figli che non hai avuto. Penso sempre a come farti sapere quanto rispetto ho per il tuo modo discreto e silenzioso (televisore a parte) di essere al mondo, per il tuo garbo, la tua umiltà, il tuo profondo senso dell'accettazione degli eventi.
Penso sempre a quanta preziosa esperienza contiene il tuo cuore plurinfartuato e a quanta dignità c'è nel tuo vecchio logoro abito da contadino in città.
E provo un'immensa gratitudine nel sapere che sei uno dei miei, una parte importante della mia famiglia, una grande anima da cui prendere esempio.
Cara zia Beatrice,
Se mai è esistita al mondo una persona più saggia di Maometto e nello stesso tempo più matta di un cavallo matto, quella, cara impareggiabile zia, sei tu.
Nessuno sa bestemmiare come te, urlare a pieni polmoni la rabbia e il risentimento verso il mondo intero facendosi beffe delle buone maniere e della rispettabilità sociale. Nessuno sa vestire come te, alla moda "quattrostagioni" e "centoaccessori", alla faccia dei tuoi fratelli e delle tue sorelle, che fuggono da te come hanno sempre fuggito dalla vita perché tu ricordi loro la Vita, quella senza regole e senza contratti, continuamente diversa e continuamente uguale a sé stessa. Zia Beatrice, ovvero il trionfo della diversità. Zia Beatrice, ovvero la Luce di un angelo. E questo eri per me, un angelo che mi prendeva per mano quando mi vedeva spaurita e sola, e mi raccontava storie senza capo né coda, canticchiandomi di soldatacci e di avventurette semioscene. Ed io ridevo e capivo di avere vicino un essere speciale.
L'unica che non ha mai confuso il mio silenzio e non l'ha mai giudicato; capace, a modo suo, di leggermi dentro e di darmi la sua incondizionata fiducia. L'unica che mi ha sempre parlato, in ogni suo gesto e in ogni sua parola, della fame di vita che ha la vita stessa. Dell'amore che non perdona mai chi l'ha rifiutato. Della follia che privilegia solo gli animi puri. Di un profondo ed incrollabile e sublime sentimento di generosità verso i bistrattati.
Ricordo le tue lacrime per un ricordo gettato via, per una parola di troppo, per un cenno di disprezzo rivoltoti da chi avevi accolto a braccia aperte, e mentre tutti dicevano che esageravi, che era per il tuo bene, che ti sbagliavi, che nessun altro si comportava come te, sentivo una gran pena dentro, e già allora stavo imparando che esser strani è un delitto che può costar caro. In quei momenti mi auguravo che un re potente si innamorasse di te e della tua bellezza, ti rapisse e ti portasse via di lì, sicura com'ero che altrove saresti stata apprezzata e capita. Ma tu sei rimasta. Nessun pretendente ha saputo conquistarti. Nessuno ti ha sottratto alle critiche e all'indifferenza della tua gente. Nessuno ti ha distolto dal mettere in guardia i tuoi simili dalla pericolosità di una vita banale. Tu non hai permesso che si dimenticassero del Mistero che abita in ognuno di noi e che ci preserva dalla disgrazia della Normalità. Sbagliavo a volerti altrove. Hai vissuto dove era giusto che vivessi, in mezzo ai tuoi compaesani, malati di vecchie abitudini ed infinitamente più disperati di quanto tu sei stata e sarai mai.
Splendida creatura, spero tanto di somigliarti almeno un po'.
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