Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Antonino Maio
Con questo racconto ha vinto il nono premio all'edizione 2006 del Premio Marguerite Yourcenar.

«Come le mosche (Incontro tra il fato e la gratitudine)»


FATO: Oggi ho delle strane aspirazioni...
GRATITUDINE: Cosa? Proprio tu mi parli di aspirazioni... Non mi pare che per te esistano inconvenienti che rendano laborioso il tuo mandato? Fai sempre ciò che più ti pare... Come ti viene in mente questa voglia?
FATO: In certi momenti mi sento stanco di calcare le vie dell'imponderabile, dirigendo con regime prestabilito le evenienze del mondo, degli uomini. Vorrei porre termine ad intervenire da mestierante incallito sui fatti di tutti; non ci provo più gusto. La routine perentoria, pur nella sua interminabile estensione è diventata stremante. Anche a me dovrebbe toccare il tempo di accomodarmi, non ti pare?
GRATITUDINE: Questa proprio mi torna totalmente strana, conoscendo la tua natura... A me, invece, succede di sentirmi sfinita nell'attendere inutilmente che qualcuno mi consideri un tantino necessaria, cancellando la pretesa dei diritti reclamati in modo radicale. Intendo l'arroganza dei diritti per principio, per egotismo. Invece con la massima leggerezza si revoca ogni dovere nei miei confronti. Perché nessuno mi prende sul serio? Sono proprio brutta a tal punto? Eppure sono disponibile in qualunque parte del mondo, non mi rifiuto mai di alimentare piacevoli sensazioni di coscienza, di sereno vivere; mi pare che questi siano dei bei doni che non si trovano facilmente lungo il viaggio che non ha ritorno...Tu lo comprendi questo essere umano che si muove con il preconcetto di obliarmi? Non riesce a soffocare il suo sviscerato amor proprio? Forse se lo facesse, avrebbe la gioia di scoprirmi con più facilità, che ne dici?
FATO: Da parte mia lo sforzo di capirti l'ho sempre tentato, ma è lui, l'essere umano che tanto ti delude, il quale, non solo mi dimentica come fa con te, ma non mi sopporta e, spesso, mi esorcizza con mille compromessi, non volendo riconoscere le sue miserie.
GRATITUDINE: Va' ad entrare in quella testa... Ma tu non stavi confidando certe aspirazioni?
FATO: Forse un momento di debolezza, di desiderio di cambiamento. Sapessi quanto grande è la mia brama di freschi respiri, di accenti delicati, di armonie celestiali, di colori inconsueti, di acque cristalline...
GRATITUDINE: Addirittura...
FATO: Vorrei avvertire il profumo di fiori sconosciuti, andare per vie inesplorate, librarmi in spazi incontaminati, immergermi in luci festose... GRATITUDINE: Cosa mai devo sentire proprio da te.
FATO: Vorrei viaggiare verso modelli di certezze, cancellare le vie di dolore, l'ineluttabilità lacerante dei precipizi, l'impossibilità di realizzare tanti ideali...
GRATITUDINE: Niente niente, tu vorresti un cuore affrancato da ogni insidia? Veramente saresti propenso a cogliere un anelito di appagamento muovendoti su un tragitto siffatto? Pensi che la compiutezza del tuo esistere si appagherebbe nel riscontrare queste essenze? Non sconfesseresti la tua natura?
FATO: Vorresti asserire che anche a me è precluso il miraggio del desiderare? Non pensi che io possa avere voglia di cambiare gli eventi e che possa sentirmi esausto? Ah, sapessi quanto mi senta insoddisfatto...
GRATITUDINE: Tu vorresti che la tua volontà coincida con l'ideale?
FATO: Poniamo che la volontà possa arrivare a tanto, tu cosa avresti da obiettare?
GRATITUDINE: Può succedere, ma la volontà non può produrre la certezza del possibile in quanto questo non la garantisce. Il desiderio, il miraggio restano tali: vagano nel limbo del forse. La combinazione degli eventi è ben lontana da ciò che la volontà tiene a realizzare. Non sei tu l'istitutore di queste alchimie?
FATO: Mi piacerebbe intrecciare eventi non conformi al comune senso delle cose, che componessero possibilità nuove. Tuttavia, poiché tutti sono consegnati a nuotare nello stesso mare, non posso pretendere che il mio sogno si avveri. Mi rendo conto che potrei riuscire a cambiare qualcosa. Ma io resto un freddo esecutore di avvenimenti prefissati. Devo sottostare alla legge che rende ininfluente la mia possibile buona volontà, restando protagonista degli accadimenti che si snodano attraverso me. Come posso svellere tante incongruenze, tante assurdità? Io sono tutto e nulla, sono bocciolo e cenere, non origine e non fine...
GRATITUDINE: Ma tu di fronte alla ricerca di una tua immagine d'identità, trovi tempo di pensare a me?
FATO: A me verrebbe semplice convertire in traccia percettibile il disegno che impressiona l'arcano, ma sono troppo discosto dalla natura degli esseri viventi ed anche di quelle realtà che non sembrano percettibili...
GRATITUDINE: Ma non riesci a rispondermi. Io ti sono "lontana", forse "assente?".
FATO: L'esperienza mi fa pensare a certe persone che si comportano fedelmente come le mosche.
GRATITUDINE: Come? Cosa c'entrano le mosche con l'ineluttabilità che ti modella, con gli arcani segni entro cui ti muovi e che elargisci a piene mani a tutti gli individui? In verità dove vorresti arrivare?
FATO: Le mosche cozzando sul vetro di una finestra, per quanti tentativi facciano, non comprendono per quale motivo non riescano a librarsi in volo oltre quella che, essendo loro invisibile, percepiscono un'enigmatica barriera. Pur riscontrandola con il loro picchiare, non sanno darsene una spiegazione; e spingono, spingono, ostinate. Potrebbero chiedersi "Cos'è che ci ostacola con tanta resistenza? Cosa si oppone al nostro volo liberatorio?" Domande alle quali non potranno rispondere in nessun momento.
GRATITUDINE: Mi sembra fin troppo ovvio; ma non hanno alcuna colpa: "loro" mancano di ragione e conoscenza.
FATO: Già! Battono e ribattono, senza tregua. Continuano a non arrendersi, a sperare che avvenga la possibilità di andare, di volare libere nel gaudio dell'aria. Non riescono ad accettare l'ostacolo che non si fa discernere, né capire. Il vetro, ostruendole, sembra imporre con cattiveria il suo arcano divieto. Così può sembrare che l'inspiegabile, negando ogni soluzione, si presti malvagiamente a negare loro persino la speranza...
GRATITUDINE: Eppure non dovrebbero perderla, anzi dovrebbero apprezzare la forza che consente loro di provarci.
FATO: Oh, la forza, la speranza... Nel susseguirsi dei loro tentativi tutto diventa più precario. Le povere testoline martellano sul misterioso diaframma trasparente che sembra troppo impenetrabile. Le ali fremono con la tenue caparbietà ancora rimasta. Provano con il dorso, con le zampine, con tutto il corpo. Cambiano posizione nel tentativo di una spinta più proficua. Ma l'invalicabilità finisce per logorare definitivamente le forze, ed è ancor più penoso perché a loro è impedita la possibilità di intendere.
GRATITUDINE: Potrebbero fermarsi e riposare attendendo che l'angosciosa situazione prenda col tempo una piega diversa.
FATO: L'invalicabilità non si può spiegare a loro, va al di là delle loro possibilità naturali. A me non resta che prenderne atto, ma non m'è dato, come avviene per tutti, di spiegare, di intervenire.
GRATITUDINE: Prendila come vuoi, ma poiché le mosche non hanno la capacità di capire, dovresti escludere di biasimarle se si incaponiscono a reiterare i loro tentativi.
FATO: Eppure, come tu prima annotavi, può avvenire che la caparbietà agguanti, per un evento imprevedibile, l'agognata soluzione.
GRATITUDINE: Quale evento potrebbe essere così benevolo nel caso delle mosche?
FATO: Il socchiudersi della finestra per una folata d'aria, una provvidenziale foratura del vetro non vista prima, una sua rottura casuale...: la speranza di ogni mosca potrebbe tramutarsi in realtà.
GRATITUDINE: E mentre volano, mi sai dire se, per l'evento imprevisto, avranno un pensiero per me?
FATO: Cosa vorresti farmi dire? Le mosche non hanno il bene del pensiero, lo abbiamo accennato: non intendono, quindi non possono.
GRATITUDINE: Già, ricordo bene. E allora mi concedi adesso di esprimere una considerazione che mi sta tanto a cuore, che, forse, non ti intriga più di tanto?
FATO: Mah, una volta discusse le possibilità che ti ho illustrato, cos'altro mi potrai affermare?
GRATITUDINE: Non ti metti mai dalla mia parte, tu. Perché non vuoi vedere con l'ottica che a me è connaturale?
FATO: Perché non sono te. Comunque, fammi pure partecipe del tuo pensiero. Forse non riesco a discernere certe cose...
GRATITUDINE: Se alle mosche (con tutte le carenze che sappiamo), paragoni gli individui che non riescono a infrangere i diaframmi esistenziali indecifrabili per le loro menti, e neppure si ritrovano nella capacità di risolvere smisurati problemi, dovresti ammettere che essi non avrebbero alcuna responsabilità come quegli insetti.
FATO: Ma tutto ciò non fa trarre considerazioni importanti per la mia natura. Io, pur con le mie aspirazioni che ti ho confidato, sono costretto a presentarmi con i miei arcani panni. Accosto l'insipienza degli uomini alle incomprensioni delle mosche; ma cos'altro posso fare?
GRATITUDINE: Capisco bene: tu hai un'altra angolatura di giudizio. Io voglio esporti solo il mio pensiero, sottolineando semplicemente che gli uomini, nelle stesse condizioni di imperscrutabilità degli eventi, una volta ritrovatisi imprevedibilmente con le difficoltà risolte, come le mosche procedono nel loro cammino senza chiedersi alcuna spiegazione. Ecco dov'e il punto: essi se restano costretti a battere il capo dietro un vetro incorruttibile si dannano l'anima perché non tollerano la situazione che li blocca; ma se senza alcuno sforzo agguantano la soluzione prima irraggiungibile, loro ritengono di sentirsi in diritto di continuare a vivere nella più assoluta compiacenza e senza alcuna domanda. Le mosche hanno tutte le ragioni di non farci alcun pensiero, e volano via senza chiedersi perché è andata bene, ma gli uomini...
FATO: E perché dovrebbero pensare diversamente: sono esseri umani, hanno bisogno di vedere piacevolmente gli eventi favorevoli. A loro non interessa altro.
GRATITUDINE: Comprendo bene ciò che vuoi dire, ma sta qui la diversità del tuo pensiero con il mio. Pur esaminando la natura degli uomini sotto l'aspetto della loro fragilità, vogliamo giustificarla per questo, sempre? Vogliamo proprio escludere che dovrebbero pensare ben diversamente se si realizzano soluzioni vantaggiose. Per i pericoli scampati inconsapevolmente dovrebbero fare delle oculate riflessioni, non ti pare?
FATO: Io ho esposto il mio modo di pensare. Tu cos'altro vorresti evidenziare?
GRATITUDINE: Se tu osservi la brutta fine assegnata ad una mosca bruciata da una fiamma improvvisa a nessuno importa niente: è una semplice mosca, non interessa minimamente alle altre. Se, supponiamo, se la gode a volare giuliva, e incoccia contro un ragno che l'aspetta al varco tarpandole la vita, nessun'altra ha da compiacersi per il proprio pericolo schivato.
FATO: Abbiamo evidenziato di sapere bene il motivo. E allora?
GRATITUDINE: Sarò più chiara: Se una cosa di analogo capitasse ad un essere umano, ovviamente si sciorinerebbero lamentazioni toccanti, ma se si salvasse, per un motivo imperscrutabile, nessuno riterrebbe che qualche altra cosa andrebbe richiamata? Ripensando alla perifrasi della felice apertura dell'immaginaria finestra prima serrata ed ostile alle mosche, veramente un'analoga evenienza non dovrebbe destare alcuna coscienziosa ponderazione ad un essere umano?
FATO: Sì, comincio a capire. Il punto cardine della questione è che nessuno si sofferma dinanzi agli eventi molto favorevoli estendendo il pensiero verso di te: ma devi sempre avere presente che stiamo parlando dell'uomo!
GRATITUDINE: Ecco, ci sei cascato, volevo portarti a questo. Non solo non si vuole rendere conto, ma rifiutandosi di pensare a me, incentra l'attenzione su una presunta tua bonarietà. M'intendi adesso?
FATO: Altro che... Ma tu devi comprendere che la mia competenza primaria è quella di paladino delle casualità. Tuttavia, non possiamo dare alla gente tanta colpa, essa agisce in assonanza con le mosche irriflessive... Perché darle addosso? Uomini o mosche...
GRATITUDINE: Io sono di diversa opinione: Molti ostacoli per l'essere umano assomigliano all'inesplicabilità di una barriera invisibile che gli impedisce spesso il conseguimento di realizzazioni importanti; questo è un dato di fatto perentorio. Ma c'è di converso, che, una volta superata quella barriera, su cosa punta l'uomo?
FATO: Fa, appunto, come le mosche: si arroga ogni diritto e si scrolla ogni debito morale anche nei miei confronti, lasciamelo dire...
GRATITUDINE: Sì, hai detto bene. Il fatto è, però, che gli uomini non sono mosche! Prediligono far finta di non capire pur di restare ingrati.

Antonino Maio


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