Inediti On line
 
Farfalle
di

 Daniela Manzini Kuschnig

PARTE II (Mara)

Capitolo 7

 
Fu un inverno bellissimo: freddo, con neve che scendeva a falde larghe e gelate che trasformavano i cespugli in sculture bizzarre.
Fu un inverno lungo e bellissimo: il camino era sempre acceso e i ceppi scoppiettavano, il profumo della legna usciva dal cassonetto in cui veniva riposta e impregnavava la casa. L'Ernesta si dava molto da fare per me e per Mara. Aveva incominciato a raccontarmi della terra, dei problemi che c'erano, di quello che era andato perduto, di quello che si sarebbe dovuto fare, così come i vicini avevano incominciato a fare.
" Èda crepacuore vedere andare tutto in rovina, signor Aldo. Io mi ricordo com'era... Se il suo povero padre vedesse ... "
" Vede, Ernesta, vede. "
Mi guardò interrogativa, come a chiedere " E allora? che cosa si fa? "
" Aspettiamo la primavera. " dissi.
Mara era tranquilla, esile, delicata, con la sua tosse che non le dava pace, e sempre splendidi erano i suoi occhi profondi come laghi di montagna: ci si poteva annegare nei suoi occhi. La tenevo al caldo dentro il cuore, la cullavo tenendola stretta, le baciavo le palpebre perché non vedesse, perché non pensasse a nulla che non fossimo noi.
Non ci volle molto prima che l'Ernesta si rendesse conto di quello che stava capitando ed allora si fece da parte, d'istinto, come per lasciarci tutto lo spazio, l'aria che poteva, ma mai disse una parola.
Si era sotto Natale. Avevamo fatto fuori un cappone. Volevo che fosse un bel Natale, di quelli che si ricordano. In cucina l'Ernesta trafficava intorno alla stufa, rimuovendo le anelle di ghisa, spostando tegami, era nervosa.
" Senta, signor Aldo, non sono affari miei, no, lo so, ma non mi guardi così, io sono un'ignorante, me lo diceva sempre anche mio marito, che era un brav'uomo e doveva aver ragione, ecco, io penso a sua madre e allora mi domando, ma perché, non fa venire il prete? "
Non dissi una parola, guardai in su , verso la scala, Mara era di sopra, sentii rabbia a quest'intrusione e voglia d'urlare e insieme di buttare fuori la mia disperazione.
" No, ma che cosa ha capito? ", intervenne in fretta l'Ernesta, frapponendosi fra me e il pensiero di quella morte, " Io dico: è Natale, ma perché non vi sposate? "
Rimasi di sasso. Non ci avevo pensato. Non mi era passato per la mente, mai. Tanto che avevo creduto che l'Ernesta mi consigliasse di chiamare il prete per una confessione, un sacramento insomma, in vista della morte di Mara.
" Non crede che sarebbe un bel regalo di Natale? Per la signora, dico."
Mi sollevai dalla tavola cui ero appoggiato quando il discorso era iniziato, mi avvicinai all'Ernesta tutta rossa e affannata, la bacia sulla guancia vizza e le mormorai all'orecchio: " Grazie. "
Divenne ancora più rossa in viso, ma insieme quasi si gonfiò, orgogliosa e contenta. Mi domandai da quanto tempo doveva tenersi dentro quel suo discorso.
Fu così che il prete venne a casa, e, nella cucina tirata a lucido, io sposai Mara, tre giorni prima di Natale. Con l'Ernesta che piangeva e faceva da testimone insieme al sacrestano che aveva accompagnato l'anziano don Fulvio che ancora si occupava della salute delle anime del paese.
Quando le avevo chiesto di sposarmi, Mara aveva chiesto: " Perché? "
" Perché ti voglio come moglie. "
" Ma e'già come se fossimo sposati."
" E allora puoi farmi contento. Voglio che sia secondo le regole."
" Le regole? "
" Perché no? "
" Fra me e te non si è mai parlato di regole... "
" Forse è ora che lo facciamo, non credi? "
" Capisci che cosa vuoi fare? Non dimenticare che io... No, non posso permettere questa... questa cosa. No. "
Era determinata. Come sapeva essere. Come la vita le aveva insegnato a essere.
" Sarebbe uno spreco se non lo facessimo, uno spreco di tempo, di sentimenti, un errore, un altro errore. Aiutami a non fare un altro errore. "
Sospirò. Occhi di luce chiara e limpida, trsparenti come fonti di montagna. Annuì. " Va bene. " disse. " Va bene. "
Non ci sarebbero stati altri sprechi nelle nostre vite.
In questo modo accadde che ci sposammo e il nostro fu un matrimonio felice e sereno fra le luci che si scioglievano nella nebbia, nell'inverno che piano piano si avviava alla primavera e in una sera di primavera quando i giorni s'erano fatti più lunghi e l'aria un poco più tiepida, Mara serenamente se ne andò, con dolcezza chiudendo la porta sulla sua vita. Ero con lei, tenevo la sua mano fra le mie, ad un tratto sentii che s'allentava e lei era già lontana. Le ombre si addensavano nella stanza, io continuavo a tenerle la mano e la guardavo, non volevo dimenticare nulla del suo viso, nulla di lei. Era entrata nella mia vita disperata con leggerezza, delicata e fragile, palpitante come la farfalla dei campi, dalle ali bianche, appena appena arrotondate nell'orlo superiore, aveva volato intorno a me, mi si era posata sugli occhi e aveva custodito il mio sonno. Ne avevo visto tante di farfalle così, da bambino e poi da ragazzo, posarsi sui fiori nel giardino, volarsene via pallide e luminose fra i cespugli, tra le siepi di bosso.
 
perché
in fondo ai giorni la morte attende. Sbircia la morte fra i giorni della vita. Si vive e si muore, ci si incontra e ci si perde di vista.
Funziona così. Una giostra che non cessa mai di andare in tondo, un cane che si morde la coda.
Suona la campana.
Rintocchi di bronzo. A perdersi nella lontannza.
Nel profondo, accompagni l'amore alla tomba, lì lo deponi, dopo averlo cullato un attimo ancora, stretto al petto.
Stretto stretto al petto.
Nel profondo lo sforzo sfinisce.
Lo sforzo di tentare di convincerti che adesso dormi serena, che nel luogo dove sei andata non esiste dolore, solo pace.
Orrenda pace di membra disfatte, di orbite vuote, di sentimenti perduti. MANCANZA di te. Depredato. Devastato. Svuotato. Assoluta mancanza.
 
Si fece scuro e attraverso l'oscurità che le velava il volto, in punta di piedi, inesorabili, arrivarono le immagini scaturite dal passato, dal mio passato, chiamate a gran voce dal dolore che mi torceva il petto e premeva gli occhi, richiamati in vita dall'infelicità e dall'angoscia, poiché quella sera avevo perso quello che non avrei più ritrovato, fossi vissuto cent'anni. Le ombre s'affollarono intorno a me, mi strinsero in un abbraccio silenzioso, si ritrassero, si ripresentarono compatte, presero forme diverse, ebbero voce e volti, tanti volti e tante voci, incominciarono a parlare insieme dapprima creando solo un'incredibile cacofonia di suoni striduli e graffianti, poi separatamente come attori sul palcoscenico ognuno a recitar la propria parte, si ricompattarono infine come un coro in una tragedia antica: mi stordirono, mi assordarono, mi raccontarono la storia lasciata a raccattar ragnatele in un angolo nascosto della mente da troppo tempo.
Ed io riebbi il mio passato, completamente. So che ognuno deve avere un passato a cui rifarsi, nel bene e nel male, un passato a cui rivolgersi per trarne insegnamento e conforto, ma io, io che potevo trarre dal mio ieri annegato nella disperazione di chi colpe non aveva avuto?
Il tormento mi assorbì, mi lambì il collo, mi prese alla gola, affrontarlo era un tormento, ero vestito di paura, volevo il silenzio, l'annullamento e volevo Mara a tenermi stretto, la volevo.
Sapevo che non c'era senso a cercar d'evitare quel rigurgito venuto con l'oscurità, non c'era senso a neppure ad accettarlo. Ma nella vita si deve pur scegliere.
Potevo chiudere la mente e rifarmi ombra, forse mi sarebbe ancora riuscito: avrei alzato bandiera bianca, mi sarei arreso, definitivamente, mi sarei dichiarato pronto per la non vita che tanti conducono giorno dopo giorno, di anno in anno, fino al termine del mio tempo.
Capita, è da sempre che capita, anche ai migliori, di fuggire per paura, per vigliaccheria, per amor della pura e semplice sopravvivenza.
Ma compresi che non sarei stato capace di chiudere la porta che s'era spalancata del tutto, non avrei potuto fermare ciò che era iniziato nella stanza cantina di Mara davanti alle braci rosse della stufa, quando solo la punta dell'iceberg era emersa come l'enorme coda della balena che batte furiosa le onde, adesso veniva il resto e voleva essere visto ed ascoltato.
Si voleva che soffrissi e che urlassi? allora, bene. Avrei gridato di dolore, ma non sarei scappato. Basta una volta, nella vita. Io la mia fuga l'avevo avuta. Mi aveva accolto, nell'oblio più totale e mi aveva curato le ferite, adesso era tempo di fermarmi sul ciglio della strada polverosa, posare il fagotto fra i piedi e accettare il passato, cercare di riconciliarmi con l'essere io ancora vivo.
Io, vivo, sì. Mi sarei chiesto, ma solo più tardi, il perché.
Posai con delicatezza la mano di Mara sul lenzuolo e mi sporsi in avanti, la fissai nell'ombra, la bacia sulla fronte, poi, senza distogliere gli occhi dal suo viso immobile, guardai dritto negli occhi le immagini dei giorni indietro, di quel giorno quando tutto era iniziato ed ogni cosa era finita.
" Signor Aldo! Signor Aldo! " era la voce dell'Ernesta, fuori dalla porta. Non le risposi. Dopo alcuni istanti la porta si aprì e la testa della donna sbirciò nella stanza. " Va tutto bene? " chiese. Era dotata di una specie di sesto senso che forse le era congenito o che forse l'esperienza e la vita stessa avevano arricchito. Infatti comprese subito, vide nell'oscurità e lesse nel mio silenzio. Sentii che mormorava una preghiera. Poi la porta si richiuse e l'Ernesta ci lasciò soli alla nostra intimità.
 

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Si è classificata 1° al concorso Marguerite Yourcenar 1996, sez. narrativa.
Si è classificata 6a p.m. nel concorso Marguerite Yourcenar 1996, sez. poesia.
Si è classificata 8° nel concorso Il Club dei poeti 1997, sez. poesia.
 
Si è classificata 1° al concorso Città di Orzinuovi 1998, sez. narrativa.
 
 
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Inserito il 4 maggio 1998