Inediti On line
 
Farfalle
di

 Daniela Manzini Kuschnig

PARTE II (Mara)

Capitolo 5

Mara camminava veloce, rasentava i muri delle case, evitando d'entrare nei coni di luce dei lampioni. Pareva una che si fosse ricordata solo all'ultimo di un appuntamento importante e s'affrettasse per non arrivare troppo in ritardo. A tratti rallentava, s'avvicinava ad una figura che risaltava nella luce, si fermava, parlava, poi si rimetteva in cammino. Sapevo che chiedeva: " Hai visto Giada? " e seguiva indizi vaghi e incerti:
" E'da un po'che non la si vede."
" L'ultima volta era all'angolo della provinciale."
" Penso che Raul se la sia portata a casa. "
" Ma é poi vero che s'é inguaiata? "
Niente, non veniva fuori niente.
" Credo che sia tornata al paese. "
" Dev'esser scappata, non ha voluto abortire. Guai se Raul la trova. Ha promesso che l'ammazza..."
" Se non ha detto niente a te che eravate sempre insieme, figurati se ha detto qualcosa a me! "
" Sì, va bene, se imparo qualcosa, te lo faccio sapere: prometto."
" D'accordo, d'accordo. Ma adesso vai, se no mi fai perdere i clienti..."
Mara era stanca, sentivo la sua stanchezza battermi nelle ossa, eppure cercava ancora e ormai la notte si sfaceva in un'oscurità densa e caliginosa, per strada non c'era più nessuno, nessuno cui chiedere. Era arrivata al ponte: appoggiò le braccia all'alta spalletta, antica e consumata dal tempo e dalle braccia e dai gomiti che vi si erano strusciati sopra, e si prese il capo fra le mani, in un gesto di disperazione.
Ci aveva sperato, ci aveva creduto nella ricerca. Ma ci sarebbero state altre notti. Avrebbe continuato a cercare.
D'improvviso l'uomo le fu accanto, prese alla sprovvista anche me. Non l'avevo avvertito arrivare. Le diede uno strattone e la gettò a terra, qualcosa di lucente ebbe un barbaglio di luce. Mara gridò.
Fui sopra l'uomo. Era forte e giovane, ma io ero fuori di testa e sapevo far male. Lo colpii e fui colpito. Caddi sopra di lui e gli pesai addosso, si liberò un braccio, una mano armata di una lama lunga e affilata si proiettò verso la mia gola. Mara urlò. Afferrai l'artiglio e lo allontanai da me, torsi il braccio, sentii un gemito, un rantolo, e tutto finì.
Semplicemente finì. Raul stava disteso a terra con il suo coltello piantato nel petto come un paletto di legno nel cuore di un qualche essere immondo.
L'avevo ucciso, s'era ucciso, io, lui, la lotta, la rabbia, la paura s'erano mescolate e avevano partorito quella morte.
Mara piangeva. S'era lasciata andare per terra, con le spalle che davano alla sponda del fiume. Mi avvicinai e la feci alzare.
" E'finita, e'finita." le dissi e mi accorsi del sangue che le scorreva lungo la guancia, là dove la lama di Raul l'aveva sfregiata. Infilai la mano nella tasca del suo cappotto, ne trassi un fazzoletto, le tamponai la ferita.
" Dobbiamo andare a casa." dissi
" L'hai ucciso."
" E'morto." risposi.
Avevamo molta strada da fare ed ormai era l'alba. Dovevamo andarcene. In fretta. Prima che lo trovassero.
Erano tempi quelli in cui la morte di uno come Raul non avrebbe fatto scalpore, non più di tanto, ma morto ammazzato lo era e di omicidio si trattava. Qualche ricerca l'avrebbero fatta. Forse sarebbero risaliti a Mara. Forse no. Ma non potevo escluderlo: sarebbe stato come chiuder gli occhi davanti ad una possibilità spiacevole, ma non per questo da escludersi.
Ripensavo agli attimi precedenti, in ultima anlisi erano stati pochi attimi, e stringevo forte Mara e l'amavo come un disperato. In quel momento eravamo noi due insieme le uniche persone sulla faccia del mondo. Isolate dagli altri esseri umani, rottami alla deriva, tronchi trascinati dalla corrente e sentivamo grande la tentezione di lasciarci andare, cadere, trascinare. E il fiume era lì e ci guardava e pareva in attesa.
" Andiamo a casa. " Mara si appoggiò a me, mi strinse la mano e mi disse: " Ti amo. Lo sai, vero? "
Ci allontanammo.
Mara non volle andare a farsi curare lo sfregio.
" Si rimarginerà. " disse.
Disinfettai la ferita, ma sapevo che ci sarebbero voluti punti . Avvicinai i lembi di carne e li accostai cercando di fermarli con garza e cerotti, ma era n lavoro malfatto. Sarebbe rimasto un brutto segno. Glielo dissi.
Era stanca, ma sorrise mentre rispondeva: " Il mio marchio, no? "
Capii che quel segno avrebbe rappresentato per lei la messa in pubblico dei suoi errori:
" Vedete ? Guardate il mio viso! E'così che sono dentro. " Autolesionismo. No. Sinceramente non gliene poteva importare di meno d'essere o sembrare bella. Capita, a volte e a me é capitato, d'incontrare persone così: sinceralmente, visceralmente indifferenti alle voci del mondo. Aveva chiuso con il suo mestiere. E dunque che importava l'aspetto? Aveva chiuso con la giovinezza. E allora? La giovinezza é uno stadio doloroso d'inesperienza e d'errori, di sussulti e tremori, di follie e d'inquietudini. Ma era passata, finita. A quel tempo Mara aveva trent'anni. Oggi, a trent'anni, una donna é ancora una ragazza. Mara, a trent'anni chiedeva quiete.
Le accarezzai il capo, mi chinai e la baciai piano sulle labbra;
" Ti amo." le dissi.
Mara annuì. Sorrise. Con gli occhi colmi di lacrime.
" Sei il mio amore sfregiato. Sei la mia donna. - continuai- Ce ne andiamo via, insieme. Dove non so, ma insieme, questo importa. Non voglio che arrivi qualcuno a far domande. "
" Pensi che sia morto? "
" E'morto. "
" Il bambino era suo. Ero davvero innamorata di Raul, sai, e quando capii che ero rimasta incinta, fui contenta e pensai persino che se gli avessi detto che aspettavo un figlio suo, mi avrebbe tirata fuori dalla strada...ma, quando gliel'ho detto e il cuore mi batteva da impazzire, mi ha riso in faccia! Dimostralo, mi ha detto. Non mi ha creduto. E allora..."
" E'morto. " ripetei.
" Sì. "
" Sdraiati e riposati. Io metto insieme un po'di cose e fra un'ora massimo due, ce ne andiamo.
" Va bene. "
Si lasciò cadere sulla branda.
Se fosse dipeso da me, me ne sarei andato di volata, ma vedevo che era sfinita. E attesi. Si assopì ed io mi guardai intorno pensando a che cosa avrei dovuto portare via. La mia sacca sbrindellata, certo. Ci ficcai dentro una coperta e due o tre maglioni di Mara, una gonna pesante, e mi sovvenne che forse lei avrebbe voluto le sue cose, quelle che ci si tira dietro da un posto all'altro tutta la vita, perché rappresentano qualcosa d'importante per te, solo per te.
Mi chinai, aprii lo sportello della stufa e attizzai il fuoco: si levarono scintille di fiamma, e lingue rosse balenanti si alzarono dai carboni incandescenti. Le fissai e lentamente, molto lentamente una porta incominciò ad aprirsi cigolando ed immagni frastagliate, a frammenti, scollegate incominciarono ad uscirne. Fluivano piano, in punta di piedi, come per non spaventarmi. Le guardavo comparire, e disporsi in ordine davanti alla mente e con gentilezza le accarezzai una ad una, le belle e le brutte: erano la mia vita.
Ecco dunque com'ero stato, dove ero finito, che cosa avevo fatto, di rovina in rovina, il passato si ricomponeva, ogni tessera al suo posto, ordinatamente. La mia vita.
E c'erano le voci che mi parlavano, di mia madre, stanca e dolente con in mano il foglio in cui si diceva che mio fratello era morto, di mio padre che imprecava violento e stramazzava al suolo, dei compagni, chi rideva, chi sparava ordini, chi piangeva, delle vittime tutte insieme un unico grido e ancora ancora fino al rantolo di Raul.
Era andata così. Le tempie pulsavano, sentivo le vene risaltare gonfie sotto la pelle, le scintille danzavano come in un sabba infernale davanti ai miei occhi e chiaccheravano, chiaccheravano senza posa.
Così posai la sacca, mi sedetti a terra e le ascoltai.
In ultima analisi raccontavano solo una storia. La mia storia. Quella che avevo creduto d'aver smarrito lungo la strada polverosa dei giorni trascorsi. Invece era lì, ancora lì: la vedevo.
 
Vedevo una casa vecchia, ma tenuta con cura, con ampie stanze dai pavimenti piastrellati e lucidi, travi antiche si snodavano nei soffitti e s'incontravano come costole poderose che sapevano della forza della terra.
La porta d'ingresso si spalancava su un'unica grande camera, dirimpetto alla portafinestra che dava sul giardino: tende leggere, bianche come le ali della cavolaia, respiravano smosse dall'aria primaverile. D'estate mia madre teneva le imposte accostate nelle ore più calde, e la stanza rimaneva fresca nella penombra impregnata dal pofumo dei fiori. Mia madre amava i fiori, ma non quelli recisi.
" Muoiono subito " diceva. Amava quelli in vaso, quelli che la pianta nutre e fa sbocciare. Rivedevo le gardenie e il gelsomino e i gerani rosa e rossi e bianchi, nei portavasi di ceramica faentina decorata: mia madre avrebbe dovuto avere una serra in cui vivere, ma amava la grande casa bianca posata, come un colombo nel nido, nella pianura, riparata dalle colline ed amava i prati che la circondavano, il giardino con le siepi di bosso e il grande pino argenteo nel centro, piantato da mio nonno quando mio padre era nato e più in là i campi lavorati dove si coltivava la terra che era ricca e non faceva mancare nulla.
Vedevo mio padre che andava a cavallo per le sue terre e rientrando, scendeva ancora agile e forte e si rivolgeva a mia madre minuta nell'abito chiaro, con quel suo tono lento e gentile che sempre usava quando le parlava. I padroni, li chiamavano i contadini e noi, i figli, i signorini ci chiamavano.
Nico aveva due anni più di me ed era un torello, sempre a combinar danni, diceva mia madre, ma erano le solite birichinate di un ragazzino vivace che a volte doveva essere messo in riga ed allora interveniva la voce di mio padre. Io ero più tranquillo, ero nato prima del tempo e mia madre era quasi morta nel darmi alla luce e dopo era rimasta un po'debole. Ero gracile e meno vivace di Nico.
Mi ammalavo con facilità e mia madre mi seguiva sempre da vicino, per esser ben certa che non mi raffreddassi o non prendessi troppo sole... Ricordavo un'infanzia tranquilla, scandita dal passar delle stagioni, mi rivedevo a correr per i prati, a volar sull'altalena e poi c'erano state la scuola e le punizioni quando ci si andava a cacciar in qualche pericolo. Rivedevo le colline intorno ai campi, dolci ed armoniche, solo qua e là segnate dalle lunghe ferite frastagliate di profondi calanchi.
Mio padre adorava Nico.
Nico era splendido nell'uniforme, quel pomeriggio quando lasciò la casa per andare in Africa, in guerra. Mia madre piangeva, mio padre era torvo e silenzioso, io invidiavo mio fratello per l'avventura che l'attendeva. Nico baciò mia madre, strinse la mano a mio padre, diede una gran pacca sulla spalla a me ed uscì dalle nostre vite.
Sei mesi dopo morì in una terra lontana ed ostile, in una battaglia che i testi di storia ancora ricordano, morì come si muore in tutte le guerre, per la patria e l'onore. Così dissero a mio padre quando vennero al funerale che si tenne ugualmente, anche se il corpo di Nico stava a marcire sotto il sole di un altro continente.
" Quale patria?, urlò mio padre, Quale onore? Non venite a raccontar coglionerie a me, signori e, vi prego, uscite dalla mia casa, uscite dalla mia terra. Fuori! "
Mia madre non si riprese più e mio padre divenne taciturno e burbero, a volte camminava per la stanza grande e borbottava fra sè e sè cose sull'impero, sulle manie di grandezza, sul fatto che la miseria e l'ignoranza la facevano da padroni e i figli venivan mandati al macello, " ...ma che onore! Politica, solo giochi di politica!"
Dopo qualche tempo incominciarono gli incendi nei campi e poi incominciarono a morire le bestie di un male oscuro e una notte anche la casa bianca andò a fuoco: risentivo la voce di mia madre e delle serve in camicia come fantasmi che gridavano di paura. Riuscimmo tutti a uscire sani e salvi e dall'esterno vedemmo il luogo dove avevamo vissuto venir divorato dalle fiamme, sentivo ancora lo scoppio dei vetri che s'infrangevano per il calore e il crepitare del fuoco che attaccava i travi antichi.
Mia madre morì.
Mio padre ebbe un colpo e dopo poco ero solo, senza più una famiglia. Vivevo nella casa che era stata del fattore e che il fattore aveva lasciato per andare sotto le armi, mentre sua moglie era ritornata dai suoi vecchi, perché adesso c'era la guerra, quella vera, sotto la finestra di casa, aerei lanciavano bombe sulle città, lungo i binari della ferrovia e la gente scappava e sfollava in campagna.
Anch'io avrei dovuto fare la mia parte, per la nazione e per l'onore della patria. Quel che feci lo feci ricordando mio padre e le sue parole, mio fratello e la sua morte, mia madre e la nostra casa: mi unii alla Volpe dei monti e alla sua banda. Mi diedi alla macchia, perché io in quella guerra non ci credevo. No, davvero. Non condividevo gli ideali sbandierati nelle piazze e scritti sui muri, non so a che cosa credessi in realtà, so solo che non credevo a quella guerra.
Adesso so che non credo, non ho mai creduto in nessuna guerra: morte e dannazione, inferno costruito sulla terra dagli uomini per gli uomini con tutti a urlare le loro ragioni, il loro diritto sacro a essere i vincitori.
Non esistono guerre sante, esistono ambizione, fame di potere, odio, e un oceano di steminata follia.
 
Il tempo se ne andava veloce sui monti, mentre passavamo da capanno a capanno, da baracca a baracca, aiutati da gente sfinita e insieme fiduciosa, che ci dava pane ed informazioni, perché eravamo un gruppo di forti e coraggiosi, si diceva, non temevamo il pericolo, anzi ci imbarcavamo in imprese azzardate quasi al limite delle possibilità umane, sprezzanti del pericolo, convinti com'eravamo d'avere una sorta di missione da compiere: salvare il nostro mondo dalla rovina. Si parlava fra di noi di quel che era giusto e di quel che era ingiusto. Morire di fame era ingiusto.
" Ci dev'esser pane per tutti. Anche i poveri hanno diritto a campare. "
" Pane e formaggio, vuoi dire. " Si rideva.
" Cosa ridi, sei ancora un bamboccio. Cosa ne vuoi sapere? "
" Non é solo questione di ricchi e poveri, é anche un problema di libertà, lo sapete bene."
" Libertà. Sì. Ma liberi saremo, vedrete. E liberi di tornarcene a casa e di dire quel che vogliamo e di fare ...e andare e venire...liberi. "
" Meglio liberi e affamati che a pancia piena dir sempre di sì e pensare di no. "
" Vero, ragazzo. Ma liberi a pancia piena é meglio, credi a me. "
Si rideva e si parlava nel buio, a scaldarci con due braci accese, in attesa dei convogli del nemico.
 
Aprii lo sportello della stufa, presi l'attizzatoio annerito e mossi il carbone: si levarono scintille. Mara respirava piano, in un sonno così sottile che sarebbe bastato uno scricchiolio per destarla.
 
Il nemico, uomini in uniforme, su camion, su autoblindo, su moto con sidecar, a piedi, su carri armati, uomini come noi. Come noi destinati ad uccidere per non essere uccisi. Li odiavamo. Me lo risentivo in bocca il ricordo del sapore di quell'odio, amaro come fiele.
Quanti la Volpe e i suoi avevano atteso ed ucciso, rubando fucili, mitra e munizioni e giberne. Rividi la sera in cui, affamati come eravamo, ci si buttò a rovistare come predatori nelle sacche e venne fuori di tutto un po'. Io trovai anche un pacchetto di lettere e una foto di una giovane. Le lettere non le capivo e poi non le avrei mai lette, ma la foto la guardai, un'istantanea ben riuscita di una fanciulla sui vent'anni, capelli biondi e occhi grandi. La fidanzata? La moglie? Sorrideva e ancora non sapeva che il suo uomo era steso nel fango dove l'avevamo lasciato insieme agli altri.
Ma ci sentivamo giustizieri. Qualcuno, non so chi, noi stessi forse, da soli, ci eravamo dati il compito di difendere la terra che era nostra, non ci si voleva sottomettere né alle idee che non ci appertenevano né a quegli stranieri che presidiavano i nostri paesi, razziavano le nostre bestie, si godevano le nostre donne, decidevano per il bene e per il male: quello che per loro era il bene e il male.
Noi eravamo il loro male e ne andavamo fieri. Anch'io.
 
Chiusi lo sportello della stufa e guardai Mara. Dormiva. C'era dunque voluta un'altra morte, quella di Raul, per far tornare alla mente la coscienza del passato. Scherzi del destino. Ma ora che sapevo chi ero, non potevo più scherzare, perché tutto meno che uno scherzo era stato quel lottare da bestie selvagge a strapparci la preda l'un l'altro, un tempo ferino, iniquo e non si deve dimenticare l'iniquità, si deve imparare dai ricordi.
Avrei dato la testa contro il muro, ma non sarebbe servito. Mi domandai:
" Perché? Ma perché? "
C'era la guerra, questo sì, ma non bastava, non poteva bastare a giustificare tutto quello che mi tornava alla mente.
Poi, di colpo, l'animo si contrasse in un sussulto di dolore e chiusi gli occhi, non vedevo più niente, eppure sapevo che c'era dell'altro..., dell'altro galleggiava in una nebbia fitta, a banchi gelidi e penetranti, rifiutandosi di uscire alla luce, di lasciarsi riconoscere.
Stancamente mi dissi che almeno avrei potuto dire a Mara il mio nome, l'avrei svegliata, l'avrei baciata, le avrei detto: " Ti amo. " e poi: " Mi chiamo Aldo, Aldo Grechi...", sarebbe stata contenta, lo sapevo, se le avessi raccontato di me.
Mi avvicinai alla branda, le toccai la spalla, sussultò e aprì gli occhi:
" E' ora? " chiese. Sì, era ora di andarcene via. Di tornare a casa.
 

PAGINA PRECEDENTE CONTINUA

RITORNA ALL'INDICE

Si è classificata 1° al concorso Marguerite Yourcenar 1996, sez. narrativa.
Si è classificata 6a p.m. nel concorso Marguerite Yourcenar 1996, sez. poesia.
Si è classificata 8° nel concorso Il Club dei poeti 1997, sez. poesia.
 
Si è classificata 1° al concorso Città di Orzinuovi 1998, sez. narrativa.
 
 
Daniela Manzini Kuschnig vi offre la lettura
di due racconti:
"A passeggio fra le nuvole"
"Le cose"
 
 
Per leggere il romanzo inedito "Farfalle"
 
Per leggere alcune pagine tratte dal libro libro con "Incontri"
 
Per leggere la prefazione del libro con "Con ali raccolte"
Per leggere alcune poesie tratte dal libro libro con "Con ali raccolte"
 
 
Collabora inoltre al Club presentando alcuni "Grandi poeti del '900" :

 

 
 
PER COMUNICARE CON L'AUTORE
 
Per comunicare con il Club degli autori: info@club.it
Se hai un inedito da pubblicare rivolgiti con fiducia a Montedit

©1998 Il club degli autori, Daniela Manzini Kuschnig.
Per comunicare con il Club degli autori: clubaut@club.it
 

IL SERVER PIÚ UTILE PER POETI E SCRITTORI ESORDIENTI ED EMERGENTI
Home club | Bandi concorsi (elenco dei mesi) | I Concorsi del Club | Risultati di concorsi |Poeti e scrittori (elenco generale degli autori presenti sul web) | Consigli editoriali | Indice server | Antologia dei Poeti contemporanei | Scrittori | Racconti | Arts club | Photo Club | InternetBookShop |

agg. 16 maggio 2000