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Claudio Ongarato

si è classificato 4° nella sezione narrativa del concorso Il Club dei poeti 1997 con questo breve racconto

 

Terre perdute

 

Oggi piove! Di certo, mia madre elemosinerà sotto al portico della piazza grande. Ha già rimediato del cartone su cui si potrà sedere senza doversi bagnare troppo.

Oggi piove e fa molto freddo! Questo maglione che ieri mi ha regalato quell'anziana signora non basta a scaldarmi, ma io so che dopo, sotto al portico, resterò per ore tra le braccia di mia madre e mi potrò così scaldare un po'.

La piazza si sta riempiendo di persone e già la mia mamma sta allungando il braccio iniziando a masticare la sua monotona nenia:«Povera, signore… grazie, signore». Dovrò ascoltare questo interminabile pianto sino a quando non arriverà papà per riportarci al campo. Lui, ieri, era contento; l'ho visto anche sorridere sotto ai suoi lunghi baffi neri come il carbone. Il denaro che avevamo raccolto non era poco e poteva bastare per comperare anche la sua bottiglia preferita.

Ieri, mio padre mi ha preso per mano e mi ha accarezzato i capelli. Il suo volto non mi faceva paura e avrei tanto voluto appoggiare un bacio sulle sue ruvide guance.

Oggi, invece, piove e quando il cielo piange anche le persone sono tristi e poco disposte a dare il loro denaro. Oggi, mio padre non sarà contento; urlerà e non mi prenderà per mano.

Tra le braccia di mia madre posso ben osservare il suo viso. I suoi occhi non sono vivaci: forse troppe lacrime li hanno sbiaditi. La sua bocca è piccola e molle: due sottili labbra si toccano e si allontanano di continuo nel mormorare le solite stanche parole che sono costrette a ripetere senza riposo. Il suo corpo dondola avanti ed indietro con un ritmo calmo, eppure noioso. A volte, in quell'incessante dondolio, i contorni del suo viso si stemperano nel grigiore del cielo e, mentre i miei occhi si perdono dentro ai suoi, la mia tristezza si specchia nel pallore delle sue smunte gote infossate tra ossa spigolose e sporgenti.

«Povera, signore… grazie, signore» insiste a ripetere mia madre, mentre continua a dondolare il suo piccolo corpo senza nemmeno guardare in faccia le persone che ripongono dei soldi dentro al palmo della sua mano screpolata e paonazza dal freddo.

Io, invece, mi diverto ad osservare chi passa, mi diverto a guardare tutte quelle gambe che mi sfilano davanti in modo frettoloso e disordinato. Io penso che quelle gambe appartengano ad un mondo diverso dal nostro, ad una razza migliore e più fortunata della nostra. Loro, i padroni di quelle gambe, non chiedono mai; a volte danno, a volte imprecano ed insultano, ma, loro, non chiedono mai.

Oggi piove: ho freddo ed ho fame. Le ore passano, ma mia madre ha raccolto poco denaro, troppo poco. Mio padre non sarà affatto contento. Ho deciso di darmi da fare: tirerò le maniche dei cappotti delle persone e farò un sorriso: di solito, così, i padroni delle gambe si commuovono, brontolano un po', ma poi mi danno qualche spicciolo.

Il popolo dalle grandi gambe frettolose mi guarda con compassione, a volte con disgusto, non mi rivolge mai parola se non per umiliarmi. «Loro, sono piccoli innocenti, hanno solo la colpa di essere nati» dicono per lo più, forse per giustificare agli occhi degli altri l'elemosina che mi allungano in modo veloce. Non riesco mai ad avere un contatto con le loro mani: le ritraggono quasi con paura e così non ha ancora scoperto se le loro mani sono fredde come le mie, oppure se la loro pelle è diversa dalla mia. Molte volte io chiedo a mia madre di spiegarmi perché il nostro popolo è tanto diverso da quello delle gambe lunghe, perché, per poter mangiare, siamo costretti ad aspettare che il denaro ci venga riposto nel palmo della mano. Lei, allora, mi fissa con fare di rimprovero, ma non mi risponde ed anzi continua nella sua nenia in modo più deciso ed energico.

Solo una volta, era estate, ai bordi di un laghetto dove ci eravamo fermati per riposare, mia madre mi coccolò tra le sue braccia canticchiando una strana canzone, dolcissima e triste, che io non avevo mai sentito. Era la prima volta che mi cantava una canzone. Accarezzandomi il viso, cantò a lungo ed a lungo mi parlò raccontandomi cose meravigliose che io non potrò mai dimenticare. Mi parlò di una terra lontana dove tanti e tanti anni fa il nostro popolo viveva felice. Mi descrisse quei luoghi dove il verde dei boschi era color smeraldo, dove le acque dei ruscelli erano limpide e gentili, dove il tempo passava allegramente tra le note di mille violini e dove ognuno era libero di seguire una sola legge.

Il malvagio sortilegio di una strega invidiosa e potente, però, cancellò in quel popolo ogni ricordo della propria origine, facendolo disperdere nelle quattro direzioni dei venti.

Da allora, in ogni campo, uomini e donne continuano senza sosta a racimolare soldi per poter mangiare e per continuare a viaggiare nella speranza di riuscire finalmente a ritrovare quei luoghi perduti.

Ma in verità io credo che, queste, siano solo storie che raccontano a noi bambini durante i caldi pomeriggi d'estate in cui non dobbiamo cercare denaro.


©1997 Il club degli autori , Claudio Ongarato.
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